Morte di uno stupratore

Al Baghdadi violentava le sue quattro schiave (una americana) e attirava le reclute dello Stato islamico anche con la promessa di catturare in massa donne non musulmane. Praticava una violenza sessuale e la teorizzava come un diritto di guerra dei suoi combattenti contro i prigionieri: nessuno come lui nella storia recente dell’umanità ha tentato di legalizzare la schiavitù delle donne in massa e su un territorio così ampio. È finito braccato.

Febbraio 2019, Siria orientale, una ragazza dello Stato islamico appena uscita dall’ultimo fazzoletto di territorio controllato dal gruppo terrorista (foto Reuters)

Abu Bakr al Baghdadi era uno stupratore seriale. Aveva quattro schiave che violentava e che restavano a sua disposizione in una casa segreta dove lui faceva tappa durante i suoi spostamenti. Tre di queste schiave erano yazide, quindi appartenevano alla minoranza irachena che lo Stato islamico attaccò nell’estate 2014 con lo scopo preciso di uccidere tutti gli uomini, di trasformare le donne in concubine e di convertire i bambini all’islam. La quarta era Kayla Mueller, una volontaria dell’Arizona di 26 anni che nel 2013 lavorava per una ong umanitaria in Turchia vicino al confine con la Siria.

 

Mueller accettò di fare una sortita di una giornata fino a un ospedale di Aleppo, che in tempi normali sarebbe a un po’ più di un’ora di macchina dal confine, ma fu intercettata per strada e sequestrata. Abu Bakr al Baghdadi se la fece portare per una questione di fanatismo ideologico, Mueller sarebbe stata il suo trofeo, la dimostrazione del suo potere. Che si spargesse pure la voce fra i combattenti, il capo dello Stato islamico violenta una donna americana e cristiana. Lei nei diciotto mesi di prigionia non accettò di convertirsi all’islam e fu dichiarata morta nel febbraio 2015 “in un bombardamento” – come dice un comunicato dello Stato islamico – ma non c’è modo di confermare questa versione. Le yazide che erano con lei ne parlano benissimo e dicono che era coraggiosa e che continuava a rassicurarle e ad aiutarle a resistere alla situazione. Lei fece arrivare una mail alla famiglia (i suoi carcerieri dello Stato islamico fecero da tramite) che diceva: “Il pensiero del vostro dolore è la fonte del mio dolore e allo stesso tempo il pensiero di quando ci riuniremo è la fonte della mia forza”. Baghdadi la portò di persona nella base di un leader tunisino che lui visitava abbastanza spesso, molto a sud, nella zona dei pozzi di petrolio siriani. Quando passava da questo Abu Sayyaf, Baghdadi violentava la prigioniera americana. Una delle compagne yazide riuscì poi a fuggire e anche grazie alle sue indicazioni le forze speciali americane cominciarono i raid dentro al territorio dello Stato islamico per andare a prendere o uccidere i capi del gruppo terroristico. Il primo fu nel maggio 2015 proprio contro il tunisino che Baghdadi si recava a visitare (la moglie del tunisino gli sopravvisse e confermò tutta la storia). Dieci mesi prima le stesse forze speciali avevano lanciato una missione per liberare gli ostaggi americani, ma erano arrivati in ritardo di pochi giorni, erano già stati spostati altrove. Nessuno di loro si è salvato. Le forze speciali americane hanno chiamato il raid contro la casa nel nord della Siria dove si nascondeva Baghdadi “Operazione Kayla Mueller”. Baghdadi per non farsi prendere si è suicidato con una bomba e ha ucciso due bambini.

Il Washington Post ha scritto in un titolo che Baghdadi era un “austero studioso di religione”, poi ha cambiato dopo mezz’ora. Nessuno come Baghdadi ha tentato di legalizzare la schiavitù delle donne in massa e su un territorio così ampio

 

Tendiamo spesso a trascurare questo fatto degli stupri. Il Washington Post la domenica in cui è uscita la notizia della morte del leader terrorista ha titolato così: “Austero studioso di religione, a capo dello Stato islamico, muore a 48 anni”. Baghdadi aveva quattro mogli – più almeno una da cui aveva divorziato – e quattro schiave, difficile dire che fosse “austero”, a meno di non cascare nella fascinazione. Non tutti abboccano: il mensile americano Atlantic lo ha definito “stupratore irsuto” (il sito del Washington Post nel giro di mezz’ora ha cambiato titolo in “leader estremista”). Lui teneva molto a questa immagine severa di sé, da predicatore guerriero, e ci lavorava. Nella sua unica apparizione pubblica dentro la moschea di Mosul sale i gradini uno alla volta con il piede sinistro, come fece Maometto, ed è vestito tutto di nero come i grandi condottieri della dinastia Abbaside. Ma di fatto, come si diceva, praticava una violenza sessuale e la teorizzava come un diritto di guerra dei suoi combattenti contro i prigionieri: nessuno come lui nella storia recente dell’umanità ha tentato di legalizzare la schiavitù delle donne in massa e su un territorio così ampio. Certo, lo stupro è un arma di guerra comune e sappiamo che nelle prigioni del governo siriano migliaia di donne e anche di uomini accusati di fare parte dell’opposizione sono stati stuprati, ma quel governo non ne ha fatto una posizione ufficiale rivendicata come legittima (e le delegazioni di politici europei che vanno in visita in Siria al ritorno non raccontano queste cose). Lo Stato islamico invece ha normalizzato la riduzione in schiavitù delle donne non musulmane. Il loro nome era “sabaya” e come sappiamo erano vendute o comprate in un mercato apposito per qualche centinaio di euro a seconda delle loro condizioni. Chi scrive ricorda una chat del 2015 di uomini dello Stato islamico in Libia che parlavano di quando un giorno, una volta che avessero cominciato le operazioni per varcare il mare, avrebbero avuto sabaya italiane.

Nel novembre 2015 Baghdadi lasciò che fosse una donna del gruppo a spiegare sulle pagine della rivista ufficiale – e in inglese – che catturare donne e trattarle come sabaya era perfettamente legale, normale e anzi era una delle conquiste dello Stato islamico. Queste le parole:

 

Foto LaPresse

 

Dopo che il sole del Califfato ha cominciato a splendere come una volta e i venti della vittoria hanno ricominciato a soffiare di nuovo, dopo il nostro consolidamento e dopo che lo Stato islamico ha fatto rivivere l’islam per grazia del Signore e ha riportato alla luce le punizioni e le regole della sharia dall’oscurità dei libri e adesso che abbiamo cominciato a viverle dopo che sono rimaste sepolte per secoli, dopo tutto questo i lamentosi hanno il coraggio di lanciare false accuse e di infangare la regola della sharia e la sunnah profetica che giustificano la “saby” (l’istituzione della schiavitù). Dopo tutto questo, osano sostenere che la praticare della saby sia come la fornicazione (il sesso fuori dal matrimonio) e che il tasarrì (prendere una schiava come concubina) sia come uno stupro? Se soltanto avessimo ascoltato queste falsità dagli infedeli che ignorano la nostra religione. Invece la sentiamo da musulmani che si chiamano Muhammad, Ibrahim e Ali. Mi chiedo con stupore: la gente dorme oppure è sveglia? E quello che mi allarma di più è che alcuni sostenitori dello Stato islamico quando i media hanno toccato l’argomento della cattura delle donne yazide hanno cominciato a negare la questione, come se i soldati del califfato avessero fatto qualcosa di male o di sbagliato.

Noi non leggevamo e non ascoltavamo queste dissertazioni, ma i giovani che seguivano con interesse l’ascesa dello Stato islamico sì. In breve: il “ragionamento” dice che siccome gli ideologi dello Stato islamico hanno elaborato giustificazioni giurisprudenziali allora non si può parlare di stupri (ma in pratica sono esattamente stupri). E tutto quello che i media degli infedeli riportano sul fatto che lo Stato islamico ha rapito in massa le yazide per farne concubine non soltanto è vero, ma è un diritto sacrosanto dello Stato islamico.

Si può dire che Abu Bakr al Baghdadi abbia usato anche la questione della schiavitù delle donne per costruire lo Stato islamico. Quando ci chiediamo perché così tanti volontari partissero dal mondo musulmano per finire lontano da casa in un territorio in guerra dimentichiamo la sensazione selvaggia di euforia sessuale che fu scatenata dallo Stato islamico all’apice del suo potere. Le reclute che a casa loro dovevano aspettare di trovare un lavoro e di arredare una casa prima di poter chiedere un matrimonio e vedere una donna scoprivano che nel cuore del mondo arabo c’era un territorio dove potevano acquistare una schiava e anzi erano incoraggiati a farlo.

C’è un libro uscito quest’estate e scritto da una ex agente della Cia, Nada Bakos (il titolo è: “The Targeter”, per ora soltanto in inglese) che nel 2003 andò in Iraq a cercare di prendere Abu Mussab al Zarqawi, che era un po’ il Baghdadi di quel periodo. Racconta i primi mesi dopo la fine della guerra convenzionale degli americani contro il rais iracheno Saddam Hussein – che erano anche, ma gli americani non se ne accorgevano, l’inizio della guerriglia contro i fanatici che poi sono diventati lo Stato islamico. Bakos scrive che nella capitale Baghdad il controllo della polizia era sempre più debole e che intanto da fuori, anche da altri stati, arrivavano gruppi di fanatici decisi a combattere la guerra santa. E proprio in quel periodo il numero delle violenze sessuali aumentò in modo velocissimo, come se le donne – molte delle quali erano sciite, quindi considerate nemiche dagli islamisti di Zarqawi – fossero diventate un bersaglio legittimo. Anzi, lo erano. Erano parte del bottino di guerra per chi andava in Iraq. E per chi tra i terroristi si fosse stancato di perpetrare tutto quel male e tutta quella violenza c’era a portata di mano la più veloce delle redenzioni: una missione suicida. Ci concentriamo molto su tutti i precetti severi che lo Stato islamico impone alle persone all’interno dei suoi confini, ma dimentichiamo che al di fuori e con i nemici, incluse le donne, vale il contrario, ogni regola è annullata, tutto è permesso. Se colpirli con violenza estrema è lecito, perché non dovrebbe essere prendere le loro case, i loro soldi e le loro donne. E questa possibilità di fare qualsiasi cosa è probabile che abbia nelle teste dei giovani volontari del jihad una potenza incomparabile. Partecipa a questa scarica di violenza senza precedenti contro persone e cose, unisciti alla razzia e il premio finale sarà l’assoluzione da parte di Dio. Se questo è il patto proposto dai terroristi, difficile resistere. Ricordare la chat a proposito delle donne italiane menzionata prima. E Abu Bakr al Baghdadi è stato il proponente migliore di questo accordo.

 

L’idea di rendere un cane protagonista della fine umiliante di Baghdadi è stata un contrappasso meraviglioso. I giovani erano attratti anche dall’euforia sessuale, nel cuore del mondo arabo c’era un posto dove era possibile acquistare schiave

 

Il fatto che la storia della fine di Baghdadi stia diventando la storia di un cane eroe nel giro di pochi giorni è un contrappasso meraviglioso. Il presidente Trump ha fiutato per istinto che questo particolare del cane che entra nel tunnel per prendere il capo terrorista – i soldati americani sanno che ha una cintura esplosiva e non lo seguono là sotto – sarebbe andato fortissimo e avrebbe fatto il giro del mondo. Il cane Conan insegue Baghdadi e quello in preda al panico si fa saltare in aria, sono queste cose che demoliscono i miti nelle teste delle potenziali reclute dei gruppi terroristici. Il racconto degli ultimi momenti del leader terrorista come lo ha fatto il presidente americano è più efficace di cento programmi di deradicalizzazione e resterà per sempre. Piangeva, gridava, si è ucciso incalzato da uno degli animali più impuri per i musulmani. Il capo che si era fatto portare la prigioniera dell’Arizona come trofeo di guerra ha fatto una fine umiliante. Siamo passati dal giornalista iracheno che gridava “ya kalb!”, cane!, mentre tirava una scarpa al presidente Bush al cane vero che insegue Baghdadi dentro a un tunnel e lo vede mentre si ammazza assieme ai figli. E poi esce dal tunnel quasi illeso. “A beautiful dog, a talented dog”, pronto per essere ricevuto la prossima settimana dal presidente alla Casa Bianca.

 

Ora che Baghdadi è morto e che lo Stato islamico ha fatto il nome del suo successore, Abu Ibrahim al Hashimi al Qurashi, ci si chiede se il ciclo ricomincerà daccapo e se la cosiddetta strategia della decapitazione, eliminare i vertici del gruppo, alla fine è davvero efficace oppure no. Tanto quando uccidi un capo poi ne arriva un altro, no? Ci sono paper scientifici che hanno dimostrato che in effetti non è la strategia della decapitazione a funzionare sul lungo termine, ma il venire meno dei serbatoi di reclutamento e delle motivazioni. E’ facile formare un gruppo islamista se hai manodopera quasi illimitata a disposizione, non lo è per nulla se il numero dei fanatici comincia a diminuire e se le loro motivazioni sbiadiscono fino a scomparire. Se una delle motivazioni è che nei paesi musulmani c’è ancora molta repressione e il ruolo delle donne è quello che è e i giovani si fanno attrarre dall’idea di andare in un altro paese a catturare schiave di altre religioni – che è la leva usata da Baghdadi, non l’unica ma una delle più forti – allora prima la situazione cambia è meglio è. Un po’ più di libertà personali sul lungo periodo saranno meglio per polverizzare lo Stato islamico che mille raid delle forze speciali.