Non si può dimenticare Auschwitz. Il libro di Friedrich con il «Corriere»

Giorno della Memoria, esce  un saggio di Otto Friedrich : un resoconto dettagliato sul lager creato nel 1940. Auschwitz, diretto allora dal criminale tedesco Rudolf Höss, fu il primo campo di concentramento, poi diventato di sterminio, fuori dalla Germania, cioè in territorio polacco occupato dai nazisti. Divenne in poco tempo il tempio dell’orrore. I prigionieri all’inizio venivano annientati con gas che però gli aguzzini ritenevano troppo costoso. Quando si giunse al più economico Zyklon B, dopo varie sperimentazioni, si costruirono i forni crematori a Birkenau, poi fotografati dagli aerei alleati, prima della liberazione. Nei due campi, diventati la capitale dello sterminio, furono gasati, e dai camini saliva il fumo provocato dalle ceneri, almeno tre milioni e mezzo di esseri umani.

Dicono che un vero giornalista, dopo aver seguito e vissuto guerre, conflitti, stragi terroristiche, lutti, ipocrisie, violenze, diventa impermeabile a tutto. Non è vero. Anzi, quasi sempre è un falso.

La copertina del libro di Otto Friedrich (Solferino) in edicola il 26 gennaio con il «Corriere» al prezzo di euro 7,90, più il costo del quotidiano

Alla mia non più tenera età, quando mi è stato chiesto un articolo sul bel libro Il regno di Auschwitz di Otto Friedrich, un grandissimo giornalista americano, che esce il 26 gennaio in edicola con il «Corriere della Sera», a ridosso del Giorno della Memoria, ho avvertito un brivido fortissimo. Mi sono irrigidito prima di accettare, perché in quel campo di sterminio, che ho visitato quattro volte, ho vissuto per tre giorni una delle esperienze più angoscianti della mia vita: professionale, ma soprattutto umana.

Con la collega Alessia Rastelli, avevamo ricevuto dal direttore di allora, Ferruccio de Bortoli, l’incarico di raccontare, in una web-serie, la drammatica storia di Vera Vigevani Jarach, la donna che nella sua vita ha vissuto due orrende tragedie: la deportazione ad Auschwitz del nonno, mandato subito al gas, e poi l’assassinio della figlia Franca, che a Buenos Aires aveva osato sfidare il criminale dittatore Jorge Rafael Videla. Franca fu gettata viva nel Río de la Plata da uno degli aerei della morte, destino che il generale fascio-piduista riservava agli oppositori del regime.

Il docu-web, poi diventato anche un film per la regia di Marco Bechis, aveva come titolo Il rumore della memoria. Per questo motivo, con Vera, Bechis e con la troupe cinematografica, ci trasferimmo per tre giorni ad Auschwitz. Era dicembre, freddo polare. Ogni mattina ci svegliavamo come allucinati. Non riuscivo a dormire perché non potevo liberarmi dall’odore di morte. Ogni tanto sentivo degli spari. Probabilmente era in corso una battuta di caccia notturna. Ma quell’odore di carne morta e bruciata, annientata dal gas Zyklon B, superava la finestra ermeticamente chiusa della mia camera. Forse era soltanto una terribile suggestione.

Ecco perché il libro-verità di Otto Friedrich è una lama dolorosa, che racconta la storia di un’infamia, che qualche ignorante o imbecille continua a negare. Nella prefazione al libro, Paolo Mieli riesce a penetrare tutti gli interrogativi posti dal libro di Friedrich. Condivido l’idea che si tratti del testo sintetico sulla Shoah piu convincente. È un libro che rende onore al giornalismo serio, concreto e rigoroso.

Auschwitz, diretto allora dal criminale tedesco Rudolf Höss, fu il primo campo di concentramento, poi diventato di sterminio, fuori dalla Germania, cioè in territorio polacco occupato dai nazisti. Divenne in poco tempo il tempio dell’orrore.

Per interesse professionale, ma soprattutto umano, ho visitato il primo campo in assoluto, quello di Dachau, non lontano da Monaco di Baviera, e poi quello di Mauthausen in Austria, dove ho sostato per ore tre volte, lungo la strada per raggiungere Bratislava, via Vienna, per incontrare Valeria, la ragazza slovacca di cui negli anni della Primavera di Praga mi ero innamorato. Un custode di Mauthausen mi aveva mostrato persino lo spioncino dal quale gli aguzzini nazisti seguivano, eccitandosi e godendo, le sofferenze dei deportati, soprattutto ebrei. Davvero orribile e indimenticabile.

Il regno di Auschwitz ripropone la ferita e racconta, con straordinaria efficacia, la storia del campo dal 1940 al 1945. Queste date sono fondamentali perché fra le loro parentesi si imparano mutamenti e contraddizioni sulla vita del lager. Insomma si comprende appieno quel che molti negazionisti continuano a sostenere. Dicono: «Ma non sapete che ad Auschwitz-Birkenau c’erano persino un campo di calcio e la piscina?». È tutto vero, ma all’inizio i due campi, praticamente collegati, ospitavano le baracche sgangherate e abbandonate di una caserma dell’artiglieria austriaca. All’inizio, prima della visita di Himmler, si pensava di sistemarle e farle diventare un luogo di prigionia per russi e polacchi. Fino a quando si decise di far convergere lassù gli ebrei di tutti i territori occupati per dare il via alla «soluzione finale».

I prigionieri all’inizio venivano annientati con gas che però gli aguzzini ritenevano troppo costoso. Quando si giunse al più economico Zyklon B, dopo varie sperimentazioni, si costruirono i forni crematori a Birkenau, poi fotografati dagli aerei alleati, prima della liberazione. Nei due campi, diventati la capitale dello sterminio, furono gasati, e dai camini saliva il fumo provocato dalle ceneri, almeno tre milioni e mezzo di esseri umani.

In realtà, come racconta Friedrich, ad Auschwitz-Birkenau vi erano tre zone: una controllata dalle SS; poi l’ospedale, quasi una zona franca, ma anche laboratorio per sostenere gli esperimenti di Josef Mengele, che mentre sezionava cadaveri canticchiava opere liriche; e infine un luogo chiamato «Canada», che era il mercato della vergogna, dove si vendevano o si scambiavano oggetti preziosi, denti d’oro, abiti e scarpe delle vittime, in cambio di cibo.

Ma c’è un’altra verità nel Regno di Auschwitz. Con Alessia Rastelli abbiamo intervistato decine di sopravvissuti per il docu-web Salvi per caso su Corriere-Tv. Si, proprio salvi per caso.

Nedo Fiano, che aveva imparato il tedesco grazie all’insistenza dei suoi famigliari, si salvò non perché parlava la lingua delle SS, ma perché raccontò che era di Firenze. L’ufficiale nazista, che aveva visitato con la fidanzata o l’amante il capoluogo toscano, lo prese in simpatia e lo invitò a cantare alle feste degli aguzzini.

Ancor più incredibile la vicenda di Sami Modiano, ormai nell’anticamera del gas. Arrivò però un treno carico di patate e la necessità urgente era di scaricarle. Così fu portato a trasportare nel campo vagoni di patate e si salvò, cambiando il suo destino.

Ecco perché ad Auschwitz poteva accadere di tutto. La lettura del libro di Otto Friedrich è di fondamentale importanza. Soprattutto per coloro che hanno il culto del dubbio. Ma anche chi ha solo certezze avrebbe molto da imparare.

Con la prefazione di Paolo Mieli. Mantenere vivo il monito della Shoah

Esce oggi in tutte le edicole con il «Corriere della Sera» il libro di Otto Friedrich Il regno di Auschwitz, aperto da una prefazione di Paolo Mieli, al prezzo di e 7,90 più il costo del quotidiano. Si tratta di un saggio sul più importante e famoso campo di sterminio nazista: il nostro giornale lo propone ai suoi lettori in occasione del Giorno della Memoria sulla Shoah del 27 gennaio, data che ricorda la liberazione dei prigionieri rinchiusi nel lager di Auschwitz grazie all’arrivo delle truppe sovietiche, che abbatterono i cancelli del campo, situato nell’attuale Polonia (allora occupata dai tedeschi), appunto il 27 gennaio del 1945. L’autore del libro, nato nel 1929 e scomparso nel 1995, è stato uno dei più prestigiosi giornalisti americani, caporedattore del «Saturday Evening Post» e collaboratore del settimanale «Time». Il suo saggio, uscito in edizione originale nel 1982, ripercorre le tappe che portarono il lager di Auschwitz, allestito nel 1940 dagli invasori tedeschi in Polonia come un campo di lavoro coatto, a diventare il principale centro di sterminio degli ebrei con le camere a gas dopo la conferenza di Wannsee del gennaio 1942, nella quale i nazisti decisero di avviare la cosiddetta Soluzione finale, cioè il genocidio dell’intero popolo d’Israele. Friedrich offre ai lettori un resoconto particolareggiato di quanto accadeva in quel luogo di morte affidato alla gestione delle SS comandate da Rudolf Höss, lo spietato ufficiale tedesco che dopo la guerra fu condannato alla pena capitale e giustiziato dalle autorità polacche. Una vicenda che segna il punto più tragico nella parabola del XX secolo.