Migranti Subsahariani. La nuova rotta si chiama America

Una nuova via per fuggire. Così, migliaia di migranti dall’Africa sub-sahariana guardano oltreoceano e, a differenza dei loro antenati incatenati e portati nelle Americhe per essere venduti come schiavi, decidono di rischiare la vita per averne una migliore. Durante l’estate il United States Citizenship and Immigration Services, attraverso il responsabile Ken Cuccinelli, ha notificato un’ascesa preoccupante del fenomeno, dipingendolo come un vero “assalto all’America”.

Sarebbero infatti giunti negli Stati Uniti almeno 500 migranti, provenienti per lo più dalla Repubblica democratica del Congo, dalla Costa d’Avorio, dall’Angola e dalla Somalia. Non è un caso la foto del corpo di Emmanuel Cheo NguTi sc – il 31enne camerunese, morto abbracciato al figlio lo scorso ottobre a largo di Tonalá, nel Sud-Est dello Stato di Chiapas -, la quale racconta nel peggiori dei modi della nuova rotta, che dal Messico o dal Guatemala, preda dei trafficanti che pretendono 400 dollari a persona, mira dritta alle coste statunitensi.

Nonostante per la maggior parte si tratta di migranti di origine centroamericana, il flusso di persone provenienti dal continente africano è in aumento esponenziale. Con la rotta balcanica bloccata e i Paesi europei che bisticciano sulla redistribuzione dei nuovi arrivi, i migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana, ripercorrendo lo stesso itinerario della droga via mare o tramite il viaggio in aereo, partono dal Brasile con l’unico obiettivo di arrivare negli Usa. Se può sembrare un percorso meno impervio delle traversate nel Mediterraneo, quello dell’America Centrale, per i migranti si intende, è un cammino tra pericolose foreste pluviali, affrontando Narcos e componenti della Mara Salvatrucha, stupri, rapine ed estorsioni.

“Quando abbiamo 4mila persone in custodia, la consideriamo un’alta concentrazione”, ha dichiarato l’ex commissario della dogana e della pattuglia di frontiera John Sanders. “Se ci sono 6mila persone in custodia, è considerata una crisi. In questo momento, abbiamo quasi 19mila persone in custodia. Quindi siamo in una situazione di grandissima difficoltà”. Il riferimento è diretto a quei 19mila migranti tra africani e haitiani che adesso galleggiano (legalmente) al confine con gli Stati Uniti, poiché non possono essere rimpatriati e il governo messicano ha proibito procedure di uscita.

Fino a poco tempo fa, i migranti africani passavano senza troppi problemi attraverso il Messico e poi davanti ai funzionari dell’immigrazione, privi di interesse a fermarli. La minaccia di Trump, però, ha cambiato le carte in tavola: ipotizzando dazi commerciali sugli scambi a maggio 2019, il tycoon ha portato il governo messicano a “prendere in ostaggio” i migranti, che dopo 4mila miglia si trovano davanti un muro di gomma, difficilmente valicabile.

Il rischio che si corre è quello di un collasso totale delle strutture: il nord del Messico è già preda di carestie e criminalità organizzata, padrona del territorio e degli stessi campi profughi. I migranti tentano la fuga in ogni modo possibile, senza trovare mai successo, in quanto lingua e colore della pelle sono caratteri a loro svantaggio. Il numero di migranti africani è cresciuto a un tasso di quasi il 50% dal 2010 al 2018: in particolare il numero dei nati in Camerun, raddoppiato a 80mila nel 2018 rispetto al 2010. La crisi anglofona in Camerun, tuttavia, non è la sola ragione di questo fenomeno: oltre alle numerose faide interne al continente africano, l’Istituto di statistica dell’Unesco ha registrato un aumento esponenziale di studenti africani che perseguono lauree post-secondarie, cresciuto del 24%, passando da circa 343mila a 427mila, giunti quindi negli Stati Uniti per promuovere la loro istruzione. E dare vita così al cosiddetto american dream.