Per contare nel mondo si deve pensare in grande

Passione per la conoscenza e amore della bellezza sono le coordinate principali sulle quali costruire una nuova classe dirigente

Che in un’Italia sofferente e resa ancora più fragile da questa pandemia, si discuta di formazione delle classi dirigenti lo considero un segno importante.Nel dibattito, aperto da Ferruccio de Bortoli, si sono avuti contributi importanti. Considero magistrale, fra gli altri, quello di Ernesto Galli della Loggia, che condivido totalmente. Vorrei provare a dare sostegno ad alcune sue conclusioni dal mio punto di vista, cioè quello di uno scienziato. Penso che le coordinate principali sulle quali costruire una nuova classe dirigente per il nostro Paese possano essere definite da due assi fondamentali che, per semplicità, chiamerò passione per la conoscenza e amore della bellezza.

Sul primo punto non credo ci sia bisogno di argomentare troppo. Tutti sanno che questa crisi ridefinirà nel mondo ruoli e gerarchie e solamente Paesi capaci di produrre innovazione e conoscenza potranno giocare un ruolo. Nonostante tutto, su questo piano, le condizioni di partenza del nostro Paese non sono male. Non in tutte le discipline, ma sicuramente in alcuni settori tecnico-scientifici, le nostre università forniscono una formazione eccellente e continuano ad attrarre giovani menti elastiche e appassionate che brillano in ogni ambiente. Questo patrimonio costituisce la nostra risorsa principale in un’economia mondiale che sarà sempre più caratterizzata dal ritmo incalzante delle innovazioni. Creare nuove tecnologie, inventare soluzioni inedite, sviluppare un approccio creativo in tutti i campi del sapere sarà la chiave per lo sviluppo di questo secolo.

Meno scontato è il ruolo della bellezza. Pochi si rendono conto di quanto sia importante, per il futuro, saperla riconoscere, essere capaci di apprezzarla e tutelarla. Abbiamo sempre più bisogno di bellezza perché essa sta diventando una risorsa molto scarsa e costituisce un valore aggiunto per ogni prodotto materiale e immateriale, in particolare quelli che consentono i maggiori profitti. Il contenuto estetico delle applicazioni di maggior successo pesa quasi quanto la loro funzionalità tecnica. Saper pensare, progettare e disegnare cose belle, nel mondo di oggi, è essenziale. E questo non vale solo per abiti e scarpe, barche o automobili ma anche per gli oggetti di uso più comune, come lo smartphone; basta vedere la cura che è dedicata al suo disegno e ai dettagli che ne definiscono l’aspetto estetico.

Chi, come noi, ha avuto la fortuna di crescere in città che trasudano bellezza da ogni angolo, per tutto quello che ci hanno lasciato in eredità i nostri antenati, si trova a disporre di un capitale inestimabile. A patto di saperlo riconoscere, apprezzare e di averne cura, mostrandoci così degni del lascito che abbiamo ricevuto. Per questo sono convinto dell’importanza decisiva di una solida formazione umanistica come asse portante dell’intero sistema educativo.

La chiave del nostro futuro è coltivare bellezza e conoscenza e farne la cifra della vocazione con la quale l’Italia si presenta nel mondo. Ma per farlo in maniera coerente occorrerebbe impegnarsi in uno sforzo generazionale di valorizzazione senza compromessi del merito e del rigore. Solo così possiamo trattenere nel nostro Paese i nostri giovani più promettenti e competere con Palo Alto, Boston o Zurigo per attrarre le menti più brillanti del pianeta. Si tratta dei poli mondiali della cultura e dell’innovazione che si contendono i migliori cervelli per alimentare le loro strutture di conoscenza, i grandi poli universitari dell’eccellenza mondiale che alimentano un tessuto industriale e produttivo fra i più profittevoli del mondo.

Cosa sarebbe necessario per provare a battere anche noi questa strada? Anzitutto migliorare le nostre università. Insistere ancora di più sulla qualità di ricerca e insegnamento e sull’internazionalizzazione. Aumentare il peso dei giovani in tutte le strutture dirigenti, ridurre drasticamente l’età media dei nostri professori, dare loro una prospettiva di carriera molto rapida e minimizzare il carico burocratico. E insieme pensare al sistema Paese, farlo diventare un potente polo di attrazione. Un giovane fisico o ingegnere informatico americano che sceglie di lavorare in Italia e si trasferisce da noi con la famiglia sogna città d’arte restaurate e valorizzate in tutta la loro bellezza; amiche di anziani e bambini che devono poter passeggiare in sicurezza ovunque; città dotate di un sistema educativo all’avanguardia fin dalla scuola primaria; comunità di gente socievole e civile attraversate da una intensa offerta culturale, a partire da teatri che offrano spettacoli all’altezza di quelli delle grandi metropoli; buoni collegamenti aerei e ferroviari con il resto del mondo e un sistema sanitario di eccellenza per far fronte agli inconvenienti della vita.

Si capisce subito che avremmo tutte le condizioni di partenza per provarci, ma allora cosa ci manca? Anzitutto la visione, che può nascere solo dalla consapevolezza; e poi l’ambizione, la voglia di pensare in grande, di superare ogni forma di provincialismo, di non accontentarsi del piccolo cabotaggio ma di battersi per giocare un ruolo di rilievo nel mondo. Oggi tutto questo latita eppure, da qualche parte, ci dovrebbe essere ancora traccia di quello spirito che ha segnato la storia del nostro Paese. In fin dei conti sono passati solo pochi secoli da quando gruppi di giovani avventurosi, banchieri, mercanti, o semplicemente avventurieri, si muovevano con tracotanza per tutto il mondo conosciuto per realizzare nuovi commerci, stabilire alleanze e inventare nuovi strumenti capaci di procurare immensi profitti. Quel coraggio che sfiorava la sfrontatezza ha cambiato il mondo intero e reso meraviglioso e unico il nostro Paese. Se ne recuperassimo anche solo una piccola parte e si ricominciasse a pensare in grande e a vedere il mondo come scenario naturale nel quale collocare le nostre ambizioni tutto diventerebbe più semplice