Papa: pregare non è mai evadere dalle fatiche della vita, dalla realtà

Missione del cristiano, ha detto Francesco all’Angelus, è “accendere piccole luci nei cuori delle persone; essere piccole lampade di Vangelo che portano un po’ d’amore e di speranza”. In Quaresima un “digiuno” dalle chiacchiere. Una preghiera per i bambini che soffrono per una delle malattie rare.

“Pregare non è mai evadere dalle fatiche della vita; la luce della fede non serve per una bella emozione spirituale”, né ad evadere dalla realtà, perché la missione del cristiano è “essere piccole lampade di Vangelo”. E’ il monito rivolto oggi all’Angelus da papa Francesco, commentando il racconto della trasfigurazione di Gesù, della quale parla il Vangelo di oggi, che esorta ad andare oltre i nostri schemi e “guardare la bellezza del Risorto” anche nei momenti di difficoltà, ma al tempo stesso ammonisce a “guardarci dalla pigrizia spirituale”.

A un migliaio di persone presenti in piazza san Pietro per la recita della preghiera mariana, Francesco ha anche rivolto l’invito a “digiunare” dallo sparlare, dalle chiacchiere. “Vi consiglio – le sue parole – un digiuno, un digiuno che non vi darà fame: digiunare dai pettegolezzi e dalle maldicenze. È un modo speciale. In questa Quaresima non sparlerò degli altri, non farò chiacchiere… E questo possiamo farlo tutti, tutti. È un bel digiuno, questo”.

“La seconda domenica di Quaresima – ha detto – ci invita a contemplare la trasfigurazione di Gesù sul monte, davanti a tre dei suoi discepoli (cfr Mc 9,2-10). Poco prima, Gesù aveva annunciato che, a Gerusalemme, avrebbe sofferto molto, sarebbe stato rifiutato e messo a morte. Possiamo immaginare cosa dev’essere successo allora nel cuore dei suoi amici più intimi: l’immagine di un Messia forte e trionfante viene messa in crisi, i loro sogni vengono infranti, e li assale l’angoscia al pensiero che il Maestro in cui avevano creduto sarebbe stato ucciso come il peggiore dei malfattori. È proprio in quel momento, con quell’angoscia nell’anima, che Gesù chiama Pietro, Giacomo e Giovanni e li porta con sé sulla montagna”.

“Qui, Egli si trasfigura davanti a loro. Il suo volto raggiante e le sue vesti splendenti, che anticipano la sua immagine da Risorto, offrono a quegli uomini impauriti la luce della speranza per attraversare le tenebre: la morte non sarà la fine di tutto, perché si aprirà alla gloria della Risurrezione”.

“Come esclamò l’apostolo Pietro (cfr v. 5) in quel momento, è bello sostare con il Signore sul monte, vivere questo ‘anticipo’ di luce nel cuore della Quaresima. È un invito a ricordarci, specialmente quando attraversiamo una prova difficile, che il Signore è Risorto e non permette al buio di avere l’ultima parola. A volte capita di attraversare momenti di oscurità nella vita personale, familiare o sociale, e di temere che non ci sia una via d’uscita. Ci sentiamo spauriti di fronte ai grandi enigmi come la malattia, il dolore innocente o il mistero della morte. Nello stesso cammino di fede, spesso inciampiamo incontrando lo scandalo della croce e le esigenze del Vangelo, che ci chiede di spendere la vita nel servizio e di perderla nell’amore, invece di conservarla per noi stessi e difenderla. Abbiamo bisogno, allora, di un altro sguardo, di una luce che illumini in profondità il mistero della vita e ci aiuti ad andare oltre i nostri schemi e i criteri di questo mondo. Anche noi siamo chiamati a salire sul monte, a contemplare la bellezza del Risorto che accende barlumi di luce in ogni frammento della nostra vita e ci aiuta a interpretare la storia a partire dalla sua vittoria pasquale”.

“Stiamo attenti, però: quel sentire che ‘è bello per noi stare qui’ non deve diventare una pigrizia spirituale. Non possiamo restare sul monte e godere da soli la beatitudine di questo incontro. Gesù stesso ci riporta a valle, tra i nostri fratelli e nella vita quotidiana. Dobbiamo guardarci dalla pigrizia spirituale: stiamo bene noi, con le nostre preghiere e liturgie, e ci basta questo. No! Salire sul monte non è dimenticare la realtà; pregare non è mai evadere dalle fatiche della vita; la luce della fede non serve per una bella emozione spirituale. Questo non è il messaggio di Gesù. Siamo chiamati a fare esperienza dell’incontro con Cristo perché, illuminati della sua luce, possiamo portarla e farla risplendere ovunque. Accendere piccole luci nei cuori delle persone; essere piccole lampade di Vangelo che portano un po’ d’amore e di speranza: questa è la missione del cristiano”.

Dopo la recita dell’Angelus, Francesco ha ricordato l’odierna Giornata mondiale delle malattie rare. “Nel caso delle malattie rare – ha detto – è più che mai importante la rete di solidarietà tra i familiari, favorita da queste associazioni. Essa aiuta a non sentirsi soli e a scambiarsi esperienze e consigli. Incoraggio le iniziative che sostengono la ricerca e la cura, ed esprimo la mia vicinanza ai malati, alle famiglie, ma specialmente ai bambini. Stare vicino ai bambini malati, i bambini che soffrono, pregare per loro, fare sentire loro la carezza dell’amore di Dio, la tenerezza… Curare i bambini con la preghiera, pure… Quando ci sono queste malattie che non si sa cosa siano, o c’è un pronostico un po’ brutto. Preghiamo per tutte le persone che hanno queste malattie rare, specialmente preghiamo per i bambini che soffrono”.