Panico a Palazzo Chigi. Conte: “Siamo in un cul de sac: responsabili o voto, vero?”

La via stretta dell'avvocato del popolo. Costretto a brancolare tra le incertezze e le mosse degli alleati

Il premier non trova i costruttori e teme di andare sotto sulla relazione di Bonafede. Ribadisce “mai più con Renzi”, ma teme che gli agguati del Pd e soprattutto dei peones del M5s. In serata   arriva da una fonte del M5s un sondaggio di Termometro politico: “Per il 57,2 per cento Conte deve dimettersi”. La luce si spegne a Palazzo Chigi col premier che scrive   la lista degli amici e dei possibili nemici. Le liste quasi combaciano. Sono interscambiabili.

Prima mattina. Giro di telefonate dopo la lettura dei giornali. “Eppure è  tranquillo. Dice che   ci sono…”. Si ripetono  Andrea Orlando e Goffredo Bettini   dopo aver parlato  con Giuseppe Conte. Sono sconvolti, i due consiglieri di Nicola Zingaretti. Perché la situazione invece è drammatica:  non ci sono, i responsabili.   Altro che “A-iu-ta-te-ci”.  Italia viva regge. Luciano Nobili, per il M5s il Sandro Bondi di Matteo Renzi, pubblica una foto dei parlamentari di Iv tutti abbracciati.  Sottinteso: tiè!

I tre centristi, orfani di Cesa, avvistati alla buvette del Senato recitano a mo’ di rosario: “Non ci muoviamo”. Tutto chiaro: la lista dei dieci che avevano dato a Conte di prima mattina era farlocca. Panico.

Qualcuno vada a dirlo al presidente, subito! Ma adesso è impegnato: sta parlando – su Zoom – con i sindacati del Recovery. “Oggi inizia un confronto con le parti sociali che durerà per i prossimi mesi”.

Annamaria Furlan (Cisl), Pierpaolo Bombardieri (Uil) e Maurizio Landini (Cgil) silenziano il microfono e si scrivono: “Prossimi mesi? Forse non ha capito che è in mezzo a una crisi di governo”. D’altronde tutti i siti aprono con le parole di Bruno Tabacci a Sky: “Il voto è inevitabile se non c’è una maggioranza”. Sarà.

Tabacci è un vecchio diccì che si sta dannando l’anima per creare i costruttori alla Camera (13 si punta a 20), manca però un Tabacci del Senato che fondi un’altra SanPa  dei responsabili (“persone senza prospettive e punti di riferimento che cercano un futuro migliore”) come quella che già c’è a Montecitorio. Un guaio. Ancora più panico. I sindacalisti osservano Conte passarsi l’indice tra il collo e il colletto della camicia più volte. Sudore. Il Pd non aiuta ad abbassare la temperatura: continua a battere sulle urne  se non c’è la maggioranza.  Vampate. (“Potete abbassare i riscaldamenti?”). E mercoledì c’è uno snodo cruciale (si va avanti di mercoledì in mercoledì): la relazione sulla Giustizia di Alfonso Bonafede, quello degli “innocenti non finiscono in carcere”.

Clemente Mastella fa sapere a nome  della moglie, la senatrice Sandra Lonardo, che la signora “è incerta”.  E Maria Rosaria Rossi? Comunque Iv non la voterà la relazione. E nemmeno il centrodestra.

“E se passa per il rotto della cuffia e non arriviamo un’altra volta a 161?”, domanda Conte a un ministro che non dà risposte e rimane con lo guardo allucinato.   Il premier, che non troverà i responsabili ma è sempre accompagnato da performanti occhiaie, capisce sempre di più che rischia di finire in un vicolo cieco. E buio. “Siamo in un cul de sac”, ammette. Non vuole vedere Renzi nemmeno  in cartolina. Ed è sicuro, o meglio così gli fanno credere, che se sarà stallo, se non si non troverà una maggioranza, il Pd e il M5s lo seguiranno a mille all’ora verso il voto anticipato, al posto di tornare con Iv. Tutti insieme. Immolati per Conte. Mentre condivide queste riflessioni, sulle agenzie i parlamentari (che dalla prossima legislatura saranno un terzo in meno) si spaccano sul ritorno di Renzi.

Non solo nel Pd com’è normale, ma addirittura anche nel M5s. Il realismo dei peones grillini, quelli rivedrebbero lo scranno con il binocolo. “Ho paura che si spacchi il Movimento”, riflette Conte. Paralisi. Il premier vorrebbe mettersi a fare scenari. E magari telefonate. Ma ha un incontro con i vertici di  Coldiretti, Confagricoltura, Cia e Copagri. “Se lo annullo do un segnale di debolezza?”. E così parla pure con Alleanza Cooperative. Risatine nervose a Palazzo Chigi. Dove dopo pranzo entra   Bruno Tabacci: vede Bonafede e Di Maio.  Il centrista dice loro che, niente di personale, ma la relazione mercoledì non passerà.

Poi Tabacci esce e dichiara: “Serve un Conte Ter”. Ma ci sono i costruttori? “Se si palesano il premier va al Colle prima di mercoledì”, racconta chi ha parlato con lui. Ancora panico. Bonafede chiede agli uffici: “Ma si può rinviare la relazione?”. Risposta: sì, anzi no, boh. “Vado avanti fin quando  non prendo la sfiducia: poi cado e tutti al voto”. Conte è convinto che poi il Pd lo seguirà, idem il M5s.  Tace Lorenzo Guerini, introvabile Dario Franceschini. In serata   arriva da una fonte del M5s un sondaggio di Termometro politico: “Per il 57,2 per cento Conte deve dimettersi”. La luce si spegne a Palazzo Chigi col premier che scrive   la lista degli amici e dei possibili nemici. Le liste quasi combaciano. Sono interscambiabili.