Morte e impotenza. È la Russia obitorio raccontata da Anna Politkovskaja

Rileggere Diario Russo e Per questo della giornalista dissidente per afferrare le radici del sistema di Putin: antidemocratico, cleptocrate e repressivo

Morte e morti. Diario russo e Per questo di Anna Politkovskaja, recentemente riproposti da Adelphi in tascabile, sono pieni solo di morte e morti. E desolazione. E impotenza. E’ la Russia del potere putiniano, la Russia obitorio, la Russia metà polonio e metà galera, la Russia spolpata metodicamente da una cricca di fiancheggiatori di un presidente il cui potere, all’epoca, era ancora all’alba di se stesso eppure già prossimo allo zenith della degenerazione antidemocratica. “L’orologio del Cremlino sta per battere la mezzanotte,” scriveva a dicembre 2003. “Ma perché tanta gente fugge dalla Russia? In un anno le richieste di espatrio verso l’occidente sono aumentate del 56 per cento. La Russia è balzata al primo posto nel mondo per numero di cittadini che riparano all’estero”. E ancora: “Le elezioni politiche sono state il trionfo dell’assolutismo di Putin, ma quanto si può andare avanti a costruire imperi? Impero significa repressioni e stagnazione. Che è giusto dove stiamo andando. Ma chi si opporrà affinché ciò non accada? I russi vogliono vivere meglio, ma non vogliono battersi. In Russia è sera, e i nani hanno ombre da giganti”.

 

Quel genere di giganti che arrivano ovunque e sono capaci di tutto. “L’homo sovieticus è tornato ad alitarci sul collo”, considerava Politkovskaja, e raccontava di come Russia unita facesse pressioni per riempire i libri scolastici di trombettante orgoglio per la guerra di Finlandia e la collettivizzazione di Stalin. Dopo qualche tentennamento Putin accontentò se stesso. E siccome la fame vien mangiando, si mangiò con la censura il manuale dell’accademico Janov, colpevole di aver affermato che la Russia sarebbe diventata presto un Paese nazionalsocialista con arsenale atomico. Un Paese nel quale il leader inevitabile si sarebbe occupato – ammirevole slancio di alacrità immersiva – anche dell’attenta costruzione dell’opposizione, sempre più gremita di candidati solleciti nel dargli ragione e che, nel giro di poche sedute della Duma – sorprendente rateo di epifanie da record –, sarebbero migrati uno via l’altro nelle file del suo partito.

 

Un paese inzeppato di corrotti e “mattaccini”, come li chiamava Politkovskaja, vecchia parola per dire pagliacci, buffoni al servizio di un carrozzone sempre più spudorato, sguaiato e fatale, in cui cattivi sono gli altri, “venduti all’occidente liberale”, e mai “quelli che stanno con noi”, pioli della verticale di un potere-schiacciasassi sprezzante di ogni limite e concepito solo per distruggere, mistificare, mentire su larga scala e ignorare una realtà di cui, del resto, non ha mai avuto intenzione di occuparsi – una realtà in cui “la soglia di sopravvivenza è di 62 euro al mese ma trentun milioni di persone vivono con molto meno”, in cui il governo è “mera scenografia”, i giornalisti uccisi a decine e i candidati sgraditi al Cremlino terrorizzati o sequestrati.

 

Leggere i libri di Anna Politkovskaja oggi significa ricostruire le traiettorie e le carriere di volti ormai tragicamente noti del metaverso putiniano: quella di Kirill, metropolita già in predicato di scatti di carriera quando nel 2004 minacciò di rendere noti i nomi degli oligarchi avversi a Putin e non iscritti al partito; quella di Vladimir Solov’ev, il turpe strillafondaio missilomane, ritratto, all’epoca, così: “Il giornalista spavaldo e democratico che aveva attaccato le autorità sull’uso del gas alla Dubrovka di colpo è diventato un sostenitore di Putin. Com’è potuto succedere? Lo hanno portato al Cremlino, e lui è cambiato”; quella di Ramzan Kadyrov, “psicopatico senza cervello a capo di un’accolita di criminali cui è stata promessa l’impunità” (quando Politkovskaja lo intervistò, a Centoroj, a un certo punto gli chiese: “Qual è il punto forte del suo carattere?” E lui: “Non ho capito la domanda”); o quella del ministro Sergej Shoigu, secondo il quale “Russia Unita dovrà diventare l’organo di controllo per l’applicazione dei provvedimenti presi dal presidente”.

 

Viaggio nel tempo immobile anche per i contenuti della propaganda, fotocopia di se stessa e tutta a base di “popolo russo umiliato e offeso dall’occidente corrotto” vs “l’autentica tradizione russa” che invece salverà il mondo (e mentre sermoneggiava, Putin saccheggiava il calendario alla ricerca di ogni anniversario gli consentisse di presentarsi come custode della medesima, in sprezzo al più ridicolo e impudente camaleontismo, altro che felpette). Insomma, nella quotidiana, incontinente conclamazione di libri necessari, eccone due che lo sono davvero – durissimo soprattutto “Per questo”, raccolta di inediti e reportage dai mattatoi delle guerre russe, in cui la gente muore per strage o trucidata per gioco – e che raccontano storie di una Russia aspra, rude, spietata, in cui i bambini vengono portati in orfanotrofio avvolti nella carta da parati perché “è tutto quel che hanno”. In cui il centro di Mosca “è ricco in modo spropositato”, ma nel resto del Paese la verità è un’altra. Ed è terra bruciata. E tutto è fame e silenzio.