MISTERO VACCINO/ Palù: basta annunci, prima di un anno non ci sarà mai per tutti

Il premier Conte si è sbilanciato sull’imminente arrivo di un vaccino anti-Covid. In realtà, i tempi per una produzione sicura e su larga scala saranno più lunghi.  La scienza avanza a piccoli passi e bisognerà stare attenti a molti fattori: quanto dura l’immunità? Quanto protegge dall’infezione? E quanto il vaccino sarà in grado di neutralizzare i virus mutanti?”. Entro dicembre potrebbero arrivare le prime dosi, ma “per una produzione di massa dovremo aspettare almeno un altro anno ancora”.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha aperto alla possibilità che il vaccino possa arrivare entro dicembre. Negli Usa si spera che ciò possa accadere addirittura a novembre. In Cina si parla di una produzione di massa, ben 610 milioni di dosi, prima dell’inizio del 2021. La corsa al vaccino sta entrando veramente nel vivo: ma è una strada in discesa? Dal Brasile, infatti, è arrivata ieri la notizia del decesso di un volontario della sperimentazione Oxford/Astrazeneca, anche se poi le valutazioni effettuate “non hanno condotto ad alcuna preoccupazione in merito alla continuazione dello studio in corso”. Quindi, speranza e ottimismo sono condivisibili? Avremo un vaccino sicuro ed efficace? “Vaccinare significa prevenire – risponde Giorgio Palù, virologo dell’Università di Padova e già presidente della Società europea di virologia – e prevenire è sempre meglio che curare, come diceva Pasteur: davanti a una nuova malattia, più che cercare i rimedi cerco come prevenirla. Ma annunciare un vaccino non vuol dire avere la soluzione. I tempi sono più lunghi, la scienza avanza a piccoli passi e bisognerà stare attenti a molti fattori: quanto dura l’immunità? Quanto protegge dall’infezione? E quanto il vaccino sarà in grado di neutralizzare i virus mutanti?”. Entro dicembre potrebbero arrivare le prime dosi, ma “per una produzione di massa dovremo aspettare almeno un altro anno ancora”.

Ogni giorno si sente parlare di vaccino a portata di mano. Oggi si contano circa 200 candidati vaccini. Possiamo fare il punto della situazione?

Entrati in fase clinica ce ne sono oltre una trentina, in fase 3 credo una decina: Inovio, Moderna, Merck, Pfizer, Johnson&Johnson, Astrazeneca per citarne alcuni.

Su quali piattaforme si sta lavorando?

Sono diverse. I cinesi, per esempio, lavorano sui vaccini inattivati, cioè il virus intero inattivato con formalina: sono stati i primi a sperimentarli, finora sui loro militari, assieme agli adenovirus di tipo umano 5.

Che cosa si sa di questi vaccini? Sono sicuri ed efficaci?

Noi non sappiamo in che fase siano i cinesi, perché fanno tutto in casa loro.

Torniamo allora ai candidati vaccini che si stanno studiando nel mondo occidentale. Quali sono le altre piattaforme oggi più utilizzate?

Sono quelle che usano i vettori virali. È la piattaforma più diffusa.

Di cosa si tratta?

Sono virus depotenziati nei geni della virulenza e quindi resi non patogenici, non più in grado di generare malattia; questi vettori virali in quanto capaci di un ciclo di replicazione, anche se non produttivo come quello dei virus naturali, stimolano al massimo le difese immunitarie. È il caso degli adenovirus di tipo umano numero 5 e 16, utilizzati in doppia dose dai russi, una iniziale e una di richiamo.

Perché si utilizzano tanto i vettori virali?

Perché replicandosi in vivo, anche se limitatamente, sono “visti” dal sistema immunitario in tutte le componenti antigeniche come si trattasse di virus con patogenicità naturale. Il sistema immunitario monta così delle risposte adattative anticorpali e cellulari e risposte innate in maniera molto più efficace di quanto farebbe se cimentato con un virus ucciso e quindi non più in grado di replicarsi. Si tratta di vaccini molto avanzati, come quello di Oxford/Jenner Institute/Astrazeneca, basato sull’adenovirus di scimpanzé, vettore già usato con successo nel recente vaccino anti-Ebolavirus, sviluppato inizialmente da Riccardo Cortese.

Altre piattaforme?

I vaccini con proteine ricombinati, su cui stanno lavorando gli australiani, la Merck e la Pfizer; i vaccini a base Rna messaggero; con Rna modificato, quello di Moderna, la biotech statunitense che aveva un vaccino già a distanza di dieci giorni da quando era stata pubblicata dai cinesi la sequenza del genoma, e di Pfizer. Infine, c’è Inovio, biotech californiana, che lavora su un vaccino a Dna, già utilizzati da vario tempo.

È però notizia di ieri che in Brasile è morto un volontario della sperimentazione di AstraZeneca/Oxford. Questo potrebbe frenare o fermare la fase 3?

La fase 3 non è ancora terminata e ogni singolo avvento avverso dovrà essere valutato se casualmente correlato al vaccino prima di prendere decisioni in merito alla sua sicurezza.

Qualcuno lavora su virus vivi attenuati?

Al momento non risulta.

Che cosa sappiamo di tutti questi candidati vaccini? Quando arriveranno al traguardo?

Come già avvenuto per Ebola e per l’Azt, farmaco contro l’Hiv, quando la Food and Drug Administration americana concesse un percorso accelerato per ragioni etiche – si erano dimostrati efficaci e vennero subito utilizzati –, si pensa che anche contro il Sars-Cov-2 si bruceranno le tappe. In realtà, le abbiamo già bruciate per il vaccino dell’Ebola, arrivato in meno di due anni a essere applicato nella Repubblica democratica del Congo e in Africa occidentale in forma sperimentale sui soggetti più esposti. Per il Covid si parla addirittura di arrivarci in meno di un anno.

Che cosa hanno fatto Fda ed Ema?

L’Fda negli Stati Uniti e l’Ema in Europa, cioè gli enti regolatori, per accelerare hanno chiesto una valutazione ad interim, cioè a metà percorso, senza aspettare, come di solito fanno le aziende produttrici, la presentazione di tutti i file di tutti i pazienti trattati. Se su un numero significativo di casi il vaccino si dimostra efficace e non dà effetti collaterali, si concede l’autorizzazione all’uso clinico, valicandolo sul campo a partire dai soggetti più esposti all’infezione.

Il premier Conte si dice sicuro, e la Irbm di Pomezia conferma, che il vaccino Oxford/Astrazeneca arriverà a dicembre. Che cosa significa?

Premesso che i politici hanno fretta di dire, per tante ragioni, che avremo un vaccino presto, la strategia degli annunci non vuol dire avere la soluzione. Che qualche dose possa arrivare a dicembre – ma io ritengo sia più probabile a inizio 2021 – è possibile, ma non stiamo certo parlando di vaccini per la popolazione. Lì i tempi sono più lunghi.

Perché?

Uno: chi può produrre miliardi di dosi? Due: nei paesi dell’Equatore non si può mandare il vaccino congelato, va liofilizzato, e quindi bisogna condurre ulteriori studi per capire quanta efficacia perde.

In questo momento sono tutti impegnati a vedere quali siano gli effetti collaterali?

Tutti questi candidati vaccini hanno finora prodotto risposte anticorpali e risposte cellulari molto attive, pari o superiori all’immunizzazione naturale.

Però?

Non sapremo quale sarà il vaccino più efficace. Perciò, uscirà sì un vaccino a breve, ma non sarà il più efficace, perché probabilmente poi ci accorgeremo che un altro risulterà migliore, quindi magari ne utilizzeremo due o una combinazione di vaccini. Ci vorrà un tempo di aggiustamento e per vaccinare la popolazione dovremo attendere almeno ancora un anno.

Che cosa dobbiamo aspettarci da un vaccino?

Un’immunità che sia duratura e che sia in grado di neutralizzare tutti i virus circolanti anche se esprimenti diversi assetti nel gene della proteina S, quella che attacca il recettore umano, e che costituisce l’elemento base del vaccino: se si blocca questa proteina con gli anticorpi neutralizzanti, si può ottenere un’immunità sterilizzante, perché si previene non solo la malattia, ma anche l’infezione, impedendo di fatto al virus di entrare attraverso la porta di casa nella cellula.

Ma se si accelera troppo, non si compromettono sperimentazioni, test clinici, verifiche di sicurezza ed efficacia?

Per accelerare l’iter, purtroppo si è in molti studi saltata la parte di sperimentazione animale. Con le normali procedure per avere un farmaco, e i vaccini sono farmaci, ci vogliono dai 5 ai 10 anni. Ma è giusto ricordare che abbiamo anche avuto problemi con i vaccini. E non sto parlando degli effetti collaterali solitamente legati a una vaccinazione, che sono sempre di gran lunga inferiori a quelli dannosi prodotti dall’infezione naturale. La valutazione scientifica si basa sempre sull’analisi rischi/benefici e i benefici dei vaccini sono di gran lunga superiori ai rischi, ma con qualche eccezione.

Per esempio?

Il virus dengue infetta oltre 150 milioni di persone all’anno su una popolazione esposta, nell’area tropicale, di 2-3 miliardi e di questi 150 milioni di infetti 500mila vanno in ospedale e 50mila muoiono all’anno. Quindi arrivare al vaccino era fondamentale.

Che cosa si è scoperto?

Che in soggetti vaccinati, non precedentemente esposti al virus, che dopo vaccinazione andavano incontro a un’infezione naturale da dengue si aveva un’esacerbazione della malattia.  Hanno dovuto ritirarlo dal commercio.

Potrebbe succedere anche per il virus anti-Covid?

Non si può escludere, anche se si è dimostrata una cross-protezione o una cross-neutralizzazione per chi ha avuto prima il Sars-Cov-1, quello della Sars che deporrebbe contro il fenomeno riscontrato con il vaccino anti-dengue, dovuto ad anticorpi facilitanti l’infezione perché a basso potere neutralizzante.

Con il vaccino tutti i nostri problemi con questo coronavirus saranno risolti?

Ci vuole del tempo per verificare quanto dura l’immunità prodotta dal vaccino, quanto protegge e se il vaccino sarà in grado di neutralizzare i virus mutanti: nel genoma di Sars-Cov 2 ci sono almeno 180 mutazioni omoplasiche, cioè mutazioni che avvengono negli stessi loci dei 26 geni di questo virus, riscontrate nei laboratori di tutto il mondo. Infine, bisognerà vedere se altre mutazioni che avvengono nella proteina S non sono riconosciute.

In conclusione?

La scienza avanza per piccoli passi, con prudenza. Ci vuole cautela.