Oltre il dramma del male. Antidoto alla solitudine

La debolezza della società è la fragilità delle appartenenze. Ci convince che la libertà sia assenza di legami. Rileggendo “Delitto e Castigo”

In questi giorni di grave emergenza l’invito a stare in casa ha una connotazione paradossale. Siamo di necessità sollecitati a prendere le distanze l’uno dall’altro in termini radicali. Un distacco forzato che, provocando l’esperienza amara della solitudine, domanda relazioni nuove, costruttive, finalmente libere dal narcisismo e dal nichilismo.

 

La natura dell’io che può essere compresa solo come io-in-relazione – Devi vivere per un altro, se vuoi vivere per te stesso (Seneca) – affiora in modo acuto all’autocoscienza di ciascuno di noi. Sempre l’uomo sperimenta il valore dell’ideale cui il suo cuore tende, quando è costretto a percepirne la mancanza. La mancanza di una presenza è costitutiva dell’uomo e lo è in modo particolare nell’attuale tragedia. “Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza? (Lagerkvist).

 

Noi comuni cittadini in questo momento abbiamo forse più tempo per pensare, per riflettere e per leggere. Abbiamo bisogno di una compagnia che dilati il nostro orizzonte e lo prepari per il momento in cui, superato questo frangente tragico, potremo riprendere una vita più normale.

Ci possono pertanto venire in soccorso opere imperiture di uomini e di donne che hanno segnato la storia.

 

Tra i compagni di cammino che possiamo incontrare quale antidoto alla solitudine in cui versiamo ho trovato utile riprendere in mano Delitto e castigo di Dostoevskij. In esso, attraversando il dramma del male, soprattutto del male morale, il grande autore ci fa toccare il frutto nobile dell’io-in-relazione: l’amore.

 

Il trittico di “Delitto e castigo”

Il potente affresco del romanzo è dipinto su tre ante, di dimensioni tra loro molto diverse. La prima, circoscritta, è interamente occupata dall’analisi del delitto: dalla genesi iniziale dell’idea nella mente di Raskolnikov al suo ossessivo ingigantirsi, fino all’esecuzione materiale. Nella seconda anta, amplissima, Dostoevskij scendendo nell’abisso dell’animo del protagonista descrive l’emergere – all’inizio fragile e contraddittorio poi sempre più inarrestabile – del rimorso, che lo spinge a costituirsi e, in un certo senso, ad invocare il castigo per potersi liberare dal peso della colpa che lo opprime.

 

Questa analisi occupa la maggior parte del romanzo, perché Dostoevskij – qui come in tutte le sue opere – è insuperabile nello scavare in profondità la radice del male nell’uomo e, fuori dell’uomo, nella stessa potenza demoniaca.

 

La terza è l’anta del riscatto, della risurrezione, condensata nelle poche ma decisive pagine dell’Epilogo.

 

L’inganno dell’ideologia: “Non ho ucciso delle persone, ho ucciso un principio”

 

Il protagonista è un ex studente che vive ormai fuori dall’università, mantenuto con grandi sacrifici dalla madre. Per lui, purché possa riprendere a studiare, la sorella si dispone ad andare a nozze con un uomo ricco che non ama. Raskolnikov, costantemente immerso in una condizione di miseria e in una sorta di accidia, viene abbagliato dalla fiducia illuministica nel progresso che si diffonde a partire dal secondo quarto dell’Ottocento in tutta Europa, e concepisce il progetto di eliminare “come un pidocchio” l’usuraia a cui spesso portava dei piccoli oggetti in pegno. Ai suoi occhi quella vecchia ammalata non è che un essere inutile, addirittura deleterio per la società.

 

Si fa appunto l’idea (o, meglio, si costruisce l’ideologia) che da sempre nella storia coloro che hanno realizzato grandi imprese sono stati capaci di andare oltre ogni norma. Nessuno ha potuto imputare loro la trasgressione della legge, neppure di quella inscritta nel cuore dell’uomo comune, proprio perché, secondo il giovane studente, si tratta di uomini straordinari (si affaccia qui il mito del superuomo, al di là del bene e del male).

 

Che cos’è una vecchia strozzina di fronte all’impresa di un uomo straordinario? Il progresso della storia ha bisogno che questi pidocchi vengano schiacciati. Da qui l’agghiacciante: “Non ho ucciso delle persone, ho ucciso un principio”. Accecata dall’inganno dell’ideologia la libertà si corrompe. Infatti a “con-testare” la libertà, dandole la giusta dimensione, è solo la verità vivente e personale.

 

Libertà-verità: un legame indissolubile?

 

Esiste una presenza (noi la avvertiamo chiaramente) al cuore di ognuno di noi, una legge – la parola è usata nel suo senso più nobile e radicale – inscritta nell’uomo che la grande storia del pensiero occidentale ha sempre riconosciuto come universale ed eterna. Nell’Antigone Sofocle scrive: “Le leggi dei Celesti, non scritte ed incrollabili… non adesso furono sancite, o ieri: eterne vivono; e niuno conosce il dì che nacquero”. Una legge oggettiva, non manipolabile dall’uomo, per cui l’altro è veramente sempre e solo persona come te, per cui la sua vita – la vita di ogni essere umano in quanto tale – e la sua dignità valgono di più di qualunque teoria.

 

Eppure per l’uomo, anche per ognuno di noi, la tentazione dell’ideologia è sempre in agguato. E’ normale. In un certo senso è inevitabile. Tutti noi, infatti, per vivere ci appoggiamo sempre a delle opinioni. Anzi, si può dire che quanto più la mia umanità è ricca e viva, tanto più vivacemente re-agirò alla realtà. Qual è il problema? Non è che queste reazioni od opinioni (l’opinione è una reazione che tende a diventare giudizio) esistano. Il problema è che la nostra libertà, nello spazio del dialogo e dell’amicizia, accetti pazientemente di sottoporle al vaglio della verità.

 

Ma torniamo al romanzo: non appena Raskolnikov realizza l’idea, ormai diventata ossessione, e compie il delitto, dentro di lui accade qualcosa che egli non aveva previsto. Come dice l’etimo della parola rimorso, inesorabilmente scatta una morsa insistente, accanita, che non molla la presa del suo io, finché lo costringe ad auto-accusarsi – nessuno infatti lo accusa – proprio perché l’ideologia urge il suo superamento. L’antidoto all’ideologia è dentro di noi, ma per così dire allo stato embrionale: ha bisogno di qualcosa, o meglio di qualcuno, che lo custodisca e lo faccia crescere.

 

La “ruina” del male

 

Il bene con-viene alla struttura profonda del nostro io (la Bibbia la chiama cuore), il male “ammala”.

 

Raskolnikov, dopo il delitto, cade in uno stato di grave indebolimento e prostrazione fisica che sembra annientarlo. Riprendendo in mano Delitto e castigo ho avvertito molto più chiaramente della prima volta (avevo diciassette anni!) il peso snervante del male che la genialità narrativa di Dostoevskij trasmette fin dalle prime pagine del romanzo. Una lettura indubbiamente affascinante ma che ti toglie il respiro, potente ma anche così invasiva da diventare opprimente. Come un veleno che si sprigiona dal cuore dell’uomo, il male investe persone e rapporti, provocando un impressionante dissesto (Dante parla di ruina) in sé e fuori di sé. Dostoevskij lo descrive in modo inarrivabile soprattutto nella lunghissima seconda parte in cui il lento ma implacabile emergere del rimorso nel protagonista si intreccia con le vicende di una folla di altri personaggi. Da Marmeladov, l’ubriacone padre di Sonja, che costringe la figlia a prostituirsi (la sua storia è la prima smentita dell’ideologia di Raskolnikov) e muore schiacciato sotto una carrozza a cavalli… a Svidrigajlov, un ricco proprietario di provincia, sposato, che invaghitosi di Dunja, la sorella del protagonista, dopo averla sottoposta ad odiosi ricatti, si uccide miseramente… alla stessa Sonja, vittima “vittoriosa” di un male che resta esterno a lei e non riesce ad intaccarla nel cuore.

 

“I nostri atti ci seguono”

 

Il percorso che conduce Raskolnikov dal rimorso al castigo, è attraversato da una lunga esperienza di sofferenza. La più dura di tutte è quella di riconoscersi colpevole, spezzando la catena della menzogna ideologica. E’ questa sofferenza il vero castigo, non la pena materiale. La sofferenza di vedere come, tra le sue mani, si alterano i rapporti con i suoi cari – con la madre, con la sorella, con l’amico Razumichin – o con gli estranei (basta vedere il suo comportamento con gli ispettori di polizia, o con il giovane Mikolàj, che per debolezza si auto-accusa del delitto) … In un certo senso l’espiazione è inevitabile perché, come dice il titolo di un romanzo di Bourget, I nostri atti ci seguono. Non possiamo pensare che il nostro agire non abbia conseguenze. Il delitto domanda il castigo. Prima ancora che la legge esterna e coloro che sono deputati ad applicarla, l’espiazione la esige il tuo cuore. E’ nel tuo cuore la “spia” inequivocabile che qualcosa non funziona, qualcosa non va.

 

Al male che noi compiamo (mi riferisco al male morale, quello di cui siamo responsabili) è sempre connessa una pena, volenti o nolenti. Ed essa implica un tempo.

 

Se tu, alterando gravemente il rapporto con tua moglie, commetti adulterio e ad un certo momento arrivi a confessarglielo, anche se più o meno faticosamente tua moglie ti perdonerà, il tuo rapporto con lei non tornerà immediatamente liscio e tranquillo come prima. E’ necessario del tempo perché la ferita inflitta al rapporto si rimargini e il rapporto venga rigenerato. Un tempo di pena, cioè di fatica e di sofferenza.

 

Dostoevskji scava con ineguagliata profondità questo travaglio che sembra interminabile. Raskolnikov confesserà il delitto prima a Sonja e poi lentamente si deciderà ad accusarsi anche di fronte al commissario di polizia.

 

“Li aveva risuscitati l’amore”

 

L’auto-accusa paradossalmente può aprire la strada alla rinascita, quella del perdono. Il perdono è solo il frutto dello sguardo gratuito dell’altro su di te. Pallida eco della gratuità di Colui che, per amore, “si consegnò liberamente alla morte, e alla morte di croce”. Dello sguardo di chi non ti tace la verità, ma è disposto a condividere con te la via crucis dell’espiazione. Sonja infatti, quando Raskolnikov, prima ancora di consegnarsi alla giustizia umana, le aveva confessato il delitto, gli dice: “Tu hai fatto una cosa contro Dio e contro gli uomini”. Non gli risparmia nulla, ma lo segue in Siberia dove il giovane sconterà la pena. Gli sta vicino in silenzio, sopportando con lui ogni cosa. Nel rapporto tra verità e libertà la sintesi la fa l’amore. Solo l’amore perdonante, che non ha paura della verità, ha la forza di rigenerare l’io: “Li aveva risuscitati l’amore”.
Raskolnikov percepisce per la prima volta quanto quella piccola donna conti per lui quando Sonja è ammalata e per molti giorni non può recarsi al carcere per vederlo, anche solo da lontano. Avvertendo il dolore acuto della sua assenza egli finalmente riconosce di amarla. Così, non appena si possono rivedere, si prostra davanti a lei – “come ciò fosse accaduto neppure lui lo sapeva, ma d’un tratto si sentì come afferrato e gettato ai piedi di lei” –, lui che l’aveva sempre guardata dall’alto, altezzosamente. Si inginocchia e lei lo deve tirare su. E da lì comincia, appunto, la rigenerazione: “Li aveva risuscitati l’amore”.

 

“Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21) dice l’Amore personificato, Colui in cui si radica ogni altro amore. La novità nasce da qui, da qui nasce la vita: “il cuore dell’uno racchiudeva infinite fonti di vita per l’altro”.

 

C’è un’altra frase bellissima, nell’Epilogo del romanzo, che ne spiega tutto il senso: “Alla dialettica subentrava la vita e nella sua coscienza doveva elaborarsi allora qualcosa di completamente nuovo”. La dialettica, l’astrazione, l’ideologia, l’utopia, la teoria imposta alla realtà, il discutere per discutere … è anche il nostro nemico. La dialettica anziché lo spessore dei rapporti, del lavoro, del faticoso e quotidiano costruire, del riconoscere la nostra debolezza e fragilità, del domandare perdono dei nostri peccati…

 

Dunque li aveva risuscitati l’amore. E l’amore afferma appassionatamente la libertà dell’amato, ne spia le mosse, ne aspetta fiducioso i tempi. Impressiona a questo proposito la finissima osservazione che l’autore fa balenare alla mente del protagonista: “In principio egli aveva creduto che [quando sarebbero stati in Siberia le poche volte che poteva visitarlo], ella lo avrebbe tormentato con la religione, che si sarebbe messa a parlargli del Vangelo e a fargli leggere dei libri. Ma con somma sua meraviglia neppure una volta ella aveva cominciato quel discorso, neppure una volta gli aveva offerto il Vangelo”. Evangelico era il suo modo di amare. Evangelica era la fedeltà di Sonja, la sua convinzione che, nonostante l’ostinata, durissima resistenza di Raskolnikov a riconoscere il proprio peccato, valeva la pena amare quell’uomo.
Poi, finalmente, arriva il momento della “resa”. Raskolnikov si lascia amare e progressivamente “contagiare” dalla fede di Sonja e si mette alla sua sequela. “Era stato lui a chiederglielo [il Vangelo], poco prima della sua malattia, e lei gli aveva portato il libro senza una sola parola. Fino a quel momento, del resto, lui non l’aveva nemmeno aperto. Nemmeno adesso lo aprì; ma per la mente gli passò rapido, questo pensiero: possono mai ora le sue convinzioni non essere anche le mie? I suoi sentimenti, le sue aspirazioni almeno…?”.

 

C’è ancora un’osservazione con cui magistralmente Dostoevskij esprime il cambiamento radicale suscitato nell’io dall’amore perdonante: “A tal punto era felice, a tal punto inaspettatamente felice che quasi ne ebbe paura. Sette anni solo sette anni”. Tanti ne mancavano al fine-pena. Prima erano un peso smisurato, adesso quasi nulla. E poi la grande annotazione in positivo. Come era stato lungo e travagliato il tempo del rimorso, del lento emergere del castigo capace di creare il terreno per l’espiazione– non è mai il castigo che recupera, è l’amore che recupera – così il tempo della rigenerazione si preannuncia lungo: “Egli ignorava perfino che la nuova vita non gli si concedeva per nulla. Che bisognava ancora acquistarla a caro prezzo.” Senza il sacrificio e senza il lavoro l’amore non tiene.

 

Guai all’uomo solo!

 

Il nome Raskolnikov viene dal russo raskol che significa scisma, isolamento, divisione. Il protagonista del romanzo è un solitario, un isolato. Egli finisce preda del male anche a causa di questo suo isolamento. La Bibbia, raccogliendo una tradizione millenaria, mette in guardia: guai all’uomo solo! La dialettica, infatti, si impossessa di noi e diventa il dominatore del nostro io quanto più noi siamo dei separati. La debolezza della nostra società è la fragilità delle appartenenze. Essa ci convince che la libertà sia assenza di legami; invece la libertà è un terreno fecondo di legami veri.

 


Dall’Epilogo del romanzo

 

“… Li aveva risuscitati l’amore: il cuore dell’uno, ormai, racchiudeva un’inesauribile sorgente di vita per il cuore dell’altro. […]
La sera di quello stesso giorno, quando le baracche erano già state chiuse, Raskolnikov, sdraiato sul tavolaccio, pensava a Sonja. Quel giorno, gli era sembrato perfino che gli altri forzati, prima suoi nemici, lo guardassero in un modo diverso. Era stato lui a rivolger loro per primo la parola, e loro gli avevano risposto affabilmente. Se ne rendeva conto solo adesso; ma non era giusto, del resto, che fosse così? Ogni cosa, ormai, non doveva mutare? Pensava a lei. Ricordò come l’aveva sempre tormentata, come aveva straziato il suo cuore; ricordò il suo visino pallido, smunto; ma quei ricordi non lo facevano più soffrire: sapeva con che amore infinito, ormai, avrebbe ripagato tutte le sue sofferenze. E poi, che importanza avevano, ora, tutte le pene passate? Ogni cosa, perfino il suo delitto, perfino la condanna e la deportazione, gli parvero allora, in quel primo impulso, come fatti esteriori, estranei, cose che non erano accadute a lui. Quella sera, tuttavia, non gli era possibile pensare a lungo ad una sola cosa, né concentrarsi in un solo pensiero; non riusciva a ragionare su nessun problema […] Alla dialettica era subentrata la vita, e nella sua coscienza si preparava ormai qualcosa di completamente, oscuramente diverso. Sotto il suo guanciale c’era il Vangelo. Lo prese macchinalmente. Quel libro apparteneva a lei, era lo stesso dal quale lei gli aveva letto i versetti della resurrezione di Lazzaro. Nei primi tempi della sua deportazione, egli pensava che Sonja lo avrebbe tormentato con la religione, che si sarebbe messa a parlargli del Vangelo e a imporgli di leggere dei libri. Invece, con sua grandissima sorpresa, lei non aveva affrontato nemmeno una volta quest’argomento, e nemmeno gli aveva mai offerto il Vangelo. Era stato lui a chiederglielo, poco prima della sua malattia, e lei gli aveva portato il libro senza una sola parola. Fino a quel momento, del resto, lui non l’aveva nemmeno aperto. Nemmeno adesso lo aprì; ma per la mente gli passò rapido, questo pensiero: “Posso non avere le sue stesse convinzioni, ormai? O almeno, i suoi stessi sentimenti, le sue stesse aspirazioni?” .Ella pure tutto quel giorno fu agitata e la notte anzi tornò a star male. A tal punto era felice, a tal punto inaspettatamente felice che quasi ne ebbe paura. Sette anni solo sette anni. Al principio della loro felicità, in certi istanti, erano pronti tutt’e due a considerare quei sette anni come sette giorni. Egli ignorava perfino che la nuova vita non gli si concedeva per nulla. Che bisognava ancora acquistarla a caro prezzo…”.

 

L’autore è cardinale arcivescovo emerito di Milano