Negli Stati Uniti ha vinto la polarizzazione

Le profonde divisioni politiche sono il virus delle democrazie contemporanee. Le elezioni americane sono solo l'ultimo esempio

Negli Stati Uniti ha vinto la polarizzazione

Stati Uniti sono una tipica democrazia del XXI secolo, vale a dire un Paese politicamente spaccato. Ormai quasi tutte le democrazie mondiali sono afflitte da profonde divisioni politiche, che stanno diventando così estreme che molti cittadini definiscono la loro identità politica in contrapposizione con «l’altra parte». Un’intolleranza profonda e automatica verso quelli che hanno idee e preferenze politiche in concorrenza con le nostre è diventata la norma. Spesso, la rabbia e l’animosità verso l’avversario politico sono tali che quest’ultimo non viene più nemmeno accettato come un attore politico legittimo. Naturalmente, più un Paese è polarizzato, più difficile governarlo.

La speranza spesso era che le elezioni, chiarendo il vincitore, calmassero le acque. Gli elettori avrebbero dato a uno dei partiti una maggioranza ampia e un mandato che gli consentisse di governare. Questa cosa purtroppo succede sempre meno spesso. Invece di ridurre la polarizzazione, le campagne elettorali la ingigantiscono. Invece di contribuire a calmare la tensione e unire il paese, adesso promuovono la radicalizzazione. Le elezioni quantificano anche la frattura politica che divide una società e forniscono i numeri esatti di persone che supportano ognuno dei due schieramenti. Le democrazie polarizzate fanno fatica a formare Governi, a tenere in piedi le alleanze che mettono insieme alla bell’e meglio per governare e prendere decisioni politiche che sono sì necessarie, ma anche controverse.

Questa realtà politica è ormai globale. Recentemente abbiamo visto le gravi conseguenze della polarizzazione in Spagna, in Italia, in Gran Bretagna, in Grecia, in Israele, in Polonia, in Brasile, in Perù, in Cile, in Indonesia, in Malaysia, in Sudafrica, in Nigeria e in Tunisia, per fare solo alcuni esempi. In tutti questi Paesi, la società sembra soffrire di una sorta di malattia autoimmune, con una parte del corpo politico che impiega risorse considerevoli per muovere guerra contro il corpo stesso. Non significa che la polarizzazione sia un fenomeno nuovo. È sempre esistita: si può anzi dire che lo scontro fra idee contrastanti sia parte integrante della democrazia. La differenza, oggi, sta nel livello di diffusione, penetrazione e intensità della polarizzazione. La disfunzionalità politica cronica e lo stallo paralizzante sulle misure da adottare stanno diventando la norma. Le elezioni americane sono solo l’esempio più recente e rivelatore di questa malattia politica debilitante.

A che cosa è dovuta questa frammentazione delle società in gruppi disparati, che non si sopportano a vicenda? Indubbiamente, parte della colpa è da attribuire all’aumento dell’instabilità economica e ai diffusi sentimenti di ingiustizia. La popolarità dei social media e la crisi dei media tradizionali e del giornalismo la incoraggiano. Servizi come Twitter o Instagram stimolano la comunicazione attraverso messaggi brevi. Questa brevità favorisce l’estremismo, perché più il messaggio è breve, più dev’essere radicale per poter avere ampia diffusione. Nei social media non c’è spazio, tempo e pazienza per le gradazioni di grigio, le ambivalenze, le sfumature o la possibilità che persone con opinioni conflittuali possano trovare un terreno comune. Tutto è bianco o nero, e questo naturalmente favorisce i settari e rende più difficile raggiungere un consenso.

Ma c’è di più. La polarizzazione non nasce solo dai risentimenti provocati dalle difficoltà economiche o dalla bellicosità stimolata dai social media. L’antipolitica – il rigetto totale della politica e dei politici tradizionali – è un altro fattore importante. I partiti politici ora devono misurarsi con una pletora di nuovi concorrenti («movimenti», «onde», «fazioni», Ong) che hanno un programma basato sul ripudio del passato e su tattiche che incoraggiano l’intransigenza. Paradossalmente, per avere successo nelle urne, i partiti politici tradizionali ora devono adottare posizioni modellate sull’antipolitica. Trump è un esempio tipico (per quanto paradossale) di questo fenomeno. Un esponente dell’élite più ricca del pianeta, che ha prosperato manipolando il sistema, è riuscito a diventare il leader di quelli «lasciati indietro» da quello stesso sistema.

Un altro fattore che alimenta la polarizzazione è l’identità. È diventato sempre più importante per le persone appartenere a gruppi politici in cui si identificano con gli altri membri, non importa se l’identità in questione è religiosa, etnica, regionale, linguista, sessuale, generazionale, rurale, urbana e così via. Il presupposto è che l’identità che vincola gli aderenti a un gruppo politico genera interessi e preferenze simili. Dal momento che l’identità tende a essere più permanente e meno fluida delle «normali» posizioni politiche, gruppi politici di questo tipo trovano più difficile fare concessioni su questioni che riguardano l’identità dei loro membri, e questo li rende più rigidi, perché radicalismo e polarizzazione spesso vanno a braccetto.Come sappiamo, ci sono anche attori stranieri, spesso finanziati dai Governi, specializzati nell’usare i social media per sfruttare e approfondire le spaccature che già esistono in altri Paesi, e creare in questo modo nuove divisioni e seminare il caos. La polarizzazione politica non è destinata ad attenuarsi nel prossimo futuro. Le forze che ne sono alla base in molti casi sono potenti e inarrestabili. Le elezioni statunitensi di quest’anno sono solo l’esempio più recente dell’effetto debilitante che stanno avendo sulle democrazie mondiali.