Nel Sahel nessuno sa arginare l’infezione islamista

Macron è ai ferri corti con i presidenti degli Stati della regione, dove dilagano gli islamisti. Le ragioni dell’impasse franco-africano di fronte al terrorismo islamista nel Sahel sono varie e complesse. Le forze francesi e i loro alleati africani devono operare in un territorio con scarse vie di comunicazione largo duemila chilometri e profondo 500, nel quale i terroristi vivono dispersi in località difficilmente raggiungibili e si riuniscono in gruppi di alcune centinaia per tendere agguati o assalire obiettivi sia civili che militari. I jihadisti sfruttano le rivalità tribali locali per reclutare militanti o per concludere alleanze soprattutto con le tribù fulani, pastori nomadi musulmani in perenne conflitto con le etnie stanziali. Colpiscono le forze armate africane nei periodi di maggiore debolezza dovuti a condizioni di instabilità politica.

La stampa internazionale ha dato notizia della visita di Emmanuel Macron in Costa d’Avorio e in Niger nel week-end prima di Natale per l’annuncio fatto ad Abidjan dell’abolizione del franco Cfa negli otto paesi dell’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale e della sua sostituzione con l’Eco, moneta anch’essa ancorata all’euro ma per la quale non sarà richiesto ai paesi africani di depositare presso il Tesoro francese il 50 per cento delle loro riserve valutarie.

Serie di attentati

Silenzio quasi assoluto sull’aspetto più imbarazzante della visita: le dichiarazioni del presidente francese che hanno ufficializzato la crisi fra la Francia e i paesi del cosiddetto G5 del Sahel (Mauritania, Mali, Niger, Ciad e Burkina Faso) coi quali dal 2014 è in atto una fallimentare collaborazione in materia di lotta al terrorismo di ispirazione jihadista nella regione. A cavallo fra novembre e dicembre i terroristi hanno attaccato un convoglio di minatori scortato dall’esercito fra la città di Fada N’Gourma e la miniera di Bongou nell’est del Burkina Faso assassinando 37 persone (6 novembre); hanno causato indirettamente la morte di 13 soldati francesi impegnati in un’azione antijihadista notturna nel Mali meridionale dove due elicotteri si sono scontrati in volo (27 novembre); hanno ucciso 14 fedeli protestanti in Burkina Faso in una chiesa del dipartimento di Foutouri al confine col Niger (1 dicembre); hanno assalito in forze una base militare dell’esercito del Niger nel sud-ovest del paese uccidendo 71 soldati a Inates (11 dicembre). L’ultimo, in ordine di tempo, è l’attacco contro il distaccamento militare ad Arbinda, una città nel Sahel, nell’estremo Nord del Paese. Il bilancio è di almeno 35 vittime civili, la maggior parte donne, 7 soldati e un’ottantina di terroristi.

Le parole di Macron

Dopo quest’ultimo incidente, il summit fra Macron e i capi di governo dei 5 paesi africani previsto per il 16 dicembre in Francia a Pau è stato rinviato al 13 gennaio prossimo. Ma gli auspici non sono certo dei migliori, a rileggere quello che Macron ha detto ad Abidjan e poi riaffermato nella tappa di Niamey. «In vari paesi del Sahel ci sono movimenti della società civile, a volte ripresi da responsabili di livello ministeriale (…) che dicono che la presenza militare francese avrebbe un carattere neo-colonialista o imperialista», ha detto nell’ex capitale ivoriana. «Qualche giorno fa ho notato dichiarazioni estremamente chiare del presidente (nigerino – ndt) Issoufou che ha avuto il coraggio di dire che la Francia è presente su richiesta del Niger. Attendo la stessa chiarezza da parte di tutti i dirigenti (…). Se questa chiarezza non si manifesta, in certi paesi la Francia trarrà tutte le conseguenze del caso, perché non mi lascerò attaccare, non lascerò attaccare i nostri soldati con questo genere di argomenti». Nella capitale del Niger ha rincarato la dose: «Le settimane che vengono sono assolutamente decisive per la lotta che conduciamo contro il terrorismo. Siamo a una svolta in questa guerra. Occorre definire in modo molto più chiaro gli obiettivi militari, politici e di sviluppo per i prossimi sei, dodici, diciotto mesi. (…) Vedo prosperare in troppi paesi, senza una chiara condanna a livello politico, sentimenti antifrancesi. Non posso accettare di inviare i nostri soldati sul terreno in paesi dove non ci si assume la responsabilità della presenza francese». Tutti i commentatori sono concordi che queste critiche erano indirizzate ai presidenti del Mali e del Burkina Faso, rispettivamente Ibrahim Boubacar Keita e Roch Marc Christian Kaboré, che si sono lamentati che la convocazione del summit di Pau assomigliasse più a una ingiunzione che a un invito. In un’intervista il presidente Keita ha insistito nell’affermare che i paesi africani chiedono alla Francia «un partenariato rispettabile e rispettoso».

Chi sono i terroristi

Nel Sahel il degrado delle condizioni di sicurezza si aggrava esponenzialmente col passare del tempo. Le vittime di attacchi terroristici jihadisti sono passate da 300 nel 2015 a oltre 2 mila quest’anno; il numero degli attacchi ha seguito lo stesso andamento, passando da qualche decina nel 2015 a 400 l’anno scorso e a 700 nel 2019 (primi di dicembre). Responsabili della quasi totalità degli attentati sono due formazioni e una coalizione di gruppi: Ansaroul Islam, che opera soprattutto in Burkina Faso, lo Stato Islamico nel Grande Sahara (attivo in Mali, Niger e Burkina Faso) e il Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani che riunisce Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), Ansar Din, Al-Morabitoun e il Fronte di Liberazione di Macina. Questi gruppi sommati tutti insieme contano probabilmente tremila elementi, che si trovano davanti 4.500 soldati francesi, 100 estoni e 70 danesi, oltre che tutte le forze armate dei cinque paesi africani, che nei tre paesi maggiormente sotto attacco (Niger, Mali e Burkina Faso) contano oltre 30 mila uomini. In questi tre paesi la spesa militare è raddoppiata nel giro di sei anni dal 5,4 al 10,6 per cento del budget governativo. Tutti costoro sono coordinati dall’1 agosto 2014 nell’Operazione Barkhane, che ha la sua base principale a N’Djamena nel Ciad e ha preso il testimone dall’Operazione Serval con la quale nel 2013 le forze armate francesi hanno salvato il Mali dalla conquista da parte di una coalizione di gruppi islamisti. La nuova operazione doveva eliminare le cellule dei gruppi che avevano partecipato all’assalto del Mali e impedire che si espandessero verso sud.

Attacchi ai cristiani

L’amara parabola del Burkina Faso – il paese immediatamente a sud di Mali e Niger – dà la misura dell’insuccesso della stessa: nel 2015 il paese soffriva solo per sporadici attacchi ai posti di polizia e ad alcune caserme al confine col Mali; oggi in 14 delle 45 province è stato dichiarato lo stato di emergenza, gli sfollati interni sono 500 mila (su una popolazione di 17 milioni di abitanti), le scuole del nord del paese sono tutte chiuse e dirigenti e funzionari pubblici hanno abbandonato molte regioni considerate non più sicure. Dall’aprile scorso i terroristi hanno cominciato per la prima volta anche ad attaccare le chiese cattoliche e protestanti nel nord e nell’est del paese, uccidendo in pochi mesi almeno 60 persone. Ougadougou, la capitale del paese, è l’unica di tutta l’Africa occidentale ad avere subito tre assalti terroristici con decine di morti in meno di tre anni fra il 15 gennaio 2016 e il 2 marzo 2018.

L’impasse franco-africano

Le ragioni dell’impasse franco-africano di fronte al terrorismo islamista nel Sahel sono varie e complesse. Le forze francesi e i loro alleati africani devono operare in un territorio con scarse vie di comunicazione largo duemila chilometri e profondo 500, nel quale i terroristi vivono dispersi in località difficilmente raggiungibili e si riuniscono in gruppi di alcune centinaia per tendere agguati o assalire obiettivi sia civili che militari. I jihadisti sfruttano le rivalità tribali locali per reclutare militanti o per concludere alleanze soprattutto con le tribù fulani, pastori nomadi musulmani in perenne conflitto con le etnie stanziali. Colpiscono le forze armate africane nei periodi di maggiore debolezza dovuti a condizioni di instabilità politica. Nel Burkina Faso sotto la ultratrentennale presidenza di Blaise Compaoré l’unico reparto dell’esercito armato e addestrato a dovere era la Guardia presidenziale, che è stata sciolta dopo il trapasso dei poteri nel 2015 all’attuale presidente.

Interessi Francesi

Le minacce di Macron di ritirare le truppe dai paesi recalcitranti a riconoscere il ruolo francese nella regione sono accolte con scetticismo dagli osservatori: al summit della Nato del 5 dicembre scorso il capo di Stato francese ha auspicato la creazione di una nuova coalizione internazionale per ripulire l’Africa occidentale dall’infezione jihadista, non ritenendo sufficiente l’appoggio logistico all’Operazione Barkhane e i programmi di formazione delle forze armate locali da parte di vari paesi europei (Regno Unito, Germania, Spagna, Portogallo, Danimarca, ecc.). Finora nessuno ha risposto alla chiamata, presentata anche come un laboratorio per la creazione di una forza europea di difesa unificata. Probabilmente gli europei la pensano come gli africani che Macron ha rimbeccato: i francesi operano nel Sahel in difesa di interessi geopolitici nazionali, e condizionano le modalità delle loro richieste di solidarietà europea a questi interessi.

Presenza italiana

Tutti ricordano come all’inizio del 2018 il governo del Niger bloccò l’arrivo di un contingente militare italiano già concordato fra i governi di Roma e di Niamey per evidenti pressioni francesi che non volevano una presenza italiana nel loro storico “pré carré”, il nome con cui è stato per decenni indicato il territorio africano sotto influenza francese. Alla fine l’Italia è riuscita a inviare 470 militari incaricati di addestrare le forze armate nigerine nel contesto della missione Misin, che non partecipa all’Operazione Barkhane, ma opera in stretto collegamento operativo e strategico con le unità da guerra degli Stati Uniti d’America dislocate in Niger e poste sotto il controllo di US Africom, il comando per le operazioni Usa nel continente africano.