Pandemia, guerra, fame, siccità. Sembrano le piaghe d’Egitto. Ma ci salveremo

Pure le locuste, sembra arrivare l’Apocalisse. Ma la storia delle catastrofi naturali insegna che il panico non serve. Le soluzioni le conosciamo: più libertà economica e più tecnologia

In questa estate funesta, ci mancavano solo le cavallette in Sardegna per completare la panoplia delle catastrofi. Nell’abbecedario del terrore umano, pochi esseri provocano angoscia come le locuste che migrano in massa portando fame e distruzione. Avevano punito l’arrogante faraone. “Allora Mosè stese il suo bastone sul paese d’Egitto; e l’Eterno fece levare un vento orientale sul paese tutto quel giorno e tutta la notte; come levò la mattina il vento orientale portò le locuste. E le locuste salirono su tutto il paese d’Egitto in gran quantità. Non c’era mai stato un simile flagello prima e non ce ne sarà più un altro” (Esodo 10:13-14). Poi nel giorno di Armageddon puniranno l’intera umanità. La nuvola nera si annuncia con un crepitio minaccioso, oscura il sole e s’abbatte come il  flagello del quinto angelo: “E da quel fumo uscirono delle locuste a cui fu dato un potere simile a quello degli scorpioni sulla terra” (Apocalisse, 9:3).

 

La peggiore è la schistocerca, con due varianti: americana, dominatrice dei deserti nel Far West, e gregaria, che imperversa dall’Africa all’Asia. Ancor più delle consorelle, si muove insieme a milioni di altre: è estremamente fertile, ciascuna ne può produrre ben 500 e le sue uova restano al suolo anche per dieci anni in attesa delle condizioni ideali per schiudersi. La Cina è l’unico paese in cui esiste una documentazione precisa sulle periodiche invasioni di locuste, che risale indietro di tremila anni, quando cioè funzionari imperiali nelle province più lontane hanno cominciato a scrivere sui registri il susseguirsi ciclico, anche se con ritmi variabili, della piaga che distruggeva le risaie e provocava la morte per fame. La Cina imperiale è diventata un immenso archivio la cui abbondanza di dati non è riuscita a trovare il bandolo di una storia che si immaginava ripetibile, quindi immutabile. Perché anche la nuova Cina è infestata dai voraci insetti, sì, la seconda potenza economica che sfida il mondo per collocarsi di nuovo al centro, il Regno di Mezzo. Nell’estate del 2008 proprio mentre Pechino si preparava a celebrare le Olimpiadi, mostrando all’occidente la ritrovata potenza del colosso dai piedi non più d’argilla, l’inesorabile sciame cominciò ad avanzare dalla Mongolia interna, divorando ogni cosa con le piccole ma instancabili mandibole. Il governo cinese decise di mobilitare 33 mila soldati per fermare le cavallette.

 

Nelle campagne del nuorese non è arrivato l’esercito, ma un esperto israeliano. E’ stato scritto che dipende dal clima, troppo torrido troppo presto. Colpa dell’effetto serra. E se fosse vero il contrario? Nils Stenseth dell’Università di Oslo ha condotto una ricerca su questo fenomeno e ha concluso che sono in gioco numerosi fattori, dalla temperatura, alla struttura della piovosità fino al verificarsi di eventuali alluvioni. Lo scienziato ha analizzato i numerosi resoconti delle invasioni di locuste presenti nella letteratura cinese fin dall’anno 957. Stenseth ha poi correlato questi dati con i valori relativi alle temperature del tempo basandosi sugli anelli di crescita degli alberi e sulla composizione e conformazione dei sedimenti lacustri. Dall’analisi è risultato appunto che, su una scala temporale dell’ordine del decennio, il numero medio di locuste sarebbe diminuito in presenza di temperature più elevate. Secondo lo studioso norvegese, il riscaldamento globale potrebbe quindi contribuire ad alleviare il problema rappresentato dalle locuste nelle pianure dell’Asia centro-orientale, ma solo se la struttura delle precipitazioni somiglierà a quella che ha potuto rilevare nelle serie storiche. Dunque, nemmeno le sue indagini certosine hanno raggiunto un’adeguata attendibilità scientifica.

 

Il rapporto con le trasformazioni ambientali esiste, ma non sappiamo ancora bene calcolarlo. Il combinato letale di anidride carbonica e altri gas trattiene troppo calore solare, eppure le cronache ci raccontano che nel lontano 1540 l’Europa fu colpita da ben 11 mesi di caldo torrido: i fiumi si prosciugarono e le ubertose pianure del centro-nord divennero aride steppe. Non circolava nessun motore a scoppio, il petrolio non serviva nemmeno a illuminare le case. La storia del clima è breve, troppo breve per metterla a paragone con la storia degli uomini, e crea più dubbi che certezze.

 

La calura porterà piogge devastanti con temporali, grandine, bombe d’acqua, alluvioni; dopo la siccità, la fame, la guerra, la pandemia, quale altro cavaliere dell’Apocalisse ci strapperà dai nostri sogni opulenti? Siamo fatti d’acqua, non della stessa materia dei sogni, è meno poetico, ma più reale, cerchiamo l’acqua fonte di vita eppure la temiamo più di ogni altro evento della natura con la quale non riusciamo a stabilire la grande alleanza promessa dall’Eterno. “Poi il Signore disse in cuor suo: ‘Mai più tornerò a maledire la terra a causa dell’umanità, perché i piani del cuore dell’uomo sono malvagi fin dalla giovinezza, né mai più tornerò a colpire ogni essere vivente, come ho fatto’” (Genesi 8: 21). Dio si rivolse a Noè e ai suoi figli: “Quanto a me, ecco, io stabilisco la mia alleanza con voi e con tutte le creature viventi che sono con voi… Non sarà più eliminato alcun mortale dalle acque del diluvio, né più ci sarà il diluvio per distruggere la terra” (Genesi 9: 9-10). Dunque, “siate fecondi, moltiplicatevi, e riempite la terra”, ma non distruggetela e non distruggetevi tra voi. Toccherà all’uomo rispettare l’alleanza, tocca a lui decidere per se stesso e per il creato. Il Signore non si ritira nell’alto dei cieli, ma ci lascia l’arbitrio e la libertà. Che cosa ne facciamo?

 

Lo scienziato americano Jared Diamond nel suo libro più noto “Armi, acciaio e malattie”, una storia prima della storia a noi finora conosciuta, racconta come, a partire da 70 mila anni fa, gli uomini anatomicamente moderni si diffusero via via in tutto il pianeta. In questa espansione sterminarono tutte le grandi specie di mammiferi della preistoria come il mammut in Eurasia e nelle Americhe, i marsupiali giganti e certi enormi uccelli senz’ali simili a struzzi in Nuova Guinea e in Australia, il moa in Nuova Zelanda e in America elefanti, cavalli, cammelli e bradipi giganti. L’uomo cacciatore e pescatore, dunque, ha spezzato il patto di Noè? “Queste estinzioni in massa produssero un risultato irrevocabile: da interi continenti scomparvero tutte o quasi tutte le specie di mammiferi che si sarebbero potute addomesticare e allevare in epoca successiva, quando se ne sarebbe presentata la necessità”, chiosano Luca e Francesco Cavalli-Sforza nella prefazione. Poi diecimila anni fa a partire dal Medio oriente, dalla “fertile mezzaluna”, si sviluppa l’agricoltura con la quale l’uomo cambia se stesso (nascono le prime istituzioni sociali, viene introdotta la scrittura) e cambia la natura. Gli agricoltori neolitici si dimostrano genetisti capaci, “e così nell’arco di settemila anni la pannocchia di granturco passa da una lunghezza di un centimetro alle dimensioni attuali”. Da fine Settecento è l’industria a segnare una nuova frattura e una nuova alleanza, che ha portato benessere e sviluppo come mai nella storia. Ma ancora una volta si tratta di un equilibrio mobile, mai uguale a se stesso, sempre in eterna trasformazione. Adesso la civiltà post-industriale s’è data un immenso compito: rinnovare il patto biblico su basi scientifiche, non più metafisiche. E’ il senso della Grande Transizione verso un nuovo modello di sviluppo (evitiamo per pudore le parole tra noi leggere: resilienza, sostenibilità, digitalizzazione).

 

La Natura ci sfugge, dunque. Da millenni l’uomo s’arrovella per scoprire le leggi che la regolano e per controllarle. Ha trovato, da Galileo in poi, una intelaiatura matematica che, tuffandosi negli abissi dell’infinitesimamente piccolo, si presenta sempre diversa, mentre l’infinitesimamente grande trasforma la terra in un granello incastonato nel nulla. E al povero islandese che la sfugge perché non riesce a conoscerla, la Natura appare sotto forma di una donna bella e terribile. Alle sue domande dà una risposta sprezzante quanto vera: “Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra?  Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità”.

 

Alexander von Humboldt, viaggiatore, filosofo, naturalista tedesco precursore di Charles Darwin e secondo molti antesignano dell’ecologismo, non la pensava come il suo contemporaneo Giacomo Leopardi, ma entrò in confusione di fronte allo scatenamento selvaggio degli elementi lungo l’Orinoco e nella foresta amazzonica. La sua idea del rapporto olistico tra uomo e natura vacillò: scimmie urlatrici, serpenti, giaguari, il curaro e le frecce lanciate dalle cerbottane degli indigeni, “la foresta pullulava di vita”, scrisse, ma anche di morte. Non era il paradiso terrestre, “l’età dell’oro è finita”, ammetteva Humboldt. Gli animali avevano paura l’uno dell’altro e lottavano per prevalere, le piante rampicanti strangolavano gli immensi alberi, lì “non c’era la mano dell’uomo”, ma la lotta per la sopravvivenza il cui esito non era affatto scontato.

 

Il poeta di Recanati non aveva scelto a caso un islandese per il suo dialogo. Un gruppo di ricercatori della Rutgers University ha studiato a lungo la serie di eruzioni che si verificarono in Islanda tra il 1783 e il 1784 e lasciarono a lungo una fortissima impressione: la terra sputò 12 miliardi di metri cubi di lava e oltre cento milioni di tonnellate di ossidi di zolfo, provocando un inverno freddissimo nell’emisfero settentrionale e una grave carestia che divenne particolarmente disastrosa in Egitto. Fu l’anno in cui la laguna di Venezia divenne un’immensa lastra di ghiaccio. L’immagine più bella è nel Casanova di Federico Fellini con la polena della nave imprigionata nel Canal Grande. E dalle falde di un altro vulcano allora in piena attività, il Vesuvio, arriva la meditazione più dolente nella leopardiana Ginestra, un canto che tuttavia dischiude un messaggio di speranza: proprio dalla consapevolezza dei limiti umani nasce quel sentimento di solidarietà di fronte al “comun fato” (“simpathy” l’aveva chiamata Adam Smith), che “tutti fra sé confederati estima gli uomini (…) negli alterni perigli e nelle angosce della guerra comune”.

 

Catastrofi naturali e catastrofi sociali, una loro rassegna, in base a quel che sappiamo già, riempie una intera biblioteca. E non solo nel “buio medioevo” che poi così buio non fu, perché nemmeno il ricchissimo Luigi XIV riuscirà a vincere la fame. Anzi, saranno due terribili crisi alimentari a segnare l’eclissi del re Sole: nel 1693 si estese anche ai Paesi Bassi, mentre tre anni dopo in Finlandia morì di inedia un terzo della popolazione; e nel 1709 la fame cancellò un milione di francesi. E in Irlanda continuavano a divorarsi a vicenda: nel 1583 e ancora nel 1745. Nonostante l’arrivo della patata dalle Americhe avesse a lungo supplito alla periodica distruzione dei raccolti nell’Europa del nord.

 

La Grande Carestia durò tra il 1845 e il 1849, colpa della peronospora, un fungo che s’attacca ai tuberi, ma il nazionalismo irlandese gettò la responsabilità sulla politica agricola inglese. Nell’isola si coltivava una qualità chiamata Lumper, a elevata produttività, ma vulnerabile, tanto che in due occasioni, nel 1816 e nel 1820, si erano  già manifestati veri e propri crolli nel raccolto. Quando arrivò per cause oscure la phytophthora infestans, nessuno capì cosa fosse né la pericolosità del misterioso infestante, nemmeno la commissione di scienziati inviata dal primo ministro britannico, il conservatore Robert Peel. Anno dopo anno, la situazione andò peggiorando e gli irlandesi proposero di bloccare l’esportazione di cereali e consumare il prodotto localmente, ma i proprietari terrieri, tutti britannici, si opposero. L’alternativa era far affluire grano aumentando l’importazione dagli Stati Uniti, ma questa volta a impedirlo erano le corn laws, le leggi protezioniste, pilastro della politica tory, contro le quali si era battuto l’economista e uomo d’affari David Ricardo. Nel 1846 cominciarono le prime febbri. E fu una strage. Intanto, partivano i bastimenti carichi di disperati diretti nella terra di tutte le opportunità per “spezzare le catene della povertà”, come recita una ballata popolare. “I disastri dell’Irlanda” ispirarono a Carlo Cattaneo un saggio pubblicato nel 1860 sul Politecnico, in difesa della “libertà economica”, pilastro del suo pensiero tanto quanto il federalismo. Non sono ricordi da topi di biblioteca. Cosa sta facendo l’India con il grano se non chiudere le proprie frontiere e peggiorare così la crisi aggravata dall’invasione russa in Ucraina?

 

Uomo e natura, l’eterna ricerca di un equilibro che è sempre un punto più avanti di quello raggiunto con tanti sforzi. Prendiamo l’acqua e la siccità. Più si entra nel merito allontanandosi dalla dimensione teologica, più si scopre tutto quel che si poteva fare, ma non si è fatto e forse è arrivato il momento di realizzare, anche grazie ai finanziamenti dell’Unione europea: non solo tappare i buchi che disperdono il 40 per cento delle risorse idriche incanalate, ma trovare soluzioni a monte per evitare che l’acqua manchi. Gli invasi, ad esempio, che consentono di conservare meglio le risorse esistenti, la ricerca di fonti sotterranee che non mancano in un paese montuoso come l’Italia, ma esistono anche sotto le poche pianure nate dai fiumi. E che dire della dissalazione? L’acqua marina per una penisola che s’allunga tra le onde è una risorsa da sfruttare tanto più se andiamo incontro a un lungo periodo di piogge scarse e imprevedibili. Israele ne ha fatto la linfa vitale per la sua agricoltura super tecnologica e di alta qualità, l’arida Spagna vi ricorre ampiamente. L’Arabia Saudita, nel suo tentativo di uscire dalla monocoltura petrolifera, ha costruito grandi impianti. Il 10 giugno, quindi già in piena siccità, è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la legge n. 60 del 17 maggio cosiddetta “salva mare” che riduce a casi eccezionali il ricorso a dissalatori, vincolandoli a una rete di eccezioni e autorizzazioni che in pratica li rendono impossibili. La produzione è oggi solo lo 0,1 per cento del prelievo di acqua dolce. Lo sviluppo è limitato a impianti di dimensioni medio-piccole, che si trovano prevalentemente in Sicilia, Toscana e Lazio. L’ultima legge crea altre barriere pressoché insormontabili anche se, grazie al progresso tecnologico, i costi per gli impianti di dissalazione sono diminuiti negli ultimi anni: oggi oscillano tra 0,6 e 1,6 dollari per metro cubo. I punti critici del processo sono gli elevati consumi energetici e lo smaltimento dei residui, ma il ricorso alle rinnovabili con eolico e solare combinati tra loro può costituire un punto di svolta secondo i tecnici, non secondo i parlamentari.

 

Il passaggio alla crisi energetica è immediato. Sono tornati gli anni 70, torneranno il razionamento e le domeniche (o magari i weekend) a piedi: il ritornello è sempre lo stesso e sempre più populista. Eppure le differenze sono enormi e positive: nel 1972 per produrre un dollaro di pil occorrevano 850 barili di petrolio, oggi ne bastano 250. Allora perché la benzina costa molto di più? Attenti, anche qui, allo sguardo distorto dalla distanza. Se eliminiamo gli effetti dell’inflazione o se calcoliamo il peso di un litro di carburante sul paniere dei consumi, la prospettiva cambia in modo radicale: oggi in media spendiamo molto meno al netto delle accise imposte dal governo (in Italia come nella maggior parte dei paesi), ma anche calcolando il peso delle tasse la situazione non è peggiore. La crisi c’è, sia chiaro, tuttavia diverse sono le sue cause e diverse le ricette. L’Economist nella storia di copertina della scorsa settimana ci invita ad affrontarle in modo razionale. Non esiste la soluzione assoluta né quella perfetta, si tratta di andare avanti con flessibilità, mettendo in campo una ricca e varia cassetta degli attrezzi, però non è affatto scontato che le difficoltà odierne provocate sia dall’aggressione russa sia dalla sfasatura tra una domanda crescente e una offerta rigida, bloccheranno la transizione energetica. E’ probabile che la marcia verrà rallentata, ma molto dipende dalla durata stessa della guerra in Ucraina e dalla rapidità nella sostituzione del gas russo con altre fonti e altri fornitori. Dovranno cadere alcuni tabù, prima di tutti quello che blocca nuovi impianti nucleari. “Il grande choc energetico del 2022 è una calamità – scrive il settimanale britannico. Tuttavia potrebbe essere anche il momento in cui migliori politiche governative possono innescare gli investimenti necessari a risolvere il conflitto tra sicurezza energetica e sicurezza ambientale”.

 

Ottimismo della volontà? Forse, ma lo stesso approccio può essere utilizzato per la crisi del grano. E’ davvero necessario che oltre la metà di frumento e granturco prodotti nel mondo venga mangiata dagli animali? Nel 2019 i maiali hanno trangugiato 431 milioni di tonnellate di grano il 45 per cento in più di quelle consumato dall’intera popolazione cinese. Quel cibo si trasforma a sua volta in latte, uova, carne, rientra nella catena alimentare, ma fino a che punto? Di cento calorie provenienti dal grano ruminato da una mucca solo tre diventano bistecca. Ci sono alternative, altre se ne possono trovare, però bisogna compiere delle scelte. E torniamo così al patto dell’arcobaleno e al suo messaggio, torniamo all’uomo e al suo arbitrio. La pandemia è la cartina di tornasole. Per due anni abbiamo combattuto in difesa prima con misure organizzative rozze anche se obbligate, poi con i vaccini. La moltiplicazione delle varianti al virus originario, il Sars Cov-2, ci ha messo davanti al classico dilemma tra lo scudo e la lancia, per quanto spessa è la protezione che abbiamo costruito, il nostro avversario è in grado di usare una punta più penetrante, un’arma più affilata. A questo punto si tratta di passare al contrattacco, trovando gli strumenti sociali e quelli tecnico-scientifici in grado di contenere e prevenire, così che il virus, diventato endemico, si depotenzi o s’avvii alla propria estinzione. Dunque, nuovi vaccini ad ampio spettro e comportamenti collettivi consapevoli, che ubbidiscano al principio di socievolezza senza il quale è impossibile esercitare anche la nostra libertà. E’ una sfida ancor più difficile, ma non è una missione impossibile.

 

Anche impedire che prevalga la sopraffazione è difficile, ma non impossibile. Il discorso pronunciato alla radio il 3 settembre 1939 da Giorgio VI re d’Inghilterra andrebbe riletto o riascoltato (basta rivedere il bel film di Tom Hooper). Ci sono due passaggi che dovrebbero essere imparati a memoria: “Siamo stati costretti a un conflitto, poiché siamo chiamati, insieme ai nostri alleati, ad affrontare la sfida di un principio che, se dovesse prevalere, sarebbe fatale per ogni civiltà mondiale. E’ un principio che permette ad uno stato, nella sua egoistica ricerca del potere, di trascurare i propri contratti ed impegni solenni, che autorizza l’uso della forza nei confronti della sovranità e indipendenza degli altri stati… i popoli del mondo sarebbero tenuti sotto una schiavitù del terrore, e verrebbe posta fine a ogni speranza di pace duratura e di sicurezza, di giustizia e di libertà tra le nazioni”. Parole che ci riportano a Noè. Anche quell’alleanza biblica tra Dio e gli uomini raffigurata dai sette colori dell’arcobaleno ha delle condizioni. La più drammatica riguarda la proibizione dell’omicidio: “Chi sparge il sangue dell’uomo per mezzo di un altro uomo il suo sangue sarà sparso, perché a sua immagine Dio ha fatto l’uomo”. Sono parole terribili interpretate come la suprema giustificazione della legge del taglione. I biblisti più attenti le leggono come la originaria formulazione del principio della pena commisurata alla colpa che nell’antichità troviamo anche nel codice di Hammurabi e nel diritto romano. Oggi il mitico patto s’è rotto di nuovo e come altre volte nella storia può essere rinnovato, ma guai a chi sparge il sangue dell’uomo per mezzo di un altro uomo.