PIL -14%/ “Coi ritardi dell’Italia saremo più poveri, torneremo a prima del 2000”

L’Ocse ipotizza un crollo del nostro Pil fino al 14%. Un grosso problema per un Paese dove il tenore di vita era già tornato ai livelli del 2000

Il Pil dell’Italia nel 2020 potrebbe scendere anche del 14%. È quanto ha segnalato l’Ocse nel suo Economic outlook diffuso ieri, nel quale vengono ipotizzati due scenari, con o senza la temuta seconda ondata epidemica di coronavirus. Nel migliore dei casi, la nostra economia perderà l’11,3% per poi rimbalzare del 7,7% l’anno prossimo. In quello peggiore, il Pil cadrà appunto quest’anno del 14% per poi risalire del 5,3% il prossimo. Numeri che, come ricorda Luigi Campiglio, Professore di Politica economica all’Università Cattolica di Milano, evidenziano la necessità di interventi ancora più rapidi a sostegno dell’economia del nostro Paese: «Mentre si parla di Stati generali dell’economia si corre il rischio di perdere altro tempo e il mio timore più forte è che si intervenga troppo tardi.

Bernanke, quando era alla guida della Federal Reserve ad affrontare la crisi del 2007-08, non a caso, visti i suoi studi sulla Grande Depressione, è intervenuto rapidamente con quanta più liquidità possibile nel sistema, così da evitare gli errori del passato».

Resta il fatto che le previsioni dell’Ocse sono peggiori di quelle del Governo, con un calo del Pil in doppia cifra anche nel migliore dei casi.

La situazione è conseguenza della lunghezza del lockdown. Il blocco di offerta si propagherà in modo concreto sul mercato del lavoro creando nuova disoccupazione e un clima di aspettative non favorevoli che inevitabilmente rallenterà i ritmi di crescita. In Italia continua a esserci la necessità di intervenire subito, ma nel frattempo il quadro esterno si sta modificando.

In che modo?

L’Ocse stessa ci dice ci sono dei Paesi sviluppati dove il rimbalzo sarà più importante e altri emergenti che sono invece in grave difficoltà. Dunque c’è una situazione a livello internazionale a macchia di leopardo. Non è poi incoraggiante vedere le previsioni sull’inflazione, indicatore dell’eventuale presenza di una spinta della domanda, nelle quali il nostro Paese appare in ritardo rispetto ad altri come Francia e Germania, ma che mostrano che potrebbe crescere il costo del cosiddetto carrello della spesa. In questo periodo di redditi inesistenti per alcuni cittadini, che magari stanno attendendo dei sostegni che tardano ad arrivare, emerge il problema di gruppi sociali che potranno trovarsi in grandi difficoltà per quel che riguarda il bene primario per eccellenza: il cibo.

Colpisce anche il fatto che in entrambi gli scenari ipotizzati dall’Ocse alla fine del 2021 l’Italia non riuscirà a tornare ai livelli pre-Covid. Considerando che già non avevamo recuperato i livelli precedenti la crisi del 2008 sembra che saremo destinati a perdere sempre più terreno.

Effettivamente è preoccupante, perché continuiamo a scivolare. Prima di questa crisi avevamo un tenore di vita simile a quello del 2000, quindi di vent’anni prima. Tuttavia non si fa nulla, non si interviene in particolare per consentire a chi vuol lavorare di poterlo fare. La Germania ha varato un piano che è veramente grande, robusto. Vi si trova tutto quello che si poteva fare, anche per quel che riguarda famiglia e figli La Merkel non ha fatto gli Stati generali dell’economia, ha agito. Ha preso provvedimenti, potendolo fare, per carità.

La differenza è che l’Italia non lo può fare?

Purtroppo anche il Next Generation EU sta incontrando delle difficoltà e c’è da sperare che vengano superate perché questo piano europeo è uno degli elementi che ha migliorato nel giro di pochi giorni il clima delle aspettative. Probabilmente andremo incontro a un ridimensionamento, speriamo non troppo pesante, della cifra complessiva. Noi restiamo con una paradossale inversione di problematiche tra nord e sud. Se riparte l’area produttiva del nord, avremo un beneficio comune, ma resta il fatto che l’Italia cresce se lo fa tutta quanta insieme. Non so cosa verrà fuori dagli Stati generali dell’economia, ma spero che emerga lo squilibrio della struttura economica del Paese.

A quale squilibrio si riferisce?

In Italia abbiamo cinque milioni di lavoratori autonomi. Questa è un’anomalia europea, che non è sempre una manifestazione di vitalità imprenditoriale. La media o la grande dimensione in una situazione come quella attuale fanno la differenza. Se avessimo una spina dorsale di pmi con alla testa un gruppo di grandi imprese, l’economia sarebbe più equilibrata, perché una piccola impresa fa più fatica ad assorbire uno shock rispetto a una grande. In ogni caso mi sembra che si stia trascurando il sistema delle pmi. Queste aziende rischiano di chiudere. Si potrà anche sostenere che il loro fallimento è una catarsi salutare, come diceva Schumpeter, ma è forse più oggettivo riconoscere che si perde un pezzo di apparato produttivo.

Se le grandi imprese fanno la differenza, è facile immaginare che la Francia, che secondo l’Ocse rischia una caduta del Pil simile alla nostra, si riprenderà più facilmente di noi.

Basta guardare semplicemente già a quello che accade. Noi abbiamo un pugno di grandi agglomerati e il lusso, che è uno di quei settori in cui eccelliamo, ed è a fortissimo e altissimo valore aggiunto, ormai è quasi tutto francese. Se rivolgiamo l’attenzione all’industria automobilistica, i recenti accordi più che italo-francesi sono franco-italiani. Noi non siamo forti come la Francia, anche la burocrazia, che pure non difetta, funziona meglio Oltralpe.

Si può ancora provare a invertire rotta e a evitare una caduta dell’economia come quella prefigurata dall’Ocse?

Dobbiamo avere delle priorità, in particolare la sanità e l’istruzione. Dovremmo renderci conto che se un Paese come il nostro non coltiva come una mantra l’eccellenza nell’intelligenza non può andare molto lontano. Invece il sistema dell’istruzione resta una Cenerentola. È poi evidente che occorre fornire liquidità alle imprese e che le banche hanno anche timore che alcune di esse non ce la facciano. E allora che intervenga lo Stato, altrimenti non se ne esce. Non si può però attendere l’anno prossimo. Se non ora quando? Quando è troppo tardi? Spero che gli Stati generali dell’economia aiutino, ma guardando come la classe dirigente si sta muovendo in questi mesi, qualche timore in merito ce l’ho.