Perché amare la Russia «nonostante tutto»

Monsignor Francesco Braschi, studioso del mondo slavo, racconta l’impegno che richiede il confronto con un grande popolo in larga misura misconosciuto. E in preda a un travaglio di cui «non abbiamo idea»

Per dire che cosa è diventata oggi la “sua” Russia, monsignor Francesco Braschi utilizza due episodi personali. «Nel 2013 stavo andando all’aeroporto di Kiev per tornare in Italia. Il tassista si accorge che sono un prete straniero e chiede informazioni. Gli racconto del convegno a cui avevo partecipato, degli stage messi in piedi dalla Biblioteca Ambrosiana a Milano per studenti ucraini e russi e in Ucraina per italiani. “Ma che bello”, commenta lui, “pensi che fino a trent’anni fa a noi dicevano che gli occidentali ci odiavano tutti e aspettavano solo l’occasione per distruggerci, adesso invece i nostri giovani possono venire da voi e i vostri da noi”».

Due anni dopo, 2015, Braschi si trova a Mosca: «L’occasione era un incontro organizzato da una prestigiosa università legata alla Chiesa ortodossa. Durante il pranzo, dopo una divina liturgia molto intensa e festosa, a un certo punto una professoressa seduta davanti a me domanda ex abrupto: “Ma perché ci odiate così tanto?”. Resto di stucco. C’era già stata l’annessione della Crimea, il Donbass e la Russia era sotto sanzioni, ma il contesto era tutt’altro che ostile. E con quell’ateneo c’era da anni una collaborazione che non è mai stata messa in discussione, nemmeno adesso».

Francesco Braschi

Dottore della Biblioteca Ambrosiana, dove era entrato nel 2007 pensando di occuparsi di patristica, la sua specializzazione di studi, e si è invece ritrovato responsabile della classe di studi di Slavistica; avvicinatosi per questo motivo alla Fondazione Russia Cristiana di padre Romano Scalfi («gli chiesi di frequentare per imparare a celebrare la Divina liturgia in slavo ecclesiastico») e attualmente suo successore nel ruolo di presidente, per anni monsignor Braschi ha portato regolarmente la sua barba da starets in giro per l’Europa dell’Est. Russia e Ucraina innanzitutto, ma anche Bulgaria, Serbia, Kosovo, Macedonia, Croazia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia… Finché con la pandemia le trasferte in quei paesi sono diventate virtuali, pur senza interrompersi. Si resterebbe ore ad ascoltarlo parlare di questo mare praticamente ignoto che è il mondo slavo, e del quale Braschi è capacissimo di evocare la complessità. Tempi gli ha chiesto un aiuto a capire come sia divenuta anche solo concepibile una guerra che a noi occidentali appare così evidentemente ingiustificata.

«Pur con tutte le problematiche di un paese gravato dall’eredità dell’epoca sovietica» racconta, «in Ucraina io ho sempre visto un’apertura, il desiderio di costruire un’identità mai a priori negatrice della comunanza con la cultura russa. I professori che conosco non hanno mai avuto problemi a tenere le loro lezioni in russo, né io a utilizzarlo per comunicare». Dall’altra parte, invece, in Russia, «fatta salva la sincera cordialità nei rapporti di collaborazione accademica, mi è capitato di percepire quello che non io, bensì un sacerdote ortodosso russo ha definito “nascismo”». Si tratta, spiega lo studioso, di «una chiara allitterazione di naš (“nostro”, derivato dal pronome “noi”) con fascism, che in russo indica spesso sia fascismo che nazismo. Quel sacerdote, provocatoriamente, diceva che il problema dei russi e degli ortodossi è una visione per cui “finché ci siamo noi, compatti in difesa verso l’esterno, tutto va bene”. Invece non è sufficiente».

Non è sempre stata questa la mentalità russa?

Ci sono epoche in cui il popolo russo è stato capace di accogliere e di reinterpretare genialmente apporti che venivano da culture diverse. Penso al fatto che le chiese più significative della tradizione russa sono state spesso costruite con il concorso di architetti stranieri, assimilando le forme bizantine provenienti da Costantinopoli e accogliendo sculture di derivazione romanica. Penso al canto russo corale liturgico che tanto ci affascina, giustamente, e che è frutto dell’incontro con la tradizione polifonica occidentale, mentre il canto della tradizione greca è monodico. Ma gli esempi sono tanti.

Nei suoi interventi pubblici in questi mesi di guerra lei ricorda sempre il testamento spirituale di padre Scalfi, scomparso nel 2016: «Amate la Russia, nonostante tutto». Che cosa voleva dire? Gli sfuggiva forse il precipitare degli eventi?

Padre Romano ha seguito con attenzione fino a pochi giorni dalla morte tutto quello che accadeva nell’Est Europa. L’ultimo suo viaggio significativo è stato proprio in Ucraina. Vedeva questo rischio di chiusura, di autoisolamento della Russia, e nello stesso tempo, in quel «nonostante tutto» c’è la comprensione che la cultura russa è imponente. È un incontro che richiede la disponibilità a riconoscere il peso di una storia, una educazione, un sentire che hanno proprie peculiarità. In tempi di cancel culture – questa idea sbagliata che si debba omologare tutto per rendere magicamente possibile il confronto – l’incontro con la Russia è un incontro impegnativo, perché obbliga a essere consapevoli della propria identità e dei punti di contatto da cui cominciare.

Lei sembra quasi voler difendere il popolo russo dalle scelte dei suoi leader. Perché?

Due cose mi sembrano fondamentali. La prima è che nella triste vicenda bellica che stiamo vivendo c’è un invasore e c’è un aggredito. Purtroppo questo, come ha sempre ribadito papa Francesco, non si può tralasciare. Non si può giustificare questo attacco. Nello stesso tempo, però, ogni generalizzazione è sintomo di grande ignoranza e incapacità di stare davanti alla complessità. Non si può mai fare un tutt’uno di un popolo, della sua cultura e del suo governo: vale per la Russia, come per ogni altro paese. Il Papa nella Fratelli tutti sottolinea proprio come uno degli strumenti della guerra e della violenza sia la negazione dell’identità dell’altro, inteso sia come singolo che come popolo. Questo vale tanto per chi afferma che l’Ucraina non ha una storia e una cultura indipendenti, quanto per chi condanna in blocco la cultura russa.

Con la Biblioteca Ambrosiana e Russia Cristiana riuscite a coltivare rapporti con la Russia attualmente?

A Mosca esistono luoghi come il Centro culturale Biblioteca dello Spirito, riconosciuto da sempre come uno spazio di dialogo aperto a tutti. La nostra speranza è che simili iniziative possano proseguire. La Biblioteca Ambrosiana è nata nel 1609, in un’Europa squassata dai conflitti religiosi, e proprio in quel contesto Federico Borromeo riteneva essenziale che i dottori dell’Ambrosiana mantenessero rapporti con studiosi di tutti i paesi, compresi quelli con cui c’erano ostilità. Dunque è nel nostro Dna la consapevolezza che nel confronto culturale è possibile una modalità di rapporto dove non siano la potenza militare e i soldi i soli fattori a dettare le condizioni. Abbiamo dichiarato che condividiamo in pieno il giudizio di papa Francesco su quello che sta accadendo, e abbiamo deciso di non interrompere alcun rapporto culturale. Né con l’Ucraina (dove collaboriamo da anni con l’Università di Kharkiv, che purtroppo abbiamo visto colpita da bombe e missili) né con atenei e istituti di cultura russi. Questo anche per mantenere aperti canali di dialogo con persone che desiderano sinceramente la pace. Ce ne sono anche in Russia.

Questo disagio rispetto alla guerra ha modo di esprimersi o c’è davvero un “clima sovietico” in Russia?

Quello che è accaduto in occasione delle manifestazioni contro la guerra lo abbiamo visto tutti dai mass media. E sappiamo quale tipo di legislazione è stato approntato per stroncare sul nascere ogni dissenso. Grazie al Cielo ci sono forme di libertà interiore che non sempre possono essere intercettate. Noi non abbiamo idea di cosa voglia dire vivere in una società dove non esiste una libertà di stampa come la intendiamo noi, dove vige il controllo totale sull’informazione. Non sappiamo cosa vuol dire vivere per anni dentro un sistema mediatico e un sistema educativo che veicolano una visione a senso unico.

Che cos’è il Russkiy mir che sarebbe il cuore del pensiero di Putin?

Il concetto di Russkiy mir, “mondo russo”, non è sempre stato delineato nello stesso modo. La matrice originaria era l’evidenza che esiste una comunanza culturale tra tutti quei paesi che hanno fatto parte dell’Impero russo e poi dell’Unione Sovietica, qualcosa di lontanamente analogo al Commonwealth britannico. Il problema è che a questo concetto, a partire dai primi anni Duemila, si è dato un significato per cui la contiguità culturale deve per forza esprimersi in unità religiosa, politica, militare, legislativa e ultimamente di compagine statale. Chi fa parte del Russkiy mir non si può pensare indipendente rispetto a questa peculiarità monolitica. Parlare di “operazione militare speciale’’ presuppone che l’Ucraina non può che essere parte del Russkiy mir e concepirsi come tale. Peccato che nel 1991 Mosca acconsentì all’indipendenza di molte delle ex repubbliche sovietiche. E poi l’Accordo di Budapest, anno 1994, vide la Russia stessa – con Stati Uniti e Gran Bretagna – tra i garanti di indipendenza e unità territoriale dell’Ucraina in cambio della riconsegna di tutto l’arsenale nucleare sovietico.

Ma prima di questa virata verso la riunificazione del Russkiy mir, davvero Putin è stato vicino a entrare nell’orbita dell’Occidente? Che cosa non ha funzionato?

Non sono un analista geopolitico, posso solo richiamare un ricordo personale. Nel 1997 si tenne alla Fondazione Agnelli a Torino un convegno sull’allargamento dell’Europa verso est. Alcuni dei relatori, non solo russi ma anche occidentali, misero in guardia da un fatto: l’ingresso in Europa chiedeva ai paesi dell’Est l’accettazione di tutto l’acquis communitaire, quel complesso di princìpi e regole che già il patrimonio normativo dell’Unione offriva; ma per i paesi dell’Est che venivano dall’esperienza del Patto di Varsavia e dell’influenza sovietica, e che ancor prima avevano avuto una loro storia, questo significava non tenere conto che lo sviluppo delle idee e dei concetti giuridici non è stato sempre identico al nostro, per esempio riguardo al rapporto tra Stato e Chiese. E sappiamo molto bene come è andata in Europa occidentale la partita sul riconoscimento delle radici cristiane del continente…

Anche papa Wojtyla aveva previsto queste difficoltà.

Quando Giovanni Paolo II parlava della necessità di “respirare con due polmoni” e di un’Europa che va “dall’Atlantico agli Urali”, incitava a riconoscere una complementarietà non solo della tradizione cristiana ma anche del modello di pensiero dell’Europa dell’Est. Tutto questo però è stato largamente disatteso ed è prevalsa purtroppo una visione che – come fu detto anche da alcuni esponenti del mondo euro-atlantico – voleva ridurre la Russia a una potenza regionale.

A proposito di rapporto tra Chiesa e Stato: il patriarca di Mosca Kirill ha scandalizzato il mondo elevando la guerra di Putin su un piano «metafisico» per giustificarla. I russi credono davvero che si tratti di una crociata per la difesa dell’ortodossia cristiana? I numeri non dicono forse che anche in Russia il cristianesimo è ormai un arnese del passato?

L’ultima statistica attendibile sulla diffusione delle religioni in Russia, risalente al 2012, vedeva attestarsi al 42 per cento la percentuale di quanti si dichiaravano cristiani ortodossi, ma solo il 3 per cento si dichiarava partecipante regolare alla vita delle parrocchie. Questo conferma che l’appartenenza all’ortodossia è percepita maggioritariamente come dimensione culturale, non tanto come adesione che implica il coinvolgimento di tutta la persona in un rapporto vivo con Cristo e i sacramenti. Prevale ancora una percezione della Chiesa ortodossa come baluardo di una visione tradizionale patriottica valoriale. È un problema enorme: guai a ridurre l’esperienza cristiana all’affermazione di valori, dimenticandone la natura di rapporto e imitazione di Cristo. Questo, peraltro, lo dice la stessa cultura e tradizione ortodossa russa. Pensiamo a Dostoevskij, quando scriveva: «Se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori della verità ed effettivamente risultasse che la verità è fuori di Cristo, io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità». O quando l’Anticristo di Solovëv domanda allo starets Giovanni: «Cosa avete di più caro nel cristianesimo?». E lui replica: «Cristo stesso».

Che rapporto c’è tra Chiesa e Stato in Russia?

La Chiesa ortodossa non ha praticamente mai avuto un periodo di libertà nei confronti del potere politico in Russia, e questo è un tema che non ha ancora trovato uno spazio compiuto di elaborazione. Mentre per esempio nei testi di Bartolomeo I di Costantinopoli, ma anche di Atenagora (il patriarca che con Paolo VI abolì le scomuniche reciproche del 1054), si trovano riflessioni sul rapporto con il potere che passano attraverso una reale teologia della croce, e che hanno prodotto anche cambiamenti di percezione non da poco, per altro fondati sulla riduzione a esigua minoranza patita da Costantinopoli, quella della Chiesa ortodossa russa è ancora in gran parte una teologia imperiale.

Come sono percepite le posizioni di Kirill all’interno dell’ortodossia?

Venerdì 27 maggio il Concilio dei vescovi ortodossi dell’Ucraina ha adottato una risoluzione per la piena e totale autonomia e indipendenza dal patriarcato di Mosca. Se si consolidasse questa idea, il rischio per Mosca è di perdere almeno un terzo delle sue parrocchie. E almeno due vescovi del patriarcato di Mosca residenti in Europa hanno criticato le posizioni di Kirill. Insomma un inizio di dibattito c’è. Quanto ai rapporti con le altre Chiese ortodosse, la rottura tra Mosca e Costantinopoli data dal 2018-’19, da quando il Patriarcato di Costantinopoli ha riconosciuto una Chiesa autocefala in Ucraina. Mentre il Patriarcato di Mosca persegue azioni che si inquadrano in un disegno ben preciso, ad esempio costituendo diocesi ortodosse russe in Africa, in consonanza con l’azione economica e politica della Federazione russa nel continente.

E i cattolici come devono guardare al travaglio di queste Chiese? Colpisce un’altra sottolineatura che lei ha fatto pubblicamente più volte: che per il Concilio Vaticano II l’ortodossia può essere a tutti gli effetti una strada per la salvezza degli uomini.

Noi cattolici non possiamo limitarci a riscontrare le divisioni e le difficoltà dei fratelli ortodossi come se non ci toccassero da vicino, o peggio come la conferma di una nostra maggiore “giustezza”. Rimane vero al contrario che la sofferenza di un membro, dice san Paolo, è la sofferenza di tutto il corpo. Va fatto tutto quello che possiamo perché si instauri un affetto, una vicinanza reale e fattiva. Per esempio riconoscendo che le molte chiese ortodosse esistenti in Italia contribuiscono di fatto a manifestare il volto del cristianesimo nel nostro paese. Siamo chiamati a costruire la vita della comunità cristiana – secondo le possibilità che abbiamo – insieme con questi fratelli.