Papa Francesco a casa di Sistani

Il primo grande atto di Francesco in Iraq è l’incoraggiamento dei cristiani rimasti nel paese dopo anni di persecuzioni da parte dei fanatici. Il secondo grande atto è altrettanto importante ed è l’incontro con il grande ayatollah Ali al Sistani, figura carismatica di importanza eccezionale per tutti gli sciiti dell’Iraq e nella regione.

Il primo atto risuona di più nei paesi occidentali per affinità religiosa – il Papa va a visitare comunità cristiane che sentiamo vicine e che però hanno la sfortuna di vivere in paesi ostili – ed è più rivolto al passato, vuole rimarginare la tremenda ferita aperta dalla guerra di religione dichiarata dagli estremisti. C’è molto interesse su quel fronte. Ma è il secondo atto a essere dirompente in medio oriente e a guardare verso il futuro. Fa parte di una manovra di conciliazione tra i cattolici e il mondo sciita, che però è diviso tra due grandi poli: quello iracheno della città santa di Najaf e quello iraniano della città santa di Qom. Najaf è l’ayatollah Sistani, l’Iran invece è l’ayatollah Khamenei –

e la scelta di Francesco illumina in modo inevitabile un polo e lascia nell’ombra l’altro. Sabato il convoglio scortatissimo di Papa Francesco arriverà a Najaf – a sud della capitale Baghdad, zona che più sciita non si potrebbe – sul viale del Profeta che porta al santuario dell’Imam Ali e si fermerà davanti a un vicoletto troppo stretto per le automobili, dove affaccia la piccola casa dove Sistani vive in affitto da decenni.

L’organizzazione dell’incontro è il frutto di accordi meticolosi che considerano ogni dettaglio. Il Papa farà a piedi trenta metri, entrerà e vedrà Sistani sulla destra. L’ayatollah non si alza mai in piedi per ricevere i visitatori ma farà un’eccezione senza precedenti per accogliere Francesco, si faranno “un segno di mutuo rispetto” e poi andranno verso un sofà blu a forma di L dove passeranno quaranta minuti, molti dei quali a tu per tu senza nessun testimone se non i traduttori. Sistani vive una vita da recluso, riservatissima, non parla in pubblico, di lui ci sono pochissime foto e trasmette i suoi messaggi attraverso rappresentanti. La parola di Sistani tuttavia esercita una presa decisiva sulla maggioranza sciita del paese. Nel 2005 fu lui a legittimare le prime elezioni del dopo Saddam Hussein e a spiegare che gli iracheni dovevano presentarsi alle urne se volevano decidere quale forma dare al paese perché non c’era più un dittatore a prendere le decisioni. Quelle che sembravano un’imposizione artificiale voluta dall’Amministrazione americana divennero elezioni politiche legittime e partecipate.

Negli Stati Uniti un gruppo di cristiani iracheni espatriati raccolse seimila firme per candidarlo al Nobel per la Pace. Nel 2006 fece di tutto per rallentare la carneficina settaria, sciiti contro sunniti, e per sedare la propaganda religiosa. Nel 2011 tagliò i rapporti con il governo di Baghdad per protestare contro la corruzione. Nel 2014 fu Sistani a chiamare a raccolta con una fatwa tutti gli uomini sciiti in età militare per formare brigate popolari e respingere l’avanzata dello Stato islamico, che scendeva dal nord del paese ed era arrivato a ottanta chilometri dalla capitale Baghdad. “Sabr sabr, ya Baghdad”, cantavano allora i fanatici di al Baghdadi: con un po’ di pazienza ti prenderemo. Poco più a nord, a Tikrit, il gruppo estremista aveva catturato un intero collegio militare dell’Aeronautica e aveva ucciso tutti i cadetti e gli altri militari trovati nella base – più di mille persone – e aveva buttato molti cadaveri nel Tigri in modo che la corrente li trascinasse nelle zone controllate dal governo.

L’onta di quella strage e l’appello di Sistani mobilitarono in pochi giorni decine di migliaia di volontari che combatterono nella campagna contro lo Stato islamico. Nel 2019 una fatwa di Sistani decretò la fine politica del primo ministro Adil Abdul Mahdi proprio durante le proteste di piazza dei giovani, che avevano trasformato il centro di Baghdad in un sit-in. Fu la cosa più vicina a un endorsement che il novantenne ayatollah potesse dare a un movimento di piazza di universitari e di clan tribali che chiedeva una riforma del sistema. Niente male per una scuola di pensiero sciita, quella di Najaf, che a volte è stata derisa come al hawza al samita, il seminario silenzioso.

Il ruolo del grande ayatollah iracheno è religioso e assieme politico in modo profondo, come il magistero cristiano non riesce più a essere in occidente. Il Papa avrebbe desiderato ottenere da Sistani la firma sul suo “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, ma non l’avrà. Resta lo stesso un incontro eccezionale – anzi già il fatto che si vedano ha una rilevanza straordinaria. In un paese a maggioranza sciita dove spadroneggiano milizie sciite finanziate da un regime straniero sciita (l’Iran), cosa ci dice che la figura più rispettata dagli sciiti si alza per colloquiare con il capo dei cristiani cattolici? Che i cristiani vanno rispettati e la convivenza con loro onorata – è una garanzia che fa ben sperare nel futuro (ma i persecutori dello Stato islamico erano sunniti e non sciiti).

Nel febbraio 2019 Francesco ha già ottenuto la firma su quel documento di Ahmed al Tayyeb, imam di al Azhar, l’istituto religioso del Cairo considerato il più importante della tradizione sunnita. I sunniti non hanno un vero centro gerarchico che possa guidare tutti ed è per questo che figure come Abu Bakr al Baghdadi – che si è dichiarato Califfo – possono tentare la scalata o comunque illudersi di poterlo fare con guerre sanguinose. Gli sciiti invece, pur non avendo una gerarchia formale come quella cattolica, hanno un sistema più centralizzato e quindi gli incontri e gli accordi hanno più senso. Gli iraniani guardano con risentimento tacito questa visita del Papa a Najaf. A dicembre Ebrahim Raisi, il capo della Giustizia in Iran che per alcuni sarà il successore della Guida Suprema Ali Khamenei, ha tentato di incontrare al Sistani ma non è stato ricevuto.