Offesa a Melania, il bersaglio di Friedman era Trump

Per millenni, specie nelle società tribali, gli uomini si sono spartiti le donne e un atto di disprezzo estremo verso l’avversario è stato il loro stupro. Che ancora, soprattutto in Africa, viene usato come arma di guerra, per infliggere umiliazioni. Similmente la parola “escort” rivolta da Friedman a Melania Trump era un modo per offendere non lei bensì il marito.

Si racconta che un giorno a Maometto fu posta la questione se le donne potessero combattere e guidare eserciti. Dopo breve riflessione il Profeta rispose che no, non era possibile… perché le donne fanno parte del bottino, sono prede di guerra.

Maometto ha creato una religione che, a differenza del Cristianesimo, ha recepito i principi e le istituzioni delle società tribali fondate su arcaiche economie di sussistenza a bassissima tecnologia, dalla limitata e irregolare capacità produttiva. Erano società patriarcali, gerontocratiche e autoritarie nelle quali gran parte del lavoro gravava sulle donne: tutto quello domestico e di cura e molta parte di quello produttivo. Per disporre di quante più possibili risorse umane e garantirne il costante ricambio era indispensabile esercitare un controllo idealmente assoluto sulla procreazione. Il compito era affidato ai capifamiglia, “anziani” non per età anagrafica ma per status sociale, che lo hanno svolto sottomettendo totalmente le donne. A questo servivano istituzioni come il matrimonio combinato e imposto, il prezzo della sposa, il levirato e il sororato, le mutilazioni genitali femminili. Perché sembrasse giusto privarle di libertà, le donne sono state relegate in uno status infimo di dipendenza e soggezione, confinate in una permanente condizione di paria, di “fuori casta”.

Per millenni gli uomini si sono contesi e spartiti le donne. Sbaglia chi dice che è perché venivano considerate alla stregua di “oggetti”. Se le sono contese e spartite come proprietà, al pari dei figli, del bestiame, dei raccolti, ma più preziose perché è il possesso di donne che assicura a una comunità figli, bestiame e raccolti.

Per millenni le donne disobbedienti – e la trasgressione estrema è un comportamento sessuale non consentito – hanno disonorato il capofamiglia, giudicato dalla comunità incapace di governare le persone soggette alla sua autorità. L’omicidio d’onore è una punizione, ma più ancora è un sacrificio che serve per restituire a una famiglia e al suo capo il rispetto e il decoro perduti.

Per millenni un atto estremo di disprezzo nei confronti di un avversario, di un nemico è stato lo stupro delle sue donne: non per il piacere in sé, ma per dimostrare di poterne violare le proprietà impunemente, per far sapere a tutti che quell’uomo è debole, vigliacco, pavido, privo di alleati, impotente a proteggere ciò che è suo. È una sfida tra uomini usando le donne per infliggere una delle peggiori umiliazioni. Oppure, sempre in guerra, lo stupro di massa è stato praticato, e di nuovo il corpo delle donne è meramente usato, come mezzo di sostituzione o pulizia etnica: per ingravidare le donne del nemico e imporre la propria etnia nella sua stessa casa.

Le istituzioni tribali ancora dettano il comportamento di centinaia di milioni di persone sia in tempo di pace sia in tempo di guerra. Ogni anno circa tre milioni di bambine subiscono interventi di mutilazione genitale femminile che vanno dall’escissione all’infibulazione, molte di più sono date in spose in cambio di beni (si chiamano “prezzo della sposa”), costrette a matrimoni combinati dalle famiglie, strappate all’infanzia per diventare mogli di uomini sconosciuti e precocemente madri.

Lo scandalo degli stupri come arma di guerra è stato denunciato con forza forse per la prima volta all’epoca del conflitto nell’ex Jugoslavia, combattuto tra il 1991 e il 2001. Si ritiene che da 20.000 a 50.000 donne ne siano state vittime. Oggi il continente in cui viene praticato nel modo più brutale e sistematico è l’Africa.

Nella sola Repubblica Democratica del Congo, nell’est del paese, ogni anno migliaia di donne subiscono violenze sessuali da parte dei combattenti dei numerosi gruppi armati che infestano la regione. Denis Mukwege è un ginecologo congolese che dedica la vita a prendersi cura delle vittime sopravvissute e per questo nel 2018 è stato insignito del Premio Nobel per la pace. Della situazione in Congo parla come di un “disastro umanitario”. Ai danni fisici subiti, permanenti in molti casi, si aggiungono i frequenti contagi da Hiv e, ancora, l’ostracismo sociale, l’abbandono da parte dei famigliari, il ripudio dei mariti offesi nella fierezza e nell’orgoglio. Gli stupri, spiega il dottor Mukwege, sono una vera e propria strategia, si infliggono durante i combattimenti, le rappresaglie, i rapimenti. Nessuna donna è mai al sicuro. Può succedere dappertutto, nei campi, alle sorgenti d’acqua, ai mercati, perfino nelle chiese e nei conventi dove i civili si rifugiano. Le violenze sessuali sono perpetrate in pubblico, sono riti di violenza collettiva, devastanti per le famiglie e le comunità.

L’Italia si vorrebbe indenne da simili aberrazioni. Ma fino al 1981 il delitto d’onore era contemplato dal Codice penale e soltanto nel 1996 lo stupro è diventato un crimine contro la persona e non contro la moralità pubblica e il buon costume. Istituzioni come le mutilazioni genitali femminili sono talmente diffuse che si è ritenuto necessario adottare una legge ad hoc, entrata in vigore nel 2006.

Di recente, su un canale della televisione di stato, il giornalista Alan Friedman ha definito “escort” la moglie dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Tanti hanno protestato per l’insulto a Melania Trump senza capire che Friedman ha voluto offendere e umiliare non lei, ma il marito. La sua “battuta infelice” ha la stessa valenza degli stupri.