Non morire di Covid, non morire di fame

Miozzo (Cts): “Le scuole sono un posto sicuro. A scuola gli studenti sono distanziati, sono controllati, sono protetti, seguono regole precise e i problemi per gli studenti iniziano non quando entrano in classe ma quando escono dalla scuola. E chi oggi pensa di chiudere le scuole dovrebbe capire che senza scuola i rischi per gli studenti anche in termini di contagio non diminuiscono ma possono anche aumentare"

La scuola, i trasporti, le terapie, i contagi, gli errori, l’efficienza, i soldi, l’organizzazione, il virus e il futuro: che fare? Agostino Miozzo è un nome divenuto ormai familiare all’interno del panorama scientifico italiano e un qualunque giornalista che scelga di mettersi alla ricerca di un po’ di buon senso per studiare l’evoluzione della pandemia (ieri i nuovi contagi sono stati 10 mila, i nuovi ingressi in terapia intensiva 52 e i morti 55) prima o poi si ritrova a digitare il suo numero e a chiacchierare con lui. Ieri è capitato anche a noi. E abbiamo così approfittato del ruolo di Miozzo – che è coordinatore del Comitato tecnico scientifico e da mesi offre al governo indicazioni per provare a governare nel migliore dei modi possibili la pandemia – per ragionare sulla fase nuovamente complicata che sta vivendo il nostro paese e cercare una qualche chiave di lettura utile per leggere il nostro presente senza troppa isteria.

E una chiave di lettura giusta Miozzo ce la offre pochi minuti dopo aver risposto al telefono e seguire questo spartito ci può aiutare a capire meglio cosa può fare l’Italia per non cadere in un tranello pericoloso: mettere in contrapposizione la tutela dell’economia e il rispetto della salute. “Io dico che non ci si può limitare ad ascoltare gli epidemiologi perché è ovvio che per contenere al massimo i contagi il modo migliore è uno e soltanto uno ed è chiudere tutto. Arrivati però alla fase in cui ci troviamo oggi occorre fare un salto di qualità, occorre mettere da parte i dogmi, occorre mettersi in testa che con il virus dovremo convivere almeno fino alla fine dell’anno scolastico e occorre affermare con forza che se è vero che dobbiamo fare di tutto per non fare morire di Covid i cittadini è anche vero che dobbiamo fare di tutto per non farli morire di fame. L’Italia soccombe se i numeri schizzano ma soccombe anche se l’economia va a farsi benedire. Dobbiamo imparare a conviverci: non ci sono soluzioni”.

Imparare a convivere con il virus significa anche provare a capire cosa andrebbe fatto per far funzionare meglio le nostre reti di protezione e Miozzo invita a riflettere su tre fronti: il futuro della scuola, il futuro dei trasporti, il futuro dei tamponi. Non lo dice espressamente, ma Miozzo considera profondamente sbagliata la scelta fatta dal governatore De Luca di chiudere precauzionalmente le scuole per almeno due settimane e spiega per quale ragione l’Italia piuttosto che essere spaventata dalle scuole dovrebbe semplicemente limitarsi a trarne qualche insegnamento. “Le scuole sono un posto sicuro. A scuola gli studenti sono distanziati, sono controllati, sono protetti, applicano il distanziamento, seguono regole precise e i problemi per gli studenti iniziano non quando entrano in classe ma quando escono dalla scuola. E chi oggi pensa di chiudere le scuole dovrebbe capire che senza scuola i rischi per gli studenti anche in termini di contagio non diminuiscono ma possono anche aumentare: non penseremo mica che con le scuole chiuse gli studenti stiano a casa?”.

Già, ma i trasporti? Miozzo, pur ricordando che tra il 75 per cento e il 77 per cento dei contagi oggi avviene in famiglia, riconosce che sui trasporti non è stato fatto tutto ciò che sarebbe stato lecito aspettarsi e la mette così: “Vale per i trasporti, vale per la scuola, vale per la sanità: non si può pensare di cambiare un paese in sei mesi, nemmeno quando c’è una pandemia, e quando ci sono problemi molto gravi occorre semplicemente occuparsi di rendere ciò che si ha più efficiente. Ripeto: non è un problema di soldi, è un problema di efficienza, di intelligenza, di creatività.

Nel caso specifico, per ridurre i flussi degli studenti la mattina non è necessario chiudere le scuole ma è sufficiente studiare i flussi e cambiare drasticamente gli orari di accesso. Ogni sindaco di ogni città sa perfettamente quali sono in ogni minuto del giorno i flussi sui trasporti pubblici e per rafforzare i trasporti non servono necessariamente più risorse ma serve semplicemente più spirito pratico. Le faccio un esempio. Ha presente i pullman turistici? Ecco: cosa ci vuole a utilizzare tutti, ma dico, tutti i pullman turistici che ci sono in Italia per rafforzare la rete dei trasporti? E se vogliamo andare avanti: cosa ci vuole a utilizzare tutti gli alberghi vuoti che ci sono in Italia per migliorare l’assistenza domiciliare?”. In che senso? “Nel senso che i comuni dovrebbero sottoscrivere accordi con i proprietari degli alberghi per dare la possibilità a tutti i contagiati, a tutte le persone che si trovano in quarantena e a tutte le persone che si trovano in isolamento di proteggere se stessi e gli altri non stando necessariamente nelle proprie case. Usiamo quello che abbiamo e cerchiamo di imparare anche dagli errori che abbiamo commesso in questi mesi”.

Miozzo lo dice con spirito costruttivo, perché di fronte a una pandemia commettere errori è naturale, ma la sua analisi è utile per provare a capire cosa in questo momento non sta funzionando in Italia. “Se penso alle file di otto ore ai drive in per i tamponi, dico che sì: il tempo che abbiamo avuto avremmo dovuto utilizzarlo meglio. Per fare più tamponi è sufficiente avere più infermieri o anche più personale volontario e per avere più personale non serve chissà cosa: serve deciderlo e serve reclutarli. Laddove ci sono file non c’è un problema di reagenti, c’è solo un problema di logica e di organizzazione. E mi auguro che la logica possa essere ben utilizzata quando si andrà a discutere se attuare o no delle misure più restrittive, come quello che sento chiamare il coprifuoco. Mi chiedo: se occorre chiudere qualcosa la sera, non chiudiamo in modo indiscriminato, ma chiudiamo solo quei posti dove non si può mantenere la distanza minima tra le persone e puniamo con misure drastiche chiunque non rispetti le regole. Il problema è sempre quello: organizzativo, di logica, non economico. I numeri che registriamo sono in crescita e preoccupano ma fino a che saremo lontani dalla soglia critica di un indice di contagiosità nazionale pari a 1,5 e fino a che i posti in pre terapia intensiva saranno occupati non oltre il 40 per cento, una buona organizzazione può aiutarci a evitare di correre un rischio che non possiamo permetterci: occuparci di come non morire di Covid senza occuparci di come non morire di fame”.