Non siamo un popolo di no vax

Gigliuto (Piepoli): “Giovani meno spaventati ma responsabili. C’è speranza che presto finisca”

Non siamo un popolo di no vax

Il Coronavirus non ha mai fatto così paura. La seconda ondata, segnata da una diffusione più omogenea del Covid-19 nel paese, ha messo faccia a faccia gli italiani con i rischi del contagio. E’ quanto emerso dalla recente indagine dell’Istituto Piepoli, che registra anche un’ampia disponibilità degli intervistati a ricevere il vaccino, percepito come condizione del ritorno alla normalità. L’augurio più sentito del 2021 è di poter presto uscire dalla pandemia. Ne parliamo con il vicepresidente dell’ente di ricerca Livio Gigliuto.

Il 74 per cento degli intervistati dichiara di temere un contagio da Coronavirus, questo dato è più alto rispetto alla prima ondata? Riguarda con prevalenza le zone più colpite dal virus o è mediamente diffuso in tutta Italia?

Sì, quello di queste settimane è il dato più alto dall’inizio della pandemia. Mai, nemmeno durante le settimane più dure della prima ondata, la paura del contagio è stata così forte. Questo succede perché, rispetto alla prima ondata, in cui la parte più intensa della pandemia era concentrata in alcune zone del paese, ora la diffusione è omogenea, tutti conoscono qualcuno che è stato contagiato, e questo fa sentire più vicino il virus. Nel nord Italia, che ha vissuto più intensamente la prima ondata, ora la paura è minore che nel resto del paese. Il sud,  sul piano della percezione, sta vivendo la sua vera prima ondata in queste settimane.

C’è una fetta di popolazione che non teme il virus, è rappresentata dai più giovani e/o dai negazionisti?

I negazionisti veri e propri sono molto pochi in termini numerici. Ne parliamo molto perché sono rumorosi, soprattutto sui social. Diciamo che c’è una quota non irrilevante, circa il 5 per cento, di persone che non hanno paura di essere contagiate, ma i negazionisti sono una piccola frazione di questi.

Poi c’è un 20 per cento di italiani, in questo caso soprattutto giovani, che temono poco il contagio, probabilmente perché, tra le informazioni emerse dall’inizio della pandemia, una particolarmente insistente è la minor letalità del virus per i giovani, che quindi hanno meno paura di ammalarsi.

Ciononostante, la maggioranza non va in giro a cercare contagi, è molto prudente, solo che fa più rumore l’albero che cade, sotto forma di assembramenti attorno agli aperitivi, della foresta che cresce.

Il 73 per cento degli intervistati sembra disponibile a vaccinarsi, è merito delle campagne di sensibilizzazione e informazione dei media e del governo?

E’ sicuramente merito dell’informazione. Agli italiani serviva sognare un “Dopoguerra”, l’informazione è riuscita a raccontarglielo associandolo al vaccino. La colpa del fatto che ancora un italiano su 4 non voglia vaccinarsi, invece, è della confusione. Troppa comunicazione, troppo divergente. Se cresce il dubbio, gli italiani, che sono prudenti per natura, sposano l’idea per cui “in dubiis abstine”, meglio aspettare, “vedere come va agli altri”. Serve una comunicazione che alimenti certezze, nei limiti di quelle che la scienza può dare, che comunque non sono poche.

Come commenta il dato di gradimento sull’attività di governo e sulle misure adottate per il periodo natalizio? Conte ha guadagnato consenso durante la pandemia?

Gli italiani hanno apprezzato sin dall’inizio il modo in cui il governo ha gestito l’emergenza sanitaria, e proprio questo ha permesso a Conte di passare da un 40 per cento di gradimento pre-pandemia al 60 per cento stabile degli ultimi 8 mesi, anche se il picco di fiducia si è raggiunto durante la prima ondata. A Natale la maggioranza degli italiani non avrebbe voluto misure più leggere, ma l’alternanza continua tra zone arancioni, gialle e rosse non ha fatto bene, le misure venivano condivise meno perché erano più difficili da capire.

In che modo il Coronavirus ha cambiato le speranze degli italiani per il futuro? La salute, rispetto alle indagini precedenti, ha conquistato rilievo?

Il sentimento prevalente degli italiani, all’inizio del 2021, è la speranza. La speranza che l’incubo pandemico finisca, che i vaccini funzionino, che sia possibile usufruirne tutti presto. La pandemia ha occupato abusivamente le nostre priorità, ma è un effetto temporaneo. La salute è sempre stata importante, quest’anno tuttavia siamo tornati a sentire la nostra vita collettiva in pericolo, come succede con le guerre e, appunto, con le pandemie, “cigni neri” che non ci aspettavamo.

Per questo, se l’anno scorso il 63 per cento degli italiani augurava al paese la soluzione dei suoi problemi economici, ora a farlo è il 19 per cento, e il primo augurio è diventato quello di sconfiggere il virus. La fine della pandemia è considerata come precondizione per poter risolvere gli altri problemi del paese.