Perché occuparsi degli uomini, e perciò anche del Creato, è un lavoro da Papi

Dalla Rerum Novarum a oggi, lontani dagli opposti isterismi

“Il graduale esaurimento dello strato di ozono e l’effetto serra hanno ormai raggiunto dimensioni critiche a causa della crescente diffusione delle industrie, delle grandi concentrazioni urbane e dei consumi energetici. Scarichi industriali, gas prodotti dalla combustione di carburanti fossili, incontrollata deforestazione, uso di alcuni tipi di diserbanti, refrigeranti e propellenti: tutto ciò – com’è noto – nuoce all’atmosfera ed all’ambiente. Ne sono derivati molteplici cambiamenti meteorologici ed atmosferici, i cui effetti vanno dai danni alla salute alla possibile futura sommersione delle terre basse”……E’ una frase di Giovanni Paolo II nel messaggio per la Giornata mondiale della pace, 1990…. Non è ovviamente da tutto questo che dipende la fede, né tantomeno la conversione personale al cristianesimo: non bisogna confondere i piani. Ma i figli di Dio non vivono nell’iperuranio, vivono nel Creato. E Ne hanno cura.

Non sarebbe difficile cercare altre citazioni simili sulle questioni ambientali, tali da smentire quei critici laici che ritengono che la chiesa debba occuparsi di (non) governare con i Pater Noster, ma soprattutto quei cattolici che, per un motivo o per l’altro, ritengono che Bergoglio sia poco meno di un eretico perché si occupa (anche) della salute del Creato. Come ha scritto l’ex direttore di Tv 2000 Lucio Brunelli sull’Osservatore romano dell’altro ieri, anche “Giovanni Paolo II non si vergognò di entrare nel dettaglio sulle cause umane dei nuovi preoccupanti fenomeni climatici”.

Ma non è il giochetto delle citazioni che interessa, né tantomeno interessa Brunelli – vaticanista di lunga esperienza, pacato e sempre lontano dalla polemica di stile giornalistico – che ha firmato sul quotidiano del Papa un lungo articolo intitolato “Se la chiesa restasse muta” in cui propone le ragioni di fondo dell’impegno della chiesa e dei Pontefici sui temi ambientali, e di cui riprendiamo in libertà qualche utile spunto. Interessa invece provare a ragionare senza isterismi attorno ad alcune domande suscitate dal dibattito green e dagli interventi della chiesa in materia, tra i quali spicca ovviamente la Laudato si’.

La domanda principale, scrive Brunelli prendendo sul serio l’obiezione, è questa: “Perché un Papa dovrebbe occuparsi di cambiamenti climatici e biodiversità, di plastica e Amazzonia? Non dovrebbe, un Papa, parlarci solo di Dio e lasciare queste materie agli esperti?”. Troppo spesso si dimentica che a fine Ottocento anche la Rerum Novarum suscitò scandalo e sconcerto: da quando in qua un Papa si occupa di economia, anzi peggio ancora si permette di giudicare il comportamento economico degli uomini? Dava fastidio in egual modo allo spirito codino nostalgico dell’ancien régime e agli animal spirits della Rivoluzione industriale che stava trasformando il pianeta. Anche allora un Papa che scriveva “un piccolissimo numero di straricchi hanno imposto all’infinita moltitudine dei proletari un giogo poco meno che servile” sembrava uno sprovveduto che non conosce la materia, o un eretico che si occupa delle cose del mondo e non delle sole cose di Dio, che poi in questa accezione sono quelle di sacrestia. Invece è oggi chiaro che Leone XIII indicò alcuni princìpi, oggi chiameremmo anche quelli “non negoziabili”, relativi alla giustizia sociale e che sarebbe stata una grave omissione se, allora, di fronte a una situazione drammatica per tanti uomini, donne e bambini sfruttati e alla necessità di trovare la via per un bene comune, la chiesa avesse taciuto. Leone XIII non era un economista, al pari di Francesco che non è un climatologo. Ma si prese il rischio di esprimere un giudizio, e un richiamo con un atto di magistero.

Si dovrebbe ripartire da qui, provando a tenere a bada gli opposti isterismi di chi ritiene che il Papa debba solo cantar messa e tuonare, al più, anatemi sulla bioetica e chi invece vorrebbe una sola grande chiesa plastic free e travestita da Greta. Bisognerebbe partire dalla consapevolezza che nulla di ciò che è umano, che appartiene alla vita degli uomini, è estraneo alla cristianesimo. La salute del pianeta non è l’unico tema esistente, non è neppure detto che sia quello decisivo, o che la scienza non lo risolverà, ma non per questo è trascurabile. Né, tanto più, è trascurabile perché nella visione di alcuni cattolici è un argomento “degli altri”. Dei nemici. Forse persino del diavolo. Ricorda con saggezza Brunelli nel suo articolo che invece “gli ultimi Papi non hanno solo valorizzato pensieri altrui”. Che non vuol dire condividere tutto, ma hanno spesso “portato un contributo originale, dettato dalla sensibilità cattolica e apprezzato dalle menti più libere del movimento ambientalista, anche di cultura laica e agnostica. Hanno aggiunto la categoria di ecologia umana e di ecologia integrale”. Non è ovviamente da tutto questo che dipende la fede, né tantomeno la conversione personale al cristianesimo, ricorda infine l’articolo: non bisogna confondere i piani. Ma i figli di Dio non vivono nell’iperuranio, vivono nel Creato. E Ne hanno cura.