Noi, a casa senza cure. Storie di abbandono terapeutico

Sono la maggioranza dei pazienti covid e hanno tutti una storia comune: sono rimasti a casa senza terapie e con il solo paracetamolo prima di essere ricoverati in ospedale. Storie di abbandoni terapeutici da covid. Pazienti che con una terapia precoce non sarebbero stati ricoverati e non avrebbero rischiato la vita. L'appello del medico di Ippocrate: «Cambiare subito le linee guida, ora i medici sono vaccinati e non hanno più scuse: devono visitare i loro pazienti».

Le loro storie hanno un comune denominatore: sono stati abbandonati a casa alle prese col covid e con una terapia insufficiente a base di solo paracetamolo fino a quando non hanno chiesto aiuto in ospedale e sono guariti, alcuni di loro dopo mesi di terapia intensiva. Sono le storie di abbandono terapeutico di questa pandemia.

Storie di pazienti normali, che però non hanno ricevuto dai loro medici di base la necessaria assistenza per poter aggredire il covid fin da subito e hanno così ingrossato le fila dei ricoverati. Spesso non sono stati nemmeno visitati. Raccontarle è un imperativo: per mostrare come il protocollo di cura licenziato dal ministero della Salute il 30 novembre scorso, che prevede in fase iniziale la sola vigile attesa a base di Tachipirina, sia insufficiente e vada cambiato al più presto. Troppo poco, e per certi versi anche sbagliato perché il paracetamolo non è un antinfiammatorio e rischia di far correre il virus ancora di più.

Il dottor Antonio Palma dal suo ambulatorio di Milano dispensa consigli telefonici per curare. È uno dei coordinatori dell’assistenza medica del sito Ippocrate.org, una delle esperienze di cura del covid più significativa, che cresce nel corso dei mesi mentre i medici di medicina generale, non tutti ovviamente, vengono meno, ingabbiati come sono dalle linee guida insufficienti dei protocolli ministeriali.

«Arrivano richieste via telefono, via mail – spiega alla Bussola -. Ci chiamano perché stanno male». Hanno tutti alle spalle chi cinque, chi dieci giorni di vigile attesa, perifrasi ambigua utilizzata per tutti i pazienti sintomatici che all’inizio della malattia da Coronavirus manifestano sintomi come febbre o mal di testa. Poco per allertare gli ospedali, ma già troppi per una malattia che in poche ore può peggiorare drasticamente. «Quella della vigile attesa – prosegue Palma – e della sola Tachipirina è frutto di una circolare che è stata scritta dall’AIFA e dal ministero. Se un medico di base usa la testa capisce che la Tachipirina non è un antinfiammatorio e forse arriva a dire che non va bene. Ma buona parte dei medici non lo fa, si limita a dire al paziente di aspettare e nel frattempo per il paziente la situazione può peggiorare drammaticamente».

È chiaro che anche in questi giorni l’approccio per tutti i pazienti dovrebbe cambiare, ma per farlo bisognerebbe che venissero emanate linee guida ufficiali che spostino l’attenzione più che sull’attesa, sulla cura diretta e precoce. «Cambiarle significherebbe riconoscere di aver sbagliato strategia in tutti questi mesi. Chi può permetterselo?».

C’è ad esempio la storia di Cleante, 80 anni di Pordenone. Ci racconta il suo calvario la figlia Barbara: «Ha cominciato l’8 marzo 2020 con i soliti sintomi da raffreddamento. Telefono al medico di base e parte così la vigile attesa a base di Tachipirina. Per lui, come tanti altri pazienti, il medico non è mai arrivato a casa a visitarlo. Dopo quattro giorni è crollato, ho chiamato il 112 e sono venuti a portarlo via in ambulanza».

Cleante viene trasportato a Udine dove viene defibrillato, poi arriva in terapia intensiva a Pordenone». Uscirà soltanto a giugno, dopo aver avuto anche una tromboembolia ed essere stato trattato con la PEG. «Ho contattato il dottor Luigi Cavanna  (in foto) dopo aver assistito alla trasmissione tv Fuori dal Coro (condotta da Mario Giordano su Rete 4, che da mesi si occupa di terapie domiciliari e denuncia l’abbandono terapeutico dei pazienti ndr.) e ho capito che nella nostra situazione erano davvero in tanti, forse la maggior parte dei pazienti che vengono ricoverati in ospedale».

Ma se per il signor Cleante si poteva in un qualche modo dare ancora la colpa al primo mese di pandemia, quando ancora non si conoscevano bene i meccanismi di intervento, gli abbandoni terapeutici avvengono ancora oggi nel silenzio generale e sono un piccolo esercito di pazienti che vanno a ingrossare le fila dei ricoverati giornalieri, insieme a quelli che davvero sono gravi e non si è riuscito a curare a casa.

Come il caso di Luigi Stella, 44 anni di Savona. La moglie Elisabetta ora può tirare un sospiro di sollievo: «Mio marito è stato lasciato a casa da solo con il paracetamolo per tre giorni – racconta –. Il medico ci ha risposto: “La città è piena di casi così”. Poi, non si è più fatto sentire». Nel corso della terza notte Barbara sente il respiro del marito affannato. Chiama allora il pronto soccorso». Luigi viene intubato e rianimato. Rimarrà in ospedale un mese e mezzo, fino a fine febbraio.

«Quello delle visite assenti è uno scandalo – aggiunge Palma -. Tanti miei colleghi non visitano e si accontentano di applicare i protocolli, eppure se prima avevano la scusa della paura del contagio, ora non hanno neanche più quella: i medici sono tutti vaccinati, quindi non possono accampare scuse: devono andare a visitare i loro pazienti».

Da Savona passiamo a Mantova, dove vive Lino Magri, 85 anni. «Il 3 febbraio – dice la figlia Ilaria – papà si alza col mal di testa e febbre a 37.5. Il medico prescrive Tachipirina e vigile attesa, ma dopo cinque giorni, è sabato, decido di chiamare la guardia medica, che invece di dargli una terapia gli prescrive un tampone». Appuntamento al lunedì, ma l’indomani Lino peggiora. «Andiamo in ospedale e gli viene detto di tornare a casa, di continuare a prendere la Tachipirina e di aspettare il suo medico».

L’esito del tampone arriva il mercoledì seguente: positivo. «Ma non ci voleva un genio per capirlo, i sintomi erano quelli. Ormai però era troppo tardi. Nonostante mi fosse stato impedito di avvicinarmi alla sua abitazione, lo raggiungo e chiamo il contatto di Ippocrate.org. Mi risponde il dottor Palma, mi chiede di effettuare una video chiamata dandomi le istruzioni per provare l’ossigenazione col saturimetro. Il dottore, dopo averlo sentito tossire, ci ha detto di andare subito in ospedale senza neanche aspettare l’ambulanza».

Una volta arrivato a Mantova in ospedale, Lino viene visitato, gli fanno i raggi. La diagnosi è sempre quella: polmonite interstiziale. Inizia a prendere Eparina e tutti i farmaci che se gli fossero stati somministrati prima, gli avrebbero risparmiato tanta sofferenza. «È ancora in ospedale, ma solo oggi ho capito che papà è guarito. Sono convinta che se lo avessero curato bene per tempo non sarebbe mai andato in ospedale. Il medico si preoccupava solo di fare i tamponi e non si preoccupava di come stava realmente».

Storie a lieto fine, di pazienti salvati dopo giorni e giorni di attesa, ma anche storie di abbandoni terapeutici che hanno ingrossato le fila dei nosocomi di tutt’Italia facendo così aumentare la paura del governo che per definire le politiche di lockdown si basa sul numero crescente di ricoveri ospedalieri. Quanti potevano essere evitati? E quante storie invece non sono andate a lieto fine con la morte che è sopraggiunta in ospedale perché ormai era troppo tardi?