Outlook / Usa, Trump alla prova dell’epidemia e della Cina

Il Wall Street Journal è una delle espressioni della "destra intelligente": spesso critica Trump, ma senza abbandonarsi agli eccessi del giornalismo militante e "resistenziale" che detta legge a sinistra. Perciò va letto l'approfondito riesame che fa oggi dei lockdown. In sostanza, passando in rassegna il parere di molti esperti nel mondo intero, l'inchiesta conclude che i lockdown sono stati uno strumento troppo grossolano, dai costi economici eccessivi.

Le strategie vincenti – ancora poco studiate in Occidente – sono quelle di Taiwan, Corea del Sud, Hong Kong e Giappone: nessuno ha adottato lockdown e confinamenti severi come in America o in Europa; tutti hanno contenuto contagi e decessi a livelli molto inferiori dei nostri.

Blocco totale dei viaggi con la Cina fin dagli albori del contagio, test a tappeto, tracciabilità dei contatti per i contagiati: purtroppo la strategia dei paesi dell’Estremo Oriente andava adottata con una tempestività che è mancata sia in Europa sia negli Stati Uniti. Però anche il modello svedese, che ha evitato i lockdown, non ne esce troppo male: ha dei dati su contagi e decessi che sono nella media europea, ma ha un danno economico inferiore.

Tutto questo serve anche a capire perché il giudizio degli elettori repubblicani sulla gestione Trump della pandemia non è negativo. Per quanto i suoi messaggi inizialmente negazionisti abbiano generato confusione e ritardi (benché poi la gran parte delle decisioni sui lockdown siano state prese dai governatori, spesso democratici), il punto è un altro: a Trump viene riconosciuta una generica diffidenza verso i lockdown legata al danno economico. Mezza America la pensa come lui. E da qui a novembre, se i contagi continuano a scendere, l’economia conterà più dell’emergenza sanitaria.

STATI UNITI
Negli ultimi mesi la Cina ha aumentato i suoi acquisti di cereali, soia e altre derrate agricole dai coltivatori americani. Il ritmo di aumento di questi acquisti, però, non basta a mantenere le promesse fatte dal governo cinese nell’ambito della “fase uno”, l’accordo di gennaio che consentì una tregua nella guerra dei dazi. In parte questo è anche dovuto ai mesi di semi-paralisi nei trasporti; e al calo dei prezzi delle derrate agricole dovuto alla recessione. Sta di fatto che nel primo semestre le importazioni cinesi di prodotti made in Usa elencati nell’accordo bilaterale hanno raggiunto i 33 miliardi cioè solo il 47% dell’obiettivo prefissato. Xi Jinping non sta facendo un granché per aiutare Trump a fare il pieno di voti tra gli agricoltori del Midwest. E di conseguenza i toni polemici alla convention repubblicana contro la Cina sono destinati a durare. Trump è convinto che il suo braccio di ferro con Xi Jinping è uno dei punti di forza per rimontare su Joe Biden.

ASIA
J.P. Morgan corregge in senso ottimista la sua previsione sulla crescita cinese nel 2020: a fine anno secondo la banca americana il Pil cinese sarà cresciuto del 2,5% (ad aprile la stessa banca prevedeva +1,3%). Anche la Banca Mondiale e altre istituzioni rivedono al rialzo i loro scenari: la Cina sarà l’unica grande economia a chiudere il 2020 con un segno positivo. Anche se si tratta pur sempre di una crescita modestissima rispetto a quella dell’ultimo trentennio, tuttavia questo significa che si accorciano i tempi dell’aggancio-sorpasso cinese sugli Stati Uniti, visto che il Pil americano dovrebbe scendere dell’8%. Una ricaduta politica è l’ulteriore rafforzamento dell’autostima della classe dirigente di Pechino, sempre più convinta che il suo modello politico è superiore al nostro.

In quanto alle contromisure per proteggere l’economia cinese dalla guerra tecnologica con gli Stati Uniti e dalle sanzioni di Trump, Xi Jinping ha affrontato la questione indirettamente in occasione di un recente convegno di economisti a Pechino. Xi ha messo l’accento sulla necessità di accelerare il balzo tecnologico delle aziende cinesi: questo sarà uno dei temi centrali nel prossimo piano quinquennale 2021-2025. Il nuovo motore trainante dello sviluppo è l’innovazione tecnologica, l’economia digitale. A gran velocità la Cina vuole mettersi alle spalle la sua funzione di “fabbrica del pianeta”. Non è un appello all’autarchia, ma la presa d’atto che il mondo sta cambiando e la Cina vuol essere attrezzata per la nuova fase.

EUROPA
Sale il rischio di una nuova crisi mediterranea per l’Europa, ma stavolta non c’entrano le finanze pubbliche dei paesi del Sud: il problema è la Turchia. I ministri degli Esteri dell’Ue si riuniscono questo giovedì e venerdì a Berlino: al centro del summit ci sono le esplorazioni energetiche della Turchia e le sue manovre navali nel Mediterraneo orientale. La tensione continua a crescere, con la Francia che ha schierato altre navi militari a sostegno della Grecia. Erdogan non si fa intimidire, e minaccia rappresaglie se qualcuno osa interferire con le sue operazioni di ricerca nell’Egeo. Parigi, Atene e Nicosia spingeranno per nuove sanzioni contro la Turchia. Tocca alla Germania mediare per evitare il peggio. La Merkel ha molte ragioni per mantenere un rapporto decente con Erdogan: vasta comunità d’immigrati turchi in Germania, controlli dei flussi di profughi, relazioni commerciali.

OUTLOOK
L’Europa torna ad essere corteggiata dalla Cina: in questi giorni il ministro degli Esteri Wang Yi visita Italia, Olanda, Norvegia, Francia e Germania. Nonostante tutti i malumori verso Trump, i governi europei si stanno allineando con Washington nella guerra fredda, a cominciare dal dossier 5G. Per Pechino non è un danno da poco “perdere l’Europa”. Wang è in una missione strategicamente importante, per tentare almeno di contenere i danni. Occhio a quel che vorrà/potrà offrire agli europei.