Nasce un gran governo del cambiamento

Riuscire a dominare l’Italia dei veti governando gli infiniti colli di bottiglia che tengono il nostro paese in ostaggio della cultura del no. Tutte i cambiamenti che si porta con se il governo Draghi

Scommette sugli europeisti, marginalizza gli estremismi, premia i moderati, punta sull’efficienza, valorizza il compromesso, disarma il conflitto, responsabilizza i partiti, non abusa dei tecnici e in definitiva offre agli osservatori l’immagine di un governo interessato a occuparsi un po’ meno dei capri espiatori e un po’ più delle soluzioni. Sono le 19.50 quando Mario Draghi, dopo quaranta minuti di colloquio con Sergio Mattarella, si presenta di fronte alle telecamere per illustrare la lista dei ministri concordata con il capo dello stato. E pochi istanti dopo aver cominciato a familiarizzare con i volti del nuovo governo si può tentare un piccolo azzardo: è finalmente arrivato il momento in cui la parola “cambiamento” può essere utilizzata in modo non retorico accanto alla parola governo? Forse sì.

A voler scorrere rapidamente la lista dei ministri ci sono almeno cinque ragioni diverse per cui il governo Draghi è un governo che forse più di chiunque altro, in Europa, può essere associato in questo momento a un verbo di cui l’Italia negli ultimi anni ha molto abusato: cambiare, appunto.

La prima ragione, se vogliamo culturale, ha a che fare con la certificazione di una verità difficile da contestare che coincide con le stagioni che i populisti hanno scelto di archiviare sostenendo un governo come quello presentato ieri da Draghi: il sovranismo non c’è più (vedi i passi indietro di Salvini), il protezionismo non c’è più (dire di sì a Draghi significa dire di sì a una bandiera della globalizzazione), di giustizialismo ce n’è un po’ meno (vedi Marta Cartabia alla Giustizia), la linea Travaglio è stata archiviata (vedi l’abbraccio tra Beppe Grillo e Silvio Berlusconi), l’odio per i tecnici è venuto a mancare (Daniele Franco, nuovo ministro dell’Economia, e Roberto Garofoli, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, sono gli stessi tecnici che un tempo il M5s definiva “i pezzi di m… del Mef”) e anche sull’immigrazione la stagione dell’isolazionismo trucista può essere archiviata (Matteo Salvini voterà la fiducia a un governo il cui ministro è Luciana Lamorgese, che un anno e mezzo fa venne chiamata da Giuseppe Conte per segnare una discontinuità con la stagione del Viminale salviniano).

Una seconda ragione, ovvia, riguarda una circostanza storica che sembra essere diventata scontata ma che scontata invece non lo è: l’Italia, con Draghi, diventa l’unico paese europeo a prepararsi alla stagione del Recovery mettendo d’accordo quattro quinti del Parlamento e da questo punto di vista il grande cambiamento impresso dal nuovo presidente del Consiglio è quello di aver creato uno spazio politico all’interno del quale potrebbe nascere in futuro un nuovo bipolarismo a trazione europeista (alla faccia di tutti gli osservatori accigliati che il 4 marzo del 2018 decretavano la nascita duratura e inevitabile di un nuovo bipolarismo populista).

La terza ragione, meno ovvia, riguarda un tema che ha a che fare con l’identità dei partiti (gli estremi sono stati penalizzati, i moderati sono stati premiati) e la scelta di Draghi di dire di no alla richiesta fatta da Matteo Salvini di prendere parte al governo (Lega sì, Salvini no) è una scelta saggia che potrebbe avere un effetto importante: far interpretare la svolta anti nazionalista della Lega ad alcuni politici (come Massimo Garavaglia e come Giancarlo Giorgetti) che sull’europeismo hanno un’affidabilità mille volte superiore a quella dell’ex Truce potrà permettere alla Lega una svolta sull’europeismo nei fatti e non solo a parole.

La quarta ragione ha a che fare invece con un elemento per così dire simbolico e il miracolo del governo Draghi (che rispetto agli ultimi anni ha avvicinato l’Italia un po’ di più al nord e come notato ieri da YouTrend dei 25 membri del nuovo governo nove sono nati in Lombardia, quattro in Veneto e solo due nel Lazio, in Emilia-Romagna, in Campania e in Basilicata) in fondo è anche il miracolo di un Parlamento che tre anni fa era nato per rincorrere le scie chimiche, per dubitare dell’allunaggio, per flirtare con i No vax, per giocare con l’euro, per rimettere in discussione l’Europa, per rimettere in discussione la democrazia rappresentativa e che tre anni dopo, anche grazie alla pazienza di Sergio Mattarella, è invece lì pronto a presentarsi come un modello capace di rappresentare l’opposto di quello che poteva essere: un esempio non di come si può alimentare il populismo ma di come lo si può arginare, disinnescare e persino convertire.

La quinta ragione che ci permette di associare i primi fotogrammi del governo Draghi all’immagine del cambiamento (anche se con una certa continuità con il Bisconte: rimangono ai loro posti Luigi Di Maio, agli Esteri; Roberto Speranza alla Salute; Lorenzo Guerini, alla Difesa; Dario Franceschini, alla Cultura; Luciana Lamorgese, all’Interno: un Trisconte con Drago!) riguarda una caratteristica interessante relativa ad alcune scelte fatte dal presidente del Consiglio, che ha deciso di rinunciare al profilo dei nomi da copertina per puntare su nomi capaci di far funzionare la macchina (da Franco a Garofoli passando persino per Brunetta) e in grado cioè di aiutare Draghi in quella che è da tempo una delle sue preoccupazioni maggiori rispetto al futuro del nostro paese: riuscire a dominare l’Italia dei veti governando gli infiniti colli di bottiglia che tengono il nostro paese in ostaggio della cultura del no. Niente male come inizio.