“Muoio in pace”, la storia di santità di una giovane mamma

“Ogni volta che preghiamo il Santo Rosario sento tanta pace e serenità nel cuore, al punto da commuovermi per l’emozione, nonostante questa malattia”. Sono le parole di una giovane sposa e madre che ha accolto la via di Dio, quella di chiamarla a sé appena trentenne. Il marito, Michele Liuzzi, ha parlato alla Nuova Bussola della sua storia, raccontata nel libro “La grazia nel dolore. Dio costruisce una strada quando una strada non sembra esistere”.

“Mi sento realizzata…Ho sposato l’uomo che amo e ho messo al mondo un bambino meraviglioso”; “Ogni volta che preghiamo il Santo Rosario sento tanta pace e serenità nel cuore, al punto da commuovermi per l’emozione, nonostante questa malattia”. Sono le parole di una giovane moglie e mamma che ha accolto la via di Dio, quella di chiamarla a sé appena trentenne. La sua storia terrena si è conclusa un anno fa e suo marito, Michele Liuzzi, l’ha raccontata in “La grazia nel dolore. Dio costruisce una strada quando una strada non sembra esistere”.

Michele, pur cresciuto in una famiglia di fede, per lei il cristianesimo era una tradizione che non ha retto alle lusinghe mondane. A “salvarla” è stata la prima sofferenza della sua vita. Puo’ spiegarci?
Il primo intervento divino nella mia vita di cui mi sono accorto partì da un mio zio che mi diede un rosario nel momento più duro che abbia mai affrontato. Cominciai a comprendere la potenza di questa arma la sera che, dopo una lunga depressione causata da una vita dissoluta a cui seguì una malattia fisica molto grave, tentai il suicidio. Mentre stavo per affondarmi il coltello in pancia mi sovvenne un pensiero: “Aspetta hai una vita davanti e il meglio deve venire”. In quel momento sentii che dovevo prendere il rosario e recitarlo.

Una grazia enorme.
Sì, perciò mi sono chiesto: “Perché io?”. In realtà è un mistero il piano di Dio, anche se capisco che alla grazia segue una responsabilità. All’inizio avevo una repulsione per il Rosario, poi non potevo fare a meno di pregarlo fino a dirne tre al giorno. Quando poi mi trasferii vicino a Caravaggio, passavo le ore in santuario dove provavo una grande pace. Cominciai a partecipare alla Messa quotidiana, pregando, leggendo il Vangelo e digiunando e sono guarito. Il Signore mi stava allenando per il dopo.

Il dopo che cominciò con Giorgia, una giovane ragazza di origini rumene che le ha insegnato ad amare. Come vi siete incontrati?
Era una cliente della pizzeria d’asporto di cui ero proprietario. Quando veniva spostavo il foglio del suo ordine in fondo agli altri in modo da farla restare a lungo. Così ci siamo conosciuti fino al primo appuntamento. Di lei mi colpì la sua delicatezza e purezza d’animo, anche perché avevo un’immagine di donna aggressiva, quella delle ragazze della Milano notturna che frequentavo. Vidi che in lei c’era qualcosa di diverso. L’amore per lei non era ricevere ma dare.

La vostra storia di santità suggerisce che non bisogna essere perfetti per essere scelti e che Dio sa attendere la pienezza del nostro sì. Voi infatti siete partiti da una situazione non canonica per poi diventare testimoni della bellezza del matrimonio.
Sì è vero, seppur con l’intento di sposarci, in quel momento decidemmo di andare a convivere. Dopo un anno e poco più, il 31 maggio 2015, abbiamo celebrato le nozze. Giorgia era di tradizione ortodossa non praticante ma conoscendo la mia fede decise di farsi cattolica in maniera convinta. Poi la sofferenza vissuta in Dio ci ha fatti maturare ulteriormente.

Cosa intende?
Quando ci siamo sposati Giorgia stava già male da tempo per via di una allergia molto grave al lattosio che la faceva vomitare e di cui avremmo saputo solo qualche anno dopo, eppure metteva i bisogni della sua famiglia davanti a sé. Da quando la conosco il suo stomaco è sempre stato messo alla prova, con una pausa tra la scoperta dell’allergia e la gravidanza. Infatti, quando rimase incinta alla fine del dicembre 2016 vomitò per nove mesi. Era inoltre affetta da iperemesi per cui la gravidanza fu a rischio. Venne ricoverata e nella cappella dell’ospedale, dove recitavamo ogni giorno il Rosario, facemmo un patto con Dio: “Se fai venire al mondo nostro figlio, ti diamo la vita per essere testimoni di cosa sia una famiglia cristiana”. Dopodiché i valori della gravidanza si normalizzarono. Siamo arrivati al nono mese, il piccolo Leonardo è nato sanissimo il 19 settembre 2017 ma Giorgia aveva anche sviluppato l’helicobacter e avevamo scoperto che era affetta da epatite B e C. Le cure furono pesanti ma guarì. Il fatto però è che ad ottobre del 2019 arrivò a rimette sangue per cui fu ricoverata in ospedale dove scoprimmo il tumore al cardias, che potrebbe essere stato conseguenza di tutto questo calvario, essendo tipico degli uomini oltre 60 anni, ma non si può dire con certezza.

Come viveva Giorgia tutta questo dolore?
Aveva momenti di sconforto però ci siamo aggrappati a Dio. Inoltre, le sue origini erano umili e per lei essere arrivata ad avere la cittadinanza italiana, imparare la lingua, prendere la patente, sposarsi con un uomo che la amava, mettere al mondo un bambino e avere un lavoro stabile era fonte di gratitudine: “Se muoio – mi disse – muoio in pace: ho sposato l’uomo che volevo e ho un bambino stupendo”. Era diventata “personal trainer” ed esperta di nutrizione, spiegava come mangiare per evitare tumori, eppure…Ma nonostante il paradosso il Signore è entrato proprio in questa malattia senza eliminarlo.

Vi è bastato?
Abbiamo chiesto preghiere ad un popolo e un aiuto economico per starle vicino. La reazione delle persone fu stupenda, solo qualcuno ci accusò di spettacolarizzare il dolore. Io non mi pento perché abbiamo ricevuto un oceano di amore. C’è una comunità di suore in Usa che vive in povertà e che ci disse: “Non abbiamo denaro ma se volete preghiamo per voi tutto il giorno”. Un ragazzo disoccupato ci scrisse che aveva 20 euro sul conto, ci ha fatto un bonifico di 1 euro e Giorgia si commossa. Al nostro fianco c’erano centinaia di persone, pregavano, digiunavano. Questo amore ci ha dato una forza inspiegabile. “Io sono felice perché sono amata”, diceva. E chiedeva a Dio di aiutarla a capire come ricambiare. Poi la malattia ha avuto un stop inspiegabile durante le vacanze di Natale che Dio ci ha lasciato passare a casa in famiglia.

Cosa le ha permesso di non ribellarsi?
Ero arrabbiatissimo, gridavo a Dio e le mie urla sono arrivate in cielo. Mi sentivo crocifisso e Gli dicevo: “Perché mi hai salvato da una depressione, per poi darmi questo?”. Ero solo perché non potevo farmi vedere né da lei né da mio figlio. Con il tempo, la preghiera mia e quella di un popolo, ho compreso che il dolore è un mistero ma che Dio è venuto a riempirlo, a consolato. Non ho mai preso medicinali ma ho una forza che non viene da me e lo stesso è accaduto a mia moglie.

Qual è stata la cosa più difficile da accettare?
Pensare alla fatica di Giorgia per la distanza da suo figlio dopo tanta pena per metterlo al mondo. Inoltre, siccome le sue ossa erano fragili, quando ha rivisto Leo, dopo 20 giorni di ricovero, non ha potuto abbracciarlo. Quando parlava con lui al telefono, lo invitava a non temere perché “mamma sta bene e ti vuole bene”. Poi finiva la chiamata e piangeva. Alla fine però si è abbandonata, capendo che per amare suo figlio doveva fare la sua strada accettando che Leo fosse nelle mani buone di Dio. Il distacco fu un sacrificio ma l’ultima sera in cui fu cosciente Giorgia disse: “Se devo morire, muoio in pace”. Era abbandonata, certa che Dio avrebbe provveduto a noi.

Pregare il Rosario che amava è l’ultima cosa che ha fatto. Può raccontarci?
Una sera mi sono sentito di chiederle di offrirne uno per tutte persone che pregavano per noi. Ormai non parlava, invece le uscì la voce. Questo è stato l’ultimo suo gesto di dedizione e di amore, poi è entrata in coma. Si era sempre donata per me e suo figlio, ora si donava a Dio per la salvezza dei fratelli.

Cosa è successo quando Giorgia è salita al cielo?
Si voltò di scatto pur essendo in coma e si mise fra le mie braccia mentre ero appoggiato sul suo letto a pregare, le diedi un baciò e spirò. Fu un momento di gloria perché sapevo che era nella gioia. Alla camera ardente arrivarono centinaia di persone, gente che ci ringraziava per i cambiamenti e le conversioni seguite alla nostra storia: una donna che non pregava da 40 anni tornò alla fede. Le conversioni continuano fra le persone che leggono il libro. Questo è il vero senso di quanto vissuto. Abbiamo chiesto di essere suoi testimoni, questa era la sua via per noi, onorati che Dio ci abbia scelto.

Lei ha fatto salutare a suo figlio la madre già in coma facendolo giocare nella stanza di ospedale. Come ci è riuscito?
E’ stato naturale: l’ha salutata giocando a terra con le macchine. Sapevo che Giorgia poteva percepire la nostra presenza, quindi invitavo Leo a far vedere alla mamma come lanciava le automobili. E’ stato un momento di gioia.

In questi mesi non sei mai caduto nello sconforto?
I momenti di sconforto sono stati tanti. Avere fede ed essere consolati non toglie la tua parte umana, la fatica quotidiana di lavorare, pulire casa, seguire tuo figlio, cercando di farlo con il sorriso dato che Leo ha già subito un trauma e non è giusto che viva le mie preoccupazioni.

Lei oggi è in pace, ma suo figlio?
Inizialmente aveva sviluppato un attaccamento morboso nei miei confronti. Con il tempo si è rassicurato e tutto si è risolto con l’arrivo di Carla, entrata per grazia nella mia vita. Ho pregato tanto Giorgia, le ripetevo: “Sai che gli manca qualcosa, fa in modo che il buco venga riempito”. Così l’estate scorsa, dopo una mia testimonianza, io e Carla abbiamo cominciato a parlare e ho avuto la sensazione che fosse una presenza giunta grazie al sacrificio di mia moglie. Leo oggi è sereno e sa che sua madre è in cielo e che la rivedrà.

Nel dolore avete vissuto l’amore. Cosa dire a chi non riesce a percepirlo?
Se è vero che la fede è una grazia, occorre decidere: uno può chiedersi perché il Signore non risponda e non cambi le cose. Ma il punto della fede è un altro: è dire anche quando non vedi né senti nulla: “Ok Signore non capisco ma ti offro quel che sono, mi fido di Te”. Questo non può non cambiare le cose, sicuramente cambia te. Nel momento in cui passi la palla a Lui e lo fai lottare per te la pace arriva anche se le circostanze non cambiano.