Myanmar e Cina, l’appello di Bo per i cristiani perseguitati

Con il regime militare in Myanmar e dopo le quattro chiese attaccate a Loikaw, «siamo profondamente preoccupati per la sicurezza e l’incolumità della nostra gente, di centinaia di religiosi e sacerdoti». Inoltre bisogna trovare «soluzioni durature per porre fine alla grande sofferenza dei cattolici in Cina». La Bussola intervista il cardinale Charles Bo.

Da più di quattro mesi #WhatsHappeninglnMyanmar è uno degli hashtag che appaiono regolarmente in tendenza su Twitter. Cosa sta succedendo in Myanmar? Nel febbraio scorso, prima che il nuovo Parlamento dominato dalla Lega Nazionale per la Democrazia si insediasse, i militari hanno dato vita a un golpe, dichiarando lo stato di emergenza della durata di un anno e trasferendo i poteri ai generali Min Aung Hlaing e Myint Swe.

Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace e leader del partito vincitore nelle contestate elezioni di novembre, è tornata dietro le sbarre mentre le strade del Paese sono diventate il teatro di manifestazioni di protesta represse nel sangue dalle forze armate. Più di 800 persone sono state uccise e altre 5.000 sono state arrestate dall’esercito e da gruppi paramilitari che non hanno esitato a sparare anche su minorenni e ambulanze. Finora le violenze dei militari birmani non hanno trovato, però, una condanna netta da parte dell’Onu perché la Cina – primo partner commerciale e storico Paese protettore – ha bloccato in Consiglio di sicurezza la bozza di risoluzione a favore del ripristino della (fragile) democrazia birmana.

Sulla tragica situazione in cui è precipitato di nuovo il Myanmar e sulle sue relazioni con il potente vicino cinese, la Nuova Bussola ha intervistato il cardinale Charles Bo, arcivescovo di Yangon, capo dei vescovi birmani e presidente della Federazione delle conferenze episcopali dell’Asia.

Eminenza, buona parte del debito nazionale del Myanmar è nelle mani di Pechino. Lei più di un anno fa ha detto che il governo cinese dovrebbe risarcire i danni causati dal Covid-19, specialmente ai Paesi più poveri. Alla luce delle nuove informazioni sulle negligenze nella gestione dello scoppio della pandemia, non crede che una soluzione auspicabile sarebbe quella di cancellare una parte del debito pubblico del Myanmar?
Questa è una domanda su cui si dovrebbero esprimere le organizzazioni internazionali. Le nuove informazioni sono ancora in corso di approfondimento da parte di scienziati e altri esperti. Una volta che il quadro sarà chiaro, potremo prendere una decisione forte basata sulla verità. Molti Paesi ricchi devono condonare i debiti di quelli poveri, così come le organizzazioni multilaterali. Questo era l’obiettivo della campagna giubilare della Chiesa cattolica.

In un appello pubblico, la Conferenza episcopale del Myanmar ha chiesto il rispetto della santità dei luoghi di culto. Cosa è successo a Loikaw? Vi sentite sotto attacco?
Personalmente non mi sento sotto attacco. Vivo a Yangon, lontano da Loikaw. Ma siamo profondamente preoccupati per la sicurezza e l’incolumità della nostra gente, di centinaia di religiosi e sacerdoti. Interpretando in pieno il senso della parola ‘pastorale’, molti di loro sono al fianco della gente nei luoghi più ostili e difficili del Paese. A Loikaw finora ci sono state quattro chiese attaccate. Abbiamo fatto un appello sincero perché è davvero triste che continui questa spirale di violenza. Come Conferenza episcopale del Myanmar stiamo provando a fermarla.

L’immagine di suor Ann Rose inginocchiata per supplicare gli agenti di polizia di non sparare ai manifestanti è diventata il simbolo della lotta contro la repressione dei militari. Teme per la vita di questa coraggiosa religiosa?
Non credo che suor Ann corra alcun rischio per la sua vita. Prendiamo tutte le precauzioni del caso per proteggerla. È una suora semplice che ha steso le braccia per difendere la sicurezza della gente nelle strade. Ora è tornata alla sua missione medica. Il suo gesto ha conquistato le lodi del mondo, attirando anche l’attenzione del Papa. Speriamo che gesti come il suo portino la pace non solo in Myanmar ma nel mondo intero.

Il Myanmar ha dovuto affrontare un crescente isolamento internazionale dopo il colpo di Stato. Cosa può fare la Chiesa per essere d’aiuto?
La Chiesa lavora sempre per la pace nella Giustizia. Abbiamo un Papa il cui cuore si protende verso i sofferenti. Ha già parlato sette volte di noi e siamo profondamente commossi per il suo sostegno. Il Myanmar è isolato a livello internazionale a causa delle violenze scatenate nelle strade e delle violazioni dei diritti umani. L’Asean (Associazione delle nazioni del sud-est asiatico) sta facendo del suo meglio per avviare il dialogo. La violenza è aumentata nelle strade e stiamo lavorando per una pace giusta. La Chiesa lavorerà con altri stakeholders, come la coalizione internazionale Religioni per la pace, per portare al tavolo del dialogo tutte le parti coinvolte.

La repressione in corso nelle strade del Myanmar è stata paragonata al massacro di piazza Tiananmen. Condivide questo paragone?
Tutti i governi forti sopprimono la resistenza del loro popolo. Myanmar e Cina non sono democrazie solide. La Cina reprime con il pugno di ferro il popolo che lotta. Ma la differenza è che offre enormi opportunità di sviluppo economico ai suoi cittadini, tirando fuori milioni di persone dalla povertà ed emergendo come una nazione capitalista dell’Asia. Mentre il Myanmar non gode né del liberalismo politico né delle opportunità economiche. Dopo il massacro di Tiananmen, la Cina ha fatto molta strada nel fornire opportunità economiche, anche se il trattamento riservato ai musulmani nel Paese è molto triste.

Non solo verso i musulmani. Lei come presidente della Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche ha indetto di recente una settimana di preghiera per la Chiesa cinese. Un mese fa le autorità della provincia dell’Hebei hanno arrestato un vescovo, sette sacerdoti e dieci seminaristi. Che messaggio si sente di inviare ai cattolici in Cina che stanno ancora soffrendo la persecuzione per la loro fede in Cristo?
La Cina è una sfida molto complessa per la Chiesa. Il Santo Padre ha un piano per formalizzare il rapporto con la Cina con la speranza di rafforzare la libertà di tutti i cattolici. È una tragedia che persone appartenenti alla stessa fede siano frammentate da considerazioni politiche. La Russia, che un tempo era un potente Paese comunista ateo, ha imparato a lavorare con la Chiesa russa e questo è diventato vantaggioso per entrambi. La Cina ha bisogno di capire che la Chiesa è un grande alleato in molti Paesi per il benessere della popolazione, soprattutto nei settori dell’istruzione e della sanità. La missione della Chiesa è una cosa, il ruolo del governo un’altra. Possono essere complementari e non contrastanti. La Cina dovrebbe capirlo. Il mio cuore va ai cattolici sofferenti a causa della loro fede. Seguo sempre la difficile situazione del personale ecclesiale che è rimasto fedele al Santo Padre. Mi lasci aggiungere un’ultima cosa, a cui tengo.

Prego.
È mio profondo desiderio che si trovino soluzioni durature per porre fine alla grande sofferenza dei nostri fratelli e sorelle cattolici in Cina. Prego che possiamo vederle in un futuro prossimo, sotto il regno di questo Papa che ha corso rischi calcolati a questo scopo. Abbiamo tutti bisogno di sostenerlo nella sua impegnativa missione