NUMERI COVID/ Mortalità -16% e contagi -22%, ecco come lo scenario sta cambiando

In Italia in media si vaccinano con una dose 1,8 milioni di persone alla settimana. E’ il momento di accelerare per minimizzare gli effetti sanitari del Covid.  Il numero di morti è il solo indicatore credibile dell’andamento dell’epidemia, sia perché rileva la totalità del fenomeno, sia perché, quando cala il numero di persone in terapia, si muore di meno in proporzione ai contagi: i motivi li discutiamo nel seguito. Quindi, se il numero di morti cala sia in numeri assoluti, sia in relazione ai contagiati, significa che le cose stanno andando per il meglio.

In Italia, gli effetti sanitari del coronavirus stanno molto migliorando. Quantunque i contagi ufficiali siano solo una parte di quelli reali – dato che la maggior parte degli asintomatici non è intercettata dal sistema di tracciamento e che il detto sistema ha livelli di efficienza inferiori a quelli di analoghi sistemi di Paesi europei paragonabili al nostro (Francia, Germania, Spagna) –, la curva dei contagi (Figura 1) mostra senza ombra di dubbio che stiamo uscendo dall’attuale fiammata epidemica. Il confronto con l’analoga curva di due settimane fa (Figura 2) rende evidente che l’infezione sta visibilmente rallentando.

La mortalità per Covid-19 sta decrescendo con intensità analoga a quella dei contagi. I dati della Tabella 3, inerente ai morti per Covid alla data più recente, mostrano che la mortalità sta regredendo, anche se con diversa velocità, dovuta al ritardo di circa due settimane con cui si manifesta la mortalità rispetto al contagio. Rispetto ad un mese fa, la mortalità è diminuita del 16%, mentre il tasso di contagio è diminuito del 22%. Ciò significa che, nelle prossime settimane, la mortalità diminuirà ancora più rapidamente di quanto non stia diminuendo attualmente. Nella settimana dal 22 al 28 aprile, sono morte 323 persone per giorno; è verosimile che, nel giro di due settimane, i morti giornalieri calino di 40-50 unità.

Se la riduzione dei contagi proseguirà con i ritmi attuali, e non ci sembra una previsione azzardata, saremo sotto la media del 200 morti al giorno entro un mese, forse ancor prima. Quanto sia importante questo numero lo si può capire se si leggono i dati in serie storica: un valore come questo non si registrava dall’ottobre del 2020.

Il numero di morti è il solo indicatore credibile dell’andamento dell’epidemia, sia perché rileva la totalità del fenomeno, sia perché, quando cala il numero di persone in terapia, si muore di meno in proporzione ai contagi: i motivi li discutiamo nel seguito. Quindi, se il numero di morti cala sia in numeri assoluti, sia in relazione ai contagiati, significa che le cose stanno andando per il meglio.

I dati di Israele e del Regno Unito, i due Paesi che sono più avanti con le vaccinazioni e, correlativamente, con la riduzione dei contagi, indicano che, quando il numero di contagiati si riduce a livelli minimi, il tasso di mortalità cala in proporzione superiore a quello del contagio. Non siamo in grado di affermare se ciò sia dovuto ad una maggiore attenzione posta nelle cure o ad una minore gravità dei contagi. Molti indizi fanno propendere per questa seconda ipotesi, poiché le vaccinazioni tendono a privilegiare le classi di età più avanzate, le quali, come è ovvio, sono anche le più fragili. Quindi, una minore incidenza generale della malattia significa una (molto) minore incidenza di casi gravi di malattia presso le categorie più fragili.

Per quanto riguarda le vaccinazioni, al 28 aprile, Israele è al 62%, il Regno Unito al 50%, gli Stati Uniti al 43% (Figura 4). I Paesi europei sono molto indietro: Germania e Spagna hanno vaccinato il 24% della popolazione almeno una volta, l’Italia e la Francia il 22%. Le curve di contagio della Figura 4 rendono evidente il fatto che gli europei sono partiti in ritardo e che stanno adoperandosi per recuperare. Un mese fa, i quattro Paesi europei menzionati erano tra l’11 e il 12%, quando Israele era già al 60%, il Regno Unito al 45% e gli Stati Uniti al 28%.

Tuttavia, è inutile piangere sul latte versato. Inutile dire che, se avessimo fatto come il Regno Unito, investendo allo stremo sui vaccini, avremmo potuto salvare molte migliaia di vite umane. Si consideri che, nel Regno Unito, i morti per Covid nella settimana dal 22 al 28 aprile sono stati (solo) 22 al giorno e che il dato è in calo progressivo. È inopportuno fare il conto delle disgrazie che ci è costato il pasticcio della fornitura dei vaccini causato dall’insipienza di Bruxelles. Però, a bocce ferme, sarà doveroso ritornare sull’argomento.

Ciò che possiamo fare oggi è cercare di capire come possiamo rimediare. Cominciamo con i fatti di casa nostra. I dati più recenti indicano che, in Italia, la quota di popolazione che ha avuto almeno una dose di vaccino aumenta a ritmi discreti: nell’ultima settimana, l’aumento è del 3%, maggiore della Francia (2,3%), ma minore della Spagna (3,6%) e della Germania (3,8%). In numeri assoluti, i vaccinati almeno una volta (d’ora in avanti “nuovi vaccinati”), in Italia, sono circa 1,8 milioni alla settimana. Sembrano tanti; però, per raggiungere la soglia di vaccinati del 50% – che ci porterebbe al livello attuale del Regno Unito -, dovremo attendere 9 settimane e mezzo, vale a dire fino al 3 luglio. A meno che l’Italia, auspicabilmente, non acceleri il passo.

Una prima accelerazione l’Italia l’ha da poco compiuta, tanto è vero che, nella percentuale di vaccinati, stiamo, seppur di poco, superando la Francia, ma è necessaria un’ulteriore accelerazione. Se si arrivasse realmente a mezzo milione di vaccinati al giorno, saremmo a cavallo: oggi sono 255mila quelli che ogni giorno ottengono almeno una prima dose, quindi, se si passa a mezzo milione, il tempo necessario per raggiungere il 50% quasi si dimezza.

Purtroppo, dobbiamo evidenziare che c’è una differenza notevole tra iniezioni e vaccinati: ricordando che una quota di iniezioni riguarda le seconde dosi, le 500mila iniezioni diventano 280mila nuovi vaccinati se riguardano i vaccini Pfizer e Moderna e 370mila se riguardano AstraZeneca. La ragione è presto detta: Pfizer vuole una seconda dose dopo tre settimane, Moderna dopo quattro settimane e AstraZeneca dopo 12 settimane dalla prima. Solo con il vaccino Janssen (J&J), che ha effetto con un’unica inoculazione, i vaccini e i vaccinati stanno in rapporto uno a uno. Tanto per capire, se ogni giorno si somministrasse un ugual numero di dosi di ciascuno dei quattro vaccini menzionati, con mezzo milione di iniezioni si avrebbero non più di 355mila nuovi vaccinati al giorno, vale a dire meno di 6 nuovi vaccinati ogni mille italiani al giorno. È molto meno di quanto avviene, in proporzione alla popolazione, in Germania e Spagna.

Detto altrimenti, quand’anche a livello nazionale arrivassimo a 500mila iniezioni al giorno (ribadiamo che ancora non ci siamo), raggiungeremmo il 50% di nuovi vaccinati in quasi 7 settimane, vale a dire verso la metà di giugno. Alle stesse condizioni, raggiungeremmo il 60% nella prima settimana di luglio; però ci arriveremmo prima se somministrassimo solo Janssen o AstraZeneca, mentre ci arriveremmo dopo se somministrassimo solo Pfizer o Moderna. Lo sforzo ulteriore potrebbe vedere il coinvolgimento della medicina territoriale, la grande assente durante questa epidemia. In ogni caso, anche se il mezzo milione riguardasse le iniezioni e qualunque sia il vaccino, se non succedono nuove catastrofi, sarà possibile vivere pienamente l’estate.

Il 50% di vaccinati a cui abbiamo fatto riferimento è una soglia che, abbinata con igiene e prudenza, è in grado di ridurre ai minimi termini gli effetti sanitari del virus (come dimostra l’esperienza inglese). Il 60% di vaccinati garantisce non solo la minimizzazione degli effetti sanitari del virus, ma anche un regime di vita quasi normale (come dimostra Israele). Un livello del 70% di immuni crea la così detta “immunità di gregge”, poiché garantisce protezione anche per il 30% rimanente, e dovrebbe estinguere l’epidemia (così assicurano gli epidemiologi).

All’immunità di gregge si arriverà in autunno. Non è facile dire con precisione quando: bisogna vedere cosa si riuscirà a fare in agosto. Poi, sempre se non succedono altre catastrofi, ci lasceremo questi tempi alle spalle e saremo chiamati a ripartire – nelle amministrazioni pubbliche, nelle imprese, nello studio e persino nelle famiglie e nella società civile – a ritmi molto più rapidi di quelli odierni e dei precedenti.

La pandemia costituirà un punto di svolta nella storia del Paese. Lo è stata nel male, potrebbe esserlo nel bene. Ricordiamo che la quantità di risorse che sarà messa in campo nei prossimi anni, per recuperare i danni già palesi e quelli che saranno tra poco evidenti a causa della pandemia, corrisponde agli investimenti di solito fatti per una intera generazione. Se non vogliamo togliere speranze alla generazione che oggi ha vent’anni, dobbiamo recuperare non solo l’anno e mezzo di pandemia, ma anche il lento declino sociale ed economico degli anni precedenti. Quindi, non tutto il male vien per nuocere se ci obbligherà ad atteggiarci nei confronti del futuro in modo innovativo.

Infine, le sofferenze e le limitazioni causate dall’epidemia possono far crescere il sentimento di comunità. Il contagio ha radicato la sensazione che ciò che può far male ad uno, può far male a tutti. Non è grande cosa; però, se innescasse il ragionamento che ciò che fa bene a tutti, fa bene anche al singolo, forse si risveglia quel senso di comunità che è ai livelli minimi, sommerso dagli egoismi, dagli individualismi, dai menefreghismi. Il futuro che sta per cominciare sarà decisivo per molti anni a venire.