Nigeria. «Ci attaccano perché siamo cristiani. Tra i 66 rapiti tanti bambini»

Il reverendo Ishaya Adamu, presidente dei Battisti nello stato di Kaduna, racconta il rapimento di massa in chiesa del 31 ottobre: «Settimana scorsa hanno sparato in testa a due di loro. Non siamo più liberi neanche di pregare»

Era quasi terminata la funzione religiosa nella Emmanuel Baptist Church alle 9:30 della domenica mattina del 31 ottobre. La chiesa del villaggio di Kakau Daji, abitato da circa 3.000 persone, perlopiù agricoltori nello stato di Kaduna, nel centro-nord della Nigeria, era piena. «Mentre i cristiani cantavano i loro inni a Dio, all’improvviso una banda di uomini armati arrivati a bordo di dieci motociclette ha fatto irruzione e ha sbarrato le porte della chiesa», racconta a Tempi il reverendo Ishaya Adamu, presidente della congregazione battista nello stato di Kaduna. «Hanno sparato a bruciapelo a tre persone, uno dei quali è morto sul momento. Poi hanno ordinato ai cristiani di mettersi in fila e li hanno portati via nella boscaglia».

«Tanti bambini tra i 66 cristiani rapiti»

In tutto sono 77 i cristiani rapiti, ma solo 66 sono rimasti nelle mani dei sequestratori dopo che dieci sono riusciti a fuggire immediatamente. «Tra di loro ci sono tanti bambini di tutta le età: molti neonati e altri tra i tre e i 15 anni. Anche una donna incinta è stata sequestrata», continua il pastore.

L’attacco è stato studiato attentamente: il 31 ottobre, infatti, come da tempo ormai, la rete telefonica nell’area era interrotta e gli abitanti del villaggio non hanno potuto chiedere aiuto. Il posto di sicurezza con l’esercito più vicino si trovava a due ore di distanza e quando alcuni familiari l’hanno raggiunto, si sono sentiti rispondere dai soldati: «Il villaggio è troppo distante, è fuori dalla nostra zona di competenza».

«Ci attaccano perché siamo cristiani»

Il presidente dei battisti non ha idea di chi siano i rapitori né del perché abbiano attaccato la chiesa, però una cosa gli sembra evidente: «L’unica cosa che so è che dentro quella chiesa c’erano cristiani innocenti la cui unica colpa era quella di ritrovarsi a pregare Dio. Non posso dire che i rapitori siano islamici, anche se la maggior parte di solito lo è, di sicuro ci attaccano perché siamo cristiani».

I rapitori hanno domandato di trattare, chiedendo alle famiglie di fornire loro vettovaglie adeguate a sfamare i cristiani rapiti «e un riscatto esagerato: non abbiamo tutti quei soldi», continua il pastore Adamu.

Il tragico esito delle prime trattative

Di sicuro i banditi fanno sul serio. Sabato scorso hanno contattato il governo, fornendo loro un numero di telefono al quale richiamarli. «Ma le autorità hanno detto di non essere intenzionate a trattare» e così i rapitori «si sono infuriati» e hanno girato un video agghiacciante: «Hanno preso cinque cristiani tra quelli rapiti, li hanno messi in fila e li hanno fatti stendere a terra. Poi hanno sparato un colpo in testa a tutti, uno alla volta».

Due cristiani sono morti, altri tre, miracolosamente, sono rimasti soltanto feriti. Abbandonati dai rapitori, sono stati trasportati in ospedale dove ora lottano tra la vita e la morte. Davanti a questa situazione, il governo, sia nazionale che federale, è rimasto in silenzio: «Le autorità provano a proteggerci ma non stanno facendo abbastanza. Ora ci stiamo battendo per essere ascoltati, anche perché rischiamo di morire ogni giorno».

In Nigeria regnano caos e persecuzione

Il reverendo non esagera. La situazione dei cristiani in Nigeria è sempre più grave e la sicurezza in particolare nello stato di Kaduna è pressoché inesistente. Lunedì 11 ottobre, in un attacco simile, sono stati rapiti dalla cappella del seminario maggiore di Cristo re tre seminaristi, poi liberati. I sequestri per ottenere un riscatto sono ormai sistematici. Solo da gennaio a luglio sono già stati uccisi in Nigeria 3.462 cristiani, appena 68 in meno di quelli ammazzati in tutto il 2020, secondo un rapporto della ong nigeriana Intersociety Rule of Law.

Come raccontava a Tempi padre Emmanuel Okolo, cancelliere della diocesi di Kafanchan che gestisce il seminario dove è avvenuto il rapimento dei seminaristi, dovunque nello stato di Kaduna «le case vengono bruciate, i campi devastati. Le forze di sicurezza fanno del loro meglio, ma neanche per loro è facile perché sono sopraffatti dal livello di violenza. I musulmani pensano di spaventarci con la violenza, ma noi non ci lasciamo minacciare e restiamo saldi nella fede e in Cristo, che è la nostra roccia».

La Chiesa battista sotto attacco

Il caos al quale è abbandonato lo stato di Kaduna è particolarmente grave per la comunità dei battisti. Come spiega il presidente Adama, «qui la Chiesa battista è indigena, abbiamo tantissime chiese nei villaggi. Ce n’è una in quasi ogni villaggio dello stato ed è per questo che ogni volta che un villaggio viene attaccato, le nostre chiese finiscono per essere colpite».

Solo quattro mesi fa, il 15 luglio, in un altro attacco eclatante, circa 140 studenti sono stati rapiti dalla Bethel Baptist High School dove studiavano. Da inizio anno, sono quasi 1.000 gli studenti sequestrati dai complessi scolastici da uomini armati in cerca di riscatto.

«Noi cristiani non siamo più liberi»

Per questo, continua, «ogni cristiano in Nigeria oggi sa di essere costantemente in pericolo: è triste da dire, ma non siamo più liberi. Non possiamo andare a fare una passeggiata, non possiamo andare a pregare in chiesa, non possiamo andare a scuola né a lavorare nei campi. Tutto è diventato pericoloso e tante persone stanno morendo di fame, perché sono state costrette ad abbandonare il lavoro della terra».

Minacciati e perseguitati, conclude il pastore, «noi cristiani continuiamo a tenere accesa la fiammella della fede e a confidare in Dio. Lui conosce le nostre sofferenze e sappiamo che un giorno questa situazione finirà. Al momento non sappiamo cos’altro fare se non pregare Dio perché ci aiuti e ci salvi. Siamo certi che lo farà».