Onu: una “libertà religiosa” che aggredisce le religioni

Un documento sulla libertà religiosa che aggredisce la libertà religiosa. È questo il giudizio senz’appello che la Santa Sede pronuncia di fronte al rapporto annuale, ufficialmente identificato con la sigla A/HRC/43/48, che è stato presentato alla 43esima sessione del Consiglio per i diritti umani dell’Onu.

Un documento sulla libertà religiosa che aggredisce la libertà religiosa. È questo il giudizio senz’appello che la Santa Sede pronuncia di fronte al rapporto annuale, ufficialmente identificato con la sigla A/HRC/43/48, che è stato presentato alla 43esima sessione del Consiglio per i diritti umani dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, il 2 marzo, a Ginevra, dal Relatore speciale sulla libertà di religione e di credo.

Il maldiviano Ahmed Shaheed, appunto il Relatore speciale, spiega la ratio del rapporto con un ribaltamento logico degno della sofistica migliore, affermando che «[…] il diritto alla libertà di religione o di credo pertiene ai singoli, non alle religioni» (n. 49), un punto preciso del rapporto, questo, ribadito pubblicamente come nodo centrale del documento, laddove è invece vero non l’assunto contrario di questo, ma il contrario di questo assunto. Non, cioè, che la libertà religiosa tuteli le religioni in quanto tali e non i singoli, ma che essa garantisca sia i singoli sia le religioni intese come insiemi di verità (tali o presunte), dogmi, contenuti teologici, insegnamenti (vincolanti secondo una certa gamma), precetti, direttive morali, liturgie e pratiche. Altrimenti il concetto di religione si rarefà fino a evaporare in una vaga idea di marca razionalista di quel che la religione “dovrebbe essere” (e non è) onde smettere di essere sul serio religiosa e così non disturbare alcuno, anzitutto e soprattutto che ha in astio la religione.

Se quindi la libertà religiosa protegge sia la religione davvero religiosa sia le persone religiose che professano una religione, ma anche (è il dominio esplicitamente coperto dall’incarico del Relatore speciale dell’ONU) che esprima un credo distinto, almeno sul piano logico, da una religione organizzata, è capzioso separare il credente religioso dalla religione che egli professa, ovvero il credente da ciò in cui crede. Farlo significa scollegare le due cose tanto da renderle indipendenti, onde proporre una difesa dell’individuo per presunti motivi religiosi a prescindere però proprio da quegli stessi motivi religiosi. E questo è relativismo, non libertà religiosa, la quale non equivale al diritto di credere a qualunque cosa, fingendo che ogni cosa sia equipollente, o al diritto all’errore, bensì al diritto alla verità: a ritenere cioè la verità possibile, esistente e trasmissibile. Certamente le religioni non sono tutte uguali (nessun credente in una certa religione lo pensa, e il sincretismo è un fenomeno peculiare), dunque a tempo debito e con i modi dovuti si può e si deve intavolare un discorso serio sul piano della teologia delle religioni che lo affronti, ma questo mai a discapito della libertà, di cui ogni essere umano deve godere, di credere nella verità religiosa. Per ciò va protetto il diritto del singolo non in quanto monade, ma in quanto persona che crede in una religione, di ritenere incompatibile con la propria fede una determinata etica. Alla violenza e agli abusi, commessi da un credente o da un non credente, pensa la legge, ma chi oggi patisce limitazioni e anche attacchi sono proprio i credenti, per esempio in tema di “ideologia gender”, e questo è il punto sollevato a gran voce a Ginevra dall’arcivescovo sloveno Ivan Jurkovic, Osservatore permanente della Santa Sede all’ONU.

Davanti al nuovo rapporto Shaheed il presule sottolinea infatti «[…] la grande preoccupazione» del Vaticano, che ne trova «particolarmente inaccettabili e offensivi i numerosi passaggi […] che raccomandano di sacrificare la libertà di religione e di credo alla promozione di altri cosiddetti “diritti umani”», che però «[…] non godono certamente di ampio consenso» e che «[…] dunque costituiscono una sorta di “colonizzazione ideologica” da parte di alcuni Stati e di istituzioni internazionali». Per cui «[…] di fatto il Rapporto è, almeno in parte, un’aggressione sia alla libertà di religione e di credo sia alla libertà di coscienza».

Mons. Jurkovic chiarisce il concetto «[…] ripetendo che la Santa Sede ha sempre inteso “gender” e ogni altra espressione correlata secondo l’uso normale e generalmente accettato del termine in quanto fondato sull’identità biologica di maschio e femmina», come già una volta per tutte affermato dal Vaticano nella Dichiarazione riguardante l’interpretazione del termine «genere» rilasciata il 15 settembre 1995 a conclusione della IV Conferenza delle Nazioni Unite sulla donna, svoltasi a Pechino.

«La mia delegazione», continua il prelato, «non può che denunciare il fatto che il Rapporto sembri meno concentrarsi sulla protezione di uomini e donne, o fedi e credo personali, perseguitati o discriminati (una realtà ancora fin troppo vivida per milioni di persone nel mondo) quanto più invece spingere una visione della società umana in cui non tutti si riconoscono e che non riflette la realtà sociale, culturale e religiosa di molti». Già il Pontefice, aggiunge l’arcivescovo citandone il discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede del 7 gennaio 2019, ha denunciato l’«[…] accresciuta preponderanza nelle Organizzazioni internazionali di poteri e gruppi di interesse che impongono le proprie visioni e idee, innescando nuove forme di colonizzazione ideologica, non di rado irrispettose dell’identità, della dignità e della sensibilità dei popoli».

Chi? La stessa ONU, la lobby LGBT+ mondiale, i governi che la favoriscono con leggi e azioni politiche, e certi noti e danarosi sponsor. A suggerirlo è proprio mons. Jurkovic: «È piuttosto spiacevole», afferma, «ma sempre meno sorprendente, vistane la frequenza, che un Rapporto in tesi stilato per difendere il diritto umano fondamentale e universale alla libertà di religione o di credo, cosi come alla libertà di obiezione di coscienza, aggredisca ora la realtà che dovrebbe invece difendere». È lo smascheramento del sofisma di Shahhed. L’obiezione di coscienza infatti protegge il credente dall’imposizione di scelte morali contrarie al contenuto della fede che quegli professa. Non perché si debba proteggere la non-verità di una fede, ma perché è diritto insopprimibile della persona quello di credere che la fede possa comunicare la verità. Tant’è che l’obiezione di coscienza è l’ultimo bastione ora sotto attacco.