Nella crisi del coronavirus c’è tutto il fallimento del sistema cinese

Quando l'emergenza sarà finita la leadership del Paese dovrà fare pulizia dei quadri dirigenti che non hanno saputo gestire la situazione. E dovranno affrontare la sfiducia crescente dei cittadini

Il sindaco di Wuhan ha addossato la colpa ai piani superiori. Un funzionario di alto grado incaricato di tenere sotto controllo il diffondersi dell’epidemia ha accusato vari livelli di burocrati. Un esperto governativo ai vertici ha incolpato l’opinione pubblica: secondo lui, la gente non capisce quello che le viene detto. Mentre la Cina è alle prese con un’epidemia provocata da un misterioso coronavirus che ha ucciso almeno 500 persone e fatto ammalare migliaia di altre, un miliardo e quattrocento milioni di cinesi si stanno chiedendo che cosa sia andato storto.

I funzionari di alto grado sono impegnati in un insolita gara a chi punta il dito contro gli altri. Così tanti tra loro hanno smentito di aver avuto una responsabilità nel degenerare della situazione che alcuni utenti online scherzano e parlano apertamente di scaricabarile (in Cina si dice “tirare il wok”).

I cinesi stanno sperimentando, esperienza assai rara, in che modo funzioni il colossale apparato burocratico cinese, così poco trasparente. O, per meglio dire, come non abbia funzionato a dovere. Troppi funzionari sono diventati apparatcik di partito timorosi di prendere decisioni che potevano irritare i loro superiori. Troppi hanno avuto paura di essere licenziati, troppi si sono comportati con arroganza dicendo all’opinione pubblica che tutti dovrebbero ammettere i loro errori e imparare da essi.

Il governo cinese sembra consapevole del problema. I massimi vertici del Partito Comunista hanno ammesso in una riunione lunedì che l’epidemia ha “messo a dura prova il sistema cinese e la sua capacità di governance”. Proprio quando la Cina sta entrando in un periodo di sospensione virtuale delle attività, sempre più persone mettono in discussione le decisioni del governo.

Quando il virus ha iniziato a diffondersi, i funzionari di Wuhan e di tutto il Paese hanno messo a tacere informazioni di importanza cruciale, hanno sminuito la portata del problema e hanno rimproverato i medici che cercavano di lanciare l’allarme. Una ricostruzione del diffondersi della malattia effettuata dal New York Times dimostra che, non rendendo note le informazioni tempestivamente, il governo cinese in teoria ha perso l’occasione di impedire che la malattia si trasformasse in un’epidemia.

La comparsa del virus ha danneggiato irreparabilmente il mito secondo cui le élite politiche cinesi ottengono cariche e promozioni unicamente in base al merito. La Cina aveva spacciato questo sistema come suo, unico, innovativo, tanto che i Paesi in via di sviluppo avevano mandato migliaia dei loro funzionari di governo in quel Paese a studiare e imparare il suo modello di governance, un sistema politico che offre sicurezza e crescita in cambio di sottomissione al regime autoritario.

In Cina adesso la popolazione mette in discussione le premesse stesse di questo ragionamento. E concentra sempre più la rabbia contro Xi Jinping, il leader supremo cinese, colui su cui ricadono tante accuse per aver creato una cultura della paura e della sottomissione all’interno del governo cinese. Pochi osano mettere Xi Jinping in discussione apertamente, per paura di attirarsi i controlli e la censura della polizia. Ma, poco dopo che Xi Jinping è letteralmente sparito e non compare più in pubblico, alcuni utenti dei social media hanno iniziato a chiedere in modo eufemistico: “Che fine ha fatto?”.

Può darsi che il popolo cinese ora ne paghi il prezzo. I fallimenti insidiano il sistema. Il sindaco di Wuhan, Zhou Xianwang, ha detto di non aver reso note prima la gravità e l’entità dell’epidemia perché aveva bisogno dell’autorizzazione dei piani alti. In verità, avrebbe potuto condividere molte più informazioni, per esempio dicendo ai residenti di indossare mascherine, lavarsi le mani di frequente e non prendere parte a raduni come il banchetto che, pochi giorni prima che questa città di undici milioni di abitanti venisse messa in quarantena e isolata, ha attirato oltre 40 mila famiglie.

Quando le informazioni hanno iniziato a circolare, erano vaghe e fuorvianti. In una serie di avvisi pubblicati online tra il 31 dicembre e il 17 gennaio, le autorità locali hanno reso noto di avere in cura per polmonite alcuni pazienti, ma non hanno detto da quando o quanti fossero. La Commissione sanitaria nazionale – il ministero incaricato di dichiarare un’emergenza epidemica – non ha diffuso alcun avviso riguardante lo scoppio dell’epidemia fino al 19 gennaio. E, quando lo ha fatto, in sostanza ha rifilato la responsabilità di nuovo alle autorità locali. Nella prima frase del comunicato, è stata citata una legge che impone alla commissione di lavorare con le autorità locali per la prevenzione delle epidemie.

Mentre fanno di tutto per contenere i contagi, i governi locali stanno dimostrando di essere più bravi a fingere di essere indaffarati che a trovare soluzioni. Molti stanno trovando nuovi modi per individuare ed espellere i residenti della provincia di Hubei per contenere il diffondersi del coronavirus. Individuare i potenziali portatori del virus è di sicuro utile, ma punirli o perseguitarli rischia di indurli a nascondersi, rendendo ancora più difficile e complicato combattere l’epidemia.

Anche fuori dalle aree maggiormente colpite, le autorità locali stanno dimostrando di non scrivere leggi e provvedimenti tenendo presente il bene della popolazione. Un video, diventato virale in tutta la Cina, ha mostrato una coppia bloccata su un ponte che collega la Provincia di Guizhou alla città di Chongqing. I due governi hanno vietato ogni tipo di spostamento e la coppia – lei di Guizhou, lui di Chongquing – non sapeva dove andare e cosa fare. Sui social media, i quadri di basso livello si lamentano perché ricevono di continuo dai piani alti istruzioni e devono trascorrere la maggior parte della giornata a riempire moduli invece che a svolgere il loro lavoro.

Dopo l’epidemia, la leadership cinese dovrà punire alcuni funzionari, e farlo severamente, se vuole salvarsi la faccia e riconquistare un minimo di credibilità. Il Partito Comunista, però, farà davvero molta fatica a riconquistare tutte le persone che stanno soffrendo per l’epidemia e i fallimenti del governo. “Sapevo da tempo che questo Paese ritornerà a essere una società pacifica e prospera. Sentiremo molta gente gridare ai quattro venti di essere orgogliosa di quel potere e di quella prosperità” ha scritto sul social media Weibo, un residente di Wuhan. “Ma” ha aggiunto, “dopo quello che ho visto con i miei occhi, mi rifiuto di assistere agli applausi e di sentire encomi”.

Traduzione di Anna Bissanti
Li Yuan cura la sezione The New New World del New York Time che incrocia temi di tecnologia, economia e politica in Cina e in Asia in genere