PASQUA/ Il bello di “toccare” con mano la Grazia del Risorto

Tanti accusano il disagio di una Pasqua senza celebrazioni, “deserta”. E se questa strana Pasqua fosse invece un nuovo appello alla nostra fede?

Non sono pochi tra noi quanti si sono chiesti se davvero quest’anno sarà possibile festeggiare la Pasqua: se la visione televisiva di chiese vuote in cui solo i sacerdoti hanno celebrato i riti dell’Ultima Cena, della Morte del Signore e la Veglia Pasquale della Resurrezione possa davvero permettere la condivisione di questi momenti e gesti e renderli nutrimento per la fede. E non è inconsistente il timore che tanti si preparino a vivere una versione pallida e poco consistente delle feste pasquali.

 

E se invece quest’anno ci venisse offerta l’occasione di una profondità inedita dell’esperienza della Pasqua, tale da farci compiere un vero “balzo in avanti” nella coscienza di noi stessi e di Cristo?

 

Sono due le considerazioni che mi spingono a questa confidente speranza.

 

La prima. La Resurrezione, come fatto storico puntuale, avvenne senza testimoni. Nessuno vide il momento dell’uscita di Cristo dal sepolcro: se consideriamo bene il racconto di Matteo (Mt 28,2-4: “Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve. Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite”), che è il più ampio nel descrivere il rotolamento della pietra tombale e le guardie tramortite, vediamo che – in sintonia con gli altri Vangeli – raffigura non il momento della Resurrezione, bensì quello della constatazione, da parte delle donne, dell’evidenza della tomba vuota.

 

Il racconto da cui traggono origine molte rappresentazioni artistiche della Resurrezione – in cui si vede Gesù ergersi sulla tomba scoperchiata recando in mano la croce vittoriosa – proviene dalla rilettura di alcuni testi dell’Antico Testamento e dalle parole del Vangelo di Pietro, uno scritto apocrifo più tardivo rispetto ai quattro Vangeli canonici.

 

 

 

Tutte le testimonianze che i Vangeli ci offrono relativamente alla Resurrezione, invece, la attestano a partire dalle apparizioni di Cristo risorto, mettendo in evidenza due fatti: che è sempre Lui a prendere l’iniziativa, e che queste  apparizione sono sempre un dono di salvezza per chi le riceve, poiché confermano e rendono eterno, invincibile e insopprimibile un rapporto con il Maestro che già esisteva, ma che ora assume un carattere nuovo e definitivo.

 

È questo secondo aspetto che ci testimoniano le diverse tradizioni liturgiche della Chiesa indivisa: gli orientali cantano: “Cristo è risorto dai morti / con la Sua morte calpestando la morte / e donando la vita a quelli che giacciono nei sepolcri”; e ancora: “Sei disceso nella tomba, o Immortale, e hai distrutto la potenza dell’Ade. / Sei risorto vincitore, o Cristo Dio, esclamando alle donne che ti recavano aromi: salve! / e donando la pace ai tuoi Apostoli, tu che concedi a chi è caduto la risurrezione”. Mentre la liturgia latina (romana e ambrosiana antica) inizia la Messa di Pasqua con questo grido di vittoria da parte di Cristo: Resurrexi, et adhuc tecum sum (Sono risorto e sono ancora più con te).

 

Se dunque la Risurrezione di Cristo è totalmente per noi, per ristabilire e rendere inesauribilmente saldo e permanente il Suo rapporto con noi, forse proprio quest’anno, in questa Pasqua così anomala, possiamo coglierne – magari per la prima volta – tutta la portata: perché ci diventa chiaro che solo questo desiderio di lasciarci riafferrare per sempre da Cristo rende possibile – e autentica – la celebrazione di una Pasqua che non si può risolvere, banalizzandola, in una generica “festa della primavera” o “del risveglio della natura”, come tanto spesso ci è stata gabellata in salsa politically correct.

 

Ma c’è una seconda considerazione, ancora più importante, che consiste nel presentarsi, quest’anno, di un’analogia sorprendente. La sera di Pasqua, della prima Pasqua di Resurrezione, Cristo raggiunse i discepoli mentre erano in casa, a porte chiuse, pieni di una paura che non era solo quella di poter essere arrestati dagli esponenti del Sinedrio, ma che si nutriva dalla sempre più chiara coscienza del proprio fallimento: avevano tradito il loro Maestro e Amico. E l’incredulità – o per lo meno la perplessità – con cui avevano reagito (salvo forse Giovanni) all’annuncio delle donne che erano andate al sepolcro, era frutto della paura di aver davvero sbagliato tutto, lasciando prevalere un istinto di conservazione che ora, paradossalmente, li avrebbe portati alla perdizione, se davvero Cristo era risorto. Come avrebbe potuto, infatti, non punire una così patente pusillanimità, una così evidente dimostrazione di essere dei discepoli del tutto inaffidabili?

 

Ma Gesù venne ad incontrarli oltre le porte chiuse: oltre le porte della sala, ma – soprattutto – oltre le porte chiuse del loro cuore e della loro ragione impaurita. E al Suo manifestarsi donò loro una pace che vinse la paura, perché li raggiunse proprio là dove essi non sapevano, non potevano e non volevano darsi pace. Di più: Cristo donò loro lo Spirito (cioè ristabilì con loro la piena comunione rotta dal loro tradimento) e conferì loro lo stesso mandato ricevuto dal Padre (“Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”: Gv 20,21). Li rialzò, cioè, e li rimise in pista con un compito nuovo, che compiva in modo inaudito la vocazione che avevano già ricevuto (e gettato via) e offriva un orizzonte pieno di speranza, capace di ribaltare la loro vigliaccheria nella condivisione della vocazione stessa di Cristo.

 

Anche noi, oggi, celebriamo la Pasqua a porte chiuse. E forse anche per noi chiuse non saranno solo le porte blindate dei nostri appartamenti… Chissà quanti di noi, in questi giorni abitati da molti pensieri e da molte preoccupazioni, hanno avvertito e avvertono un timore e un disagio – magari ancora vago e indistinto – a proposito della propria vita, delle proprie scelte, di come fino ad ora hanno perseguito una sicurezza per sé e per i propri cari – forse a prezzo di più di un compromesso – che improvvisamente è apparsa inconsistente e incapace di salvare dall’angoscia. Non siamo così diversi e lontani dai discepoli chiusi nel cenacolo e nelle loro paure inconfessabili.

 

Ma Cristo è capace di sfondare anche le porte chiuse delle nostre case per raggiungerci e sa scardinare le porte ancora più sbarrate dei nostri pensieri e dei nostri fantasmi, per annunciarci una pace che nessun altro è in grado di offrirci. E di cui è capace di mostrarci – se Lo accogliamo, rispondendo al Suo desiderio di ricongiungersi a ciascuno di noi – i passi, perché questa pace non rimanga un vago sentire, ma si trasformi in una forza – quella dello Spirito – operante e creativa, nella riscoperta di appartenere a un popolo nuovo, da Lui riscattato.

 

Risuoni allora oggi con una verità inedita l’inno che tante volte abbiamo cantato: “Cristo risusciti in tutti i cuori!”. E l’augurio che ci facciamo, è quello di poterLo riconoscere mentre bussa alle nostre porte. Per vederLo compiere quello che un’antica preghiera della Chiesa ci ripete: “Ti sei chinato sulle nostre ferite e ci hai guarito, donandoci una medicina più forte delle nostre piaghe, una misericordia più grande della nostra colpa. Così anche il peccato, in virtù del tuo invincibile amore, è servito a elevarci alla vita divina. Con sorprendente larghezz