MESSA DI MEZZANOTTE/ Non va spostata, la fede non è il valium del popolo

Può un governo decidere di anticipare la messa di mezzanotte quando ha dimostrato di essere del tutto incapace di gestire l’emergenza? In realtà il Covid arriva ad uccidere perché le ambulanze non si trovano (se non dietro lauti compensi), le bombole di ossigeno mancano, il personale ospedaliero è stato lasciato con gli stessi numeri di prima e le preziosissime unità di intervento a domicilio) continuano ad essere sottodimensionate.

Non sta al ministro Boccia dare consigli su quando “far nascere” Gesù bambino. Eppure – occorre riconoscerlo – un simile invito ad anticipare di due ore la messa di mezzanotte del prossimo Natale proviene dal senso comune e, ad uno sguardo rapido, appare nettamente (ma si potrebbe dire anche orribilmente) condivisibile. In fondo la messa di mezzanotte non è una pura tradizione, ancorché densa di emozione e di raccoglimento? Cosa ci vuole ad anticipare gli orari, dopo che si sono abolite le festività infrasettimanali e si è deciso che si poteva variare il calendario? Non sono forse già cambiati, e di molto, riti e rituali? Se, come attesta la vulgata sociologica, il rito religioso non è altro che un atto di rifondazione della comunità stessa nella sua identità, suvvia, cosa ci vuole ad adattarsi ad esigenze così evidenti ed impellenti quali le misure anti-Covid? Si sta rinunciando alle vacanze bianche, si chiudono i ristoranti e le pizzerie, si potrà bene spostare l’orario di un rito che, in fin dei conti, non concerne che una minoranza dei cattolici, visto che da decenni non si smette di dire che, nelle chiese, non entrano che minoranze sempre più esigue! È una questione di evidenze, inutile girarci intorno, soprattutto con quello che sta accadendo! Benedetti devoti, ma vi state guardando intorno? Ma in che mondo vivete?

Qualunque sia la posizione della Cei e l’eventuale opinione di Papa Francesco, il vero problema è costituito proprio da un’opinione pubblica che riduce il Natale alla sua rappresentazione secolare, filtrata da decenni di insidioso realismo e alimentata dalla più banale sociologia. Del cattolicesimo non si conservano che immagini di memoria, magari anche preziose e utili per fare da riferimento in un universo laico che brilla per la sua inconsistenza culturale e il suo costante oscillare tra dubbio e saccente intolleranza, tra perplessità e malcelata esasperazione, stanco di relazionarsi con un universo di praticanti che in cuor suo non comprende e del quale non coglie che l’utilità politica in termini di consenso e, comunque, di preziosa coesione sociale.

Sarà ben difficile far capire all’on. Boccia, ma anche a tanti di noi, che il messaggio evangelico è più potente di noi stessi; non è a nostra disposizione e, soprattutto, non si riduce alle coreografie celebrative che noi cattolici siamo così bravi ad approntare. Sarà ben difficile far capire – e farci capire – che la fede in Dio è una gran seccatura, che a volte va al di là del banale ed ordinario “volemose bene” (come si dice ancora dalle parti di Ponte Mammolo e Porta Metronia) ed un Dio incarnato non è sceso sulla terra semplicemente per mettere pace nelle liti di condominio e insegnare la convivenza tra suocere e nuore (ammesso che esistano ancora, ma ho qualche dubbio). Per insegnarci la civile convivenza e la coesione sociale bastavano certamente le autorità del buon senso e della tradizione, e per rafforzarle non c’era nessun bisogno che il Figlio di Dio arrivasse ad incarnarsi e farsi crocifiggere sul Golgota.

Chi spiegherà all’on. Boccia, ed a noi stessi, che il rito cattolico non è un valium e nemmeno un semplice infuso di valeriana, privo di controindicazioni, ma un imperativo morale implacabile che, a volte, ci spinge dinanzi a scelte radicali tra la vita e la morte (si pensi agli aborti o all’eutanasia)? Un imperativo categorico duro, che ci sbatte in faccia le nostre contraddizioni e le nostre stesse miserie: perché non c’è perdono per chi è convinto, in fin dei conti, di non avere realmente, né molto, peccato. Perché se la Chiesa è un ospedale da campo, allora vuol dire che il non essere coscienti delle nostre abili semplificazioni e il nostro celere autoassolverci, diluendo il Confiteor in una tranquillante tisana, è il primo dei nostri peccati capitali.

Anticipare di due ore sarà considerato, certamente, come un atto di obbedienza. Siamo stati così bravi fino ad oggi a praticare tutti gli accorgimenti possibili! Lo abbiamo fatto, a ragion veduta, per un’epidemia più grave delle precedenti, ma non certo inedita, né più assassina dell’asiatica del 1957 o della “spaziale” del 1969 (25mila morti solo in Italia). Ma l’ottimismo banalizzante di quegli anni non è più praticabile nella nostra epoca fondata sul principio di precauzione. Ed oggi, che finalmente ci preoccupiamo, ogni provvedimento è bene accetto. Incluso quello di chiudere musei nei quali la media oraria dei visitatori si può contare sulle dita e all’interno del quale è certamente più facile controllare la “distanza sociale” (in realtà, banalmente “fisica”) di quanto non lo sia nei supermercati che frequentiamo ogni mattina o nei corridoi delle reti metropolitane, nei quali l’ampia maggioranza di noi è costretta a scendere ogni giorno, e dove la “distanza sociale” è semplicemente una mesta ipocrisia, sempre meno sopportabile. Per non parlare di un Black Friday che si approva contemporaneamente all’annuncio di un Natale “sobrio” ed un capodanno “a lume di candela”, salvo poi stupirsi e farisaicamente indignarsi per le troppe persone in strada.

L’invito del Ministro Boccia – che è peraltro una delle persone più lucide dell’attuale compagine governativa – riflette una concezione della società nella quale tutto è convenzione e tutte le regole non richiamano a nulla al di là della loro funzionalità e, proprio per questo, possono essere variate. È possibile imporre tutto per la giusta causa. Anche se non si è stati capaci di realizzare l’essenziale: dall’assunzione tempestiva di medici e infermieri all’organizzazione dei servizi sul territorio, dalle bombole di ossigeno alle mascherine che abbiamo avuto l’idea di donare alla Cina qualche settimana prima che ci rendessimo conto che la pandemia sarebbe arrivata anche da noi (ma – ci è stato assicurato – eravamo “preparatissimi”).

Resta così lo spettacolare divario – ed è questo il vero problema – tra la coriacea resistenza/incapacità degli apparati amministrativi a gestire l’indispensabile e la straordinaria pazienza di una società alla quale si può imporre tutto, anche la più impensabile delle misure, non appena si scopre che il comportamento rilevato possa rappresentare una remota parvenza di pericolo. Mentre in realtà il Covid arriva ad uccidere perché le ambulanze non si trovano (se non dietro lauti compensi), le bombole di ossigeno mancano, il personale ospedaliero è stato lasciato con gli stessi numeri di prima e le preziosissime unità di intervento a domicilio (le Usca che seguono l’unica filosofia vincente: quella del tracciare, isolare e curare) continuano ad essere sottodimensionate. Ma noi siamo bravi, e dinanzi a queste mancanze degne di un processo penale per gli amministratori incapaci e irresponsabili, non metteremo piede in un museo, ceneremo in cinque e faremo certamente “nascere” Gesù bambino due ore prima. Pazienza per i moltissimi che prenderanno la metropolitana domani, affollandosi nei corridoi, tra le 6 e le 9 del mattino.