Non si difendono i diritti delle donne senza difendere le donne abusate in nome del fanatismo islamista

C'è violenza e violenza? Lo strabismo dei giornali, e dei grandi osservatori, nella giornata internazionale

La rimozione delle violenze subite dalle donne a causa del fanatismo islamista è una rimozione non casuale che nasce da una rimozione più grande: l’incapacità di riflettere sul fatto che la violenza praticata sul corpo di una donna e la violenza praticata sul corpo di un miscredente fanno parte dell’interpretazione di una stessa religione. E non ci vuole molto a capire che combattere la violenza sulle donne senza combattere la violenza subita in nome di una religione significa semplicemente creare le condizioni giuste affinché gli abusi su alcune donne, quelle musulmane, possano continuare a essere perpetrate senza il corredo dell’indignazione occidentale.

La data di ieri verrà ricordata per essere prima di tutto la giornata in cui il mondo ha fatto i conti con la morte improvvisa di Diego Armando Maradona e non ci sarebbe nient’altro da dire in questo momento se non ricordare cosa ha significato per il mondo quel magico dieci disegnato oggi sul nostro giornale dal genio di Makkox. Ma la giornata di ieri, prima ancora della notizia di Maradona, è stata una giornata importante per una ragione che non c’entra con il calcio e che c’entra invece con un’importante campagna in difesa dei diritti sostenuta da alcune tra le più importanti istituzioni mondiali. La campagna in questione è quella che coincide con la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (“Una pandemia ombra”, secondo l’Onu; “Un’emergenza pubblica”, secondo Sergio Mattarella) e a questa campagna ieri hanno dedicato molta attenzione diversi organi di informazione, che hanno giustamente offerto ai lettori molte storie utili a riflettere sul tema della violenza sulle donne.

Le storie raccontate dai giornali sono tutte raccapriccianti e aiutano a fotografare un fenomeno che meriterebbe di essere descritto non solo nelle giornate dedicate a questo tema (nei primi dieci mesi del 2020, secondo il VII Rapporto Eures sul femminicidio in Italia, le donne vittime di omicidio sono state 91, una ogni tre giorni). Ma le storie che i giornali hanno raccontato ieri si caratterizzano per essere storie che affrontano il tema della violenza sulle donne restringendo il più possibile l’inquadratura, in modo da evitare di mettere a fuoco una questione difficile da affrontare e che pure meriterebbe di non essere confinata con così tanta disinvoltura nei cestini dell’informazione mondiale. E quella questione ha a che fare con un tema ancora tabù anche in Italia che tutti i principali organi di informazione del nostro paese, specie quelli progressisti, hanno dimenticato di ricordare: le incredibili violenze subite dalle donne di tutto il mondo a causa del fanatismo islamista.

In questi giorni, per esempio, parlando di violenze subite dalle donne, ci si è dimenticati della storia incredibile di Mila, una ragazza francese di sedici anni che ha subìto un’incredibile ondata di insulti e di minacce dopo aver criticato l’islam in un video postato su Instagram e che ancora oggi, sommersa dagli insulti e rincorsa dalle fatwe, vive sotto protezione della gendarmeria del suo paese.

Ci si è dimenticati della storia di Maira Shahbaz, una ragazza cristiana di quattordici anni, costretta a convertirsi all’islam dopo essere stata drogata, e da mesi è minacciata dagli squadroni della morte islamici in Pakistan per essere fuggita dal matrimonio forzato con un uomo musulmano di 45 anni.

Ci si è dimenticati del caso di Loujain al Hathloul, un’attivista per i diritti umani che nel maggio del 2018 si è resa protagonista della campagna per l’abolizione del divieto di guida per le donne in Arabia Saudita e che dal 17 maggio 2018 si trova agli arresti nella prigione di Dhahba e dove da un mese esatto si trova in sciopero della fame.

Ci si è dimenticati della vicenda di una musulmana indiana di vent’anni di nome Gulnaz Khatoon, bruciata viva qualche settimana fa nel villaggio di Rasulpur Habib dopo aver rifiutato un matrimonio combinato.

Ci si è dimenticati di una giovane donna iraniana di nome Saba Kord Afshari condannata a 24 anni di carcere per aver infranto l’obbligo di indossare l’hijab.

Ci si è dimenticati di Saima Sardar, un’infermiera cristiana di Faisalabad, in Pakistan, uccisa dall’ex fidanzato perché si era rifiutata di sposarlo.

Ci si è dimenticati di Leah Sharibu, una studentessa cristiana rapita da Boko Haram ancora minorenne, insieme ad altre 109 ragazze, il 19 febbraio 2018, nel corso di un attacco ad una scuola privata della città di Dapchi, nello stato federale del Borno.

La rimozione delle violenze subite dalle donne a causa del fanatismo islamista è una rimozione non casuale che nasce da una rimozione più grande: l’incapacità di riflettere sul fatto che la violenza praticata sul corpo di una donna e la violenza praticata sul corpo di un miscredente fanno parte dell’interpretazione di una stessa religione. E non ci vuole molto a capire che combattere la violenza sulle donne senza combattere la violenza subita in nome di una religione significa semplicemente creare le condizioni giuste affinché gli abusi su alcune donne, quelle musulmane, possano continuare a essere perpetrate senza il corredo dell’indignazione occidentale.