Nociva e incostituzionale: processo alla DaD

I danni della didattica a distanza (DaD) sono stati sottovalutati. Così come la prospettiva di una “generazione perduta”. Crescono tra i ragazzi il disagio psicologico, l'apatia e l'irritabilità. E dai costituzionalisti si configura una violazione degli articoli 3 e 34 sul principio di uguaglianza e sul diritto allo studio. Ora i nodi vengono al pettine.

I danni della didattica a distanza (dad) non sono più una supposizione dei suoi detrattori, una congettura dei catastrofisti o una previsione degli addetti ai lavori. Si intravvedono già e a metterli in luce sono addirittura gli psicologi assoldati dal Ministero dell’Istruzione (Miur).

Una cosa è certa: il problema degli effetti deleteri della dad sulla crescita delle nuove generazioni è sottovalutato e la prospettiva di una “generazione perduta”, paventata dall’Unicef, è ormai un dato concreto.

Il Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi, su incarico del Miur, sta svolgendo un monitoraggio dell’andamento della didattica a distanza e degli effetti che la lontananza dalla scuola sta producendo sull’equilibrio psichico ed educativo dei ragazzi. «Il lavoro non è concluso – fa sapere il Presidente dell’Ordine, David Lazzari – ma le prime risultanze danno ulteriori argomenti a chi tra docenti, studenti e famiglie mette in guardia sull’abuso di didattica a distanza per orizzonti temporali lunghi e senza formazione. La lontananza dalla scuola, e da tutto quello che significa, determina diffuso disagio psicologico tra i ragazzi».

Dal monitoraggio emergerebbe che sei adolescenti su 10 si sentono stressati; 1 su 3 vorrebbe supporto psicologico; 4 su 10 dichiarano ripercussioni negative sulla capacità di studiare; 3 su 10 dicono di sentirsi apatici e stanchi; 2 su 10 sono preoccupati e irritabili, con alto rischio di abbandono degli studi.

Ecco perché, attacca Lazzari, «la scuola non sia solo un luogo di trasmissione di contenuti, ma un grande spazio psicologico, di relazioni, formazione e crescita del futuro adulto. La dad solo in minima parte può svolgere queste funzioni».

E Marcella Mauro, del Centro di  neuropsicologia di Humanitas medical care, rincara la dose: «Non avere contatti fisici, reali, coi propri pari impoverisce la dieta del nostro cervello emotivo. Negli adolescenti e nei preadolescenti, che vivono un’età in cui l’inclusione e l’accettazione nel gruppo di pari è meta essenziale da raggiungere, la chiusura forzata può aggravare quel senso di solitudine piuttosto frequente in fase dello sviluppo. Non bastassero le ore di dad, aumenta così la propensione all’isolamento nel pianeta digitale. Una dinamica evolutiva insana, specie in assenza di esercizio fisico. Il conto finale potrebbe rivelarsi pesantissimo».

Ma anche da altri Stati arrivano segnali allarmanti e documentati. Mentre i governi si affannano nella definizione di calendari scolastici puntualmente smentiti dalle decisioni successive, gli operatori scolastici toccano con mano gli effetti devastanti della dad sugli studenti, anche in termini di lacune nella preparazione. In Olanda, Francia e Stati Uniti si sono registrati buchi di apprendimento tra il 30 e il 50%. Nel nostro Paese, secondo un’indagine Ipsos-Save the children, uno studente su due pensa di aver sprecato un anno a causa della pandemia, e 34.000 studenti delle superiori, a causa delle assenze prolungate dalle aule scolastiche, rischiano di abbandonare gli studi.

Alla situazione esplosiva sul piano educativo e della crescita delle nuove generazioni si sommano problemi squisitamente giuridici, sollevati ieri in un’intervista al Sole 24 ore da Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale, che ritiene possibile un’impugnazione dei provvedimenti che hanno introdotto la didattica a distanza. «La reiterata chiusura delle scuole superiori in presenza, ormai da un anno – ha dichiarato Mirabelli – va ben oltre il perimetro delle misure emergenziali. Si configura una possibile violazione della Costituzione agli articoli 3 e 34: principio di uguaglianza e diritto allo studio, che è un diritto fondamentale come quello alla salute».

Secondo il presidente emerito della Consulta, il rischio non è solo quello della perdita di competenze difficilmente recuperabili ma anche quello della solitudine sociale, visto che l’apprendimento delle nozioni nelle aule scolastiche non esaurisce il senso della scuola, che invece si basa anche e soprattutto sull’interazione degli studenti con gli insegnanti e tra gli studenti.

L’Italia è lo Stato che da marzo 2020 a oggi ha chiuso più di tutti gli altri le scuole, senza predisporre protocolli per le riaperture e senza pianificare un potenziamento dei trasporti pubblici, al fine di ridurre i rischi di contagi tra gli studenti. Ora i nodi vengono al pettine e tutto ciò conferma che le scuole non sono in cima alle preoccupazioni e alle sensibilità di chi gestisce la cosa pubblica, sia al centro che sui territori regionali.