Mozambico. «La violenza dei terroristi ha causato un esodo di massa»

Villaggi bruciati, case saccheggiate, civili decapitati. Intervista a Suor Blanca Nubia Zapata, che opera nella provincia assediata dai jihadisti: «Abbiamo paura, ma non ce ne andiamo»

«Tutti abbiamo paura, ma noi missionarie non ce ne andremo». Suor Blanca Nubia Zapata, 56 anni, è colombiana, opera come missionaria in Mozambico dal 2004, ma la sua vita è cambiata completamente nel 2017 insieme a quella degli abitanti della provincia settentrionale di Cabo Delgado. Quell’anno infatti gruppi jihadisti, che hanno poi assunto il nome di Stato islamico nell’Africa centrale (Isca), hanno cominciato a tempestare di attentati la provincia ricca di petrolio, devastando i villaggi e terrorizzando la popolazione. Nell’ultimo sanguinoso attacco, il 6 novembre, i terroristi hanno invaso il villaggio di Matuide, decapitando oltre 50 persone.

«Non posso confermare i numeri», dichiara a tempi.it suor Blanca, «ma queste cose purtroppo accadono». La religiosa delle Carmelitane teresiane di San Giuseppe risiede a Pemba, la capitale provinciale, dopo che insieme alle sue consorelle è stata costretta dalle violenze a lasciare la missione a Macomia. Il conflitto, che il governo non sembra in grado di fermare, ha già causato la morte di migliaia di persone e oltre 400 mila sono sfollate. A Pemba arrivano ogni giorno centinaia di persone, «12 mila solo nelle ultime settimane», e la Chiesa insieme al governo si prende cura di loro come può.

Suor Blanca, quando è cominciato il conflitto nel nord del Mozambico?
Il 5 ottobre 2017 ci siamo svegliati con la notizia che un gruppo armato sconosciuto aveva attaccato i quartieri generali del distretto di Mocimboa de Praia, che si trova a circa 260 km da Pemba. L’obiettivo erano le caserme dell’esercito e gli uffici della polizia. Molti agenti sono morti e le strutture sono state distrutte. Da quel momento e negli ultimi tre anni il conflitto si è trasformato in una vera tragedia. I gruppi armati fanno costantemente irruzione nei villaggi della parte settentrionale della provincia, bruciano le case, derubano la popolazione, decapitano i civili. Il conflitto si è rapidamente esteso nei distretti di Palma, Mocimboa, Macomia e Quissanga. Ora ha raggiunto anche il distretto di Muidumbe.

Chi sono questi gruppi armati e che cosa vogliono?
Fino all’inizio del 2020, l’identità di questi gruppi era indefinita e i criminali venivano chiamati “nemici senza volto”. Ora però si parla dello Stato islamico, anche se non sono in grado di dire che cosa vogliano realmente.

Qual è la situazione nella provincia di Cabo Delgado?
La violenza del conflitto ha raggiunto proporzioni estreme e questo ha causato un esodo massiccio della popolazione civile dai distretti colpiti verso altri nella provincia o addirittura fuori dalla provincia. Gli abitanti dei villaggi attaccati che riescono a sopravvivere scappano, cercano rifugio nelle montagne affrontando marce ardue e faticose. Tra marzo e aprile, tutti i missionari delle sei parrocchie del nord hanno dovuto abbandonare le proprie missioni su richiesta del vescovo a causa delle violenze. Anche noi carmelitane teresiane di san Giuseppe abbiamo dovuto abbandonare la nostra bella missione a Macomia. Avevamo una scuola secondaria con mille studenti, un collegio con 170 giovani e un asilo con 100 bambini. Anche loro sono scappati con le loro famiglie a causa del conflitto e della chiusura delle scuole ordinata dal governo per fronteggiare la pandemia di Covid 19.

Che cos’ha provato quando ha dovuto andarsene?
Il giorno in cui abbiamo lasciato la missione è stato molto triste e continuiamo a soffrire perché non sappiamo quando tutto questo finirà. Potremo mai tornare a casa nostra e rivedere i nostri giovani, i nostri bambini, per riprendere il lavoro di scolarizzazione ed evangelizzazione? Non lo sappiamo.

Poche settimane fa i media hanno riportato la notizia di oltre 50 persone decapitate in un villaggio, tra cui molti bambini. Le risulta?
Non posso certo confermare il numero delle vittime, ma sappiamo che simili atrocità purtroppo accadono. Ogni volta che nuovi sfollati arrivano alla nostra missione riceviamo notizie, ma ciascuno riporta dati diversi e così è difficile avere un’idea chiara di che cosa sia successo.

Da dove arrivano gli sfollati e con che mezzi?
L’esodo di massa è indescrivibile. Qui a Pemba giungono ogni giorno centinaia di persone, così come negli altri distretti della provincia. Alcuni arrivano con mezzi pubblici e privati via terra o con imbarcazioni di fortuna. Altri si muovono a piedi: il viaggio è faticoso e dura molti giorni. Intere carovane di persone senza cibo, senza acqua. Molti cadono durante il cammino. Quando arrivano qui a Pemba, c’è chi si rifugia da parenti e amici, altri occupano le case abbandonate, altri ancora si fermano dove possono, sotto gli alberi. Quando vengono registrati dalle autorità locali, molti vengono spostati nei campi per sfollati nel distretto di Pemba-Metuge. Ce ne sono già 9 con migliaia di persone, assistiti da organizzazioni civili e religiose. Il conflitto ha già causato lo sfollamento di oltre 400 mila persone, migliaia sono morti, centinaia spariti o rapiti. La situazione è davvero grave.

Siete spaventati?
Certo, tutti siamo spaventati. Se il governo non riesce a fermare questi gruppi armati, il conflitto potrebbe diffondersi in tutta la provincia.

Di che cosa avete più bisogno?
Abbiamo bisogno di tutto, ma sopra ogni cosa di preghiere. È anche necessario che i media occidentali parlino di noi perché si sappia quello che sta succedendo.

Suor Blanca insieme alle consorelle carmelitane teresiane di san Giuseppe

Non ha mai pensato di abbandonare il Mozambico?
Sono colombiana, sono qui da 16 anni e purtroppo in patria ho conosciuto situazioni analoghe, anche se mai così tragiche. Io vivo con altre due consorelle e tutte abbiamo paura per quello che sta succedendo ma non abbiamo intenzione di andarcene. Vogliamo continuare ad aiutare e accompagnare la popolazione.

Come fate a resistere in una situazione così drammatica?
Ovviamente non ce la faremmo senza la fede, che ci permette di vivere con pazienza e fiducia. Io credo fortemente nel potere della preghiera, che sostiene noi e la nostra gente sofferente. La fede cristiana ovviamente non è una “formula magica”, è un dono che va approfondito giorno dopo giorno e si esprime in gesti e azioni concrete. Non basta continuare a credere che Dio risolverà tutto e che basta domandarlo. Siamo noi che dobbiamo offrirgli le nostre mani, i nostri piedi, i nostri occhi, le nostre orecchie e soprattutto i nostri cuori. Solo così i miracoli saranno possibili. Io so che possiamo generare veri miracoli ogni giorno, perché i miracoli non sono appena delle cose straordinarie e spettacolari, ma soprattutto un nuovo modo di vivere le nostre relazioni, rendendo questo mondo più giusto e umano. Quello che muove noi missionarie sono queste parole di Gesù: gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.