Medici contro e protocolli rigidi, no. Più osservazione, sì

Ci sono diversi professionisti che hanno individuato i farmaci e le terapie più efficaci per curare a domicilio i malati di Coronavirus, grazie all’esperienza concreta e a un passaparola virtuoso. Non servono invece le rigidità di certi protocolli, né la guerra civile tra medici. Bisognerebbe impegnarsi ad abbassare i toni, che è un dovere innanzitutto verso i malati.

Ancora una volta la Nuova Bussola attraverso le interviste a medici impegnati nella cura ai malati di Covid sta facendo emergere un’importante realtà in atto: quella di professionisti che in assenza di specifiche indicazioni da parte dei vertici politici della sanità italiana hanno identificato le terapie più indicate per curare con successo a domicilio i malati di Covid. Questa sta emergendo sempre più chiaramente come la strada giusta da percorrere. La strada che impedisce di arrivare al ricovero ospedaliero, alla saturazione dei posti, all’aggravamento delle condizioni dei malati, alla loro guarigione.

È un vero arcipelago di buone pratiche, di esperienze dirette, di esiti comprovati quello che sta emergendo. Un passaparola virtuoso che da tempo circola nel mondo dei medici. Un aspetto importante è che si tratta di esperienze concrete, frutto di osservazione, studio, verifica. Fatti, non teorie. Situazioni che ricordano quello che un secolo fa scriveva uno dei più grandi medici del Novecento, il francese Alexis Carrel, Premio Nobel per la Medicina nel 1912: “Molto ragionamento e poca osservazione portano all’errore: poco ragionamento e molta osservazione portano alla verità”. Questa frase mi sembra sempre più vera, in occasione di questa fase della pandemia.

L’osservazione attenta dei dati epidemiologici, l’osservazione delle pratiche cliniche, l’osservazione dei successi terapeutici, in virtù dei farmaci che ormai sono stati chiaramente identificati come efficaci nella cura della malattia da Covid, hanno portato al riconoscimento di una verità che è ormai sotto gli occhi di molti. Di molti ma non di tutti. Anzi: persiste una linea di pensiero che potrebbe anche tradursi, come purtroppo sappiamo, in protocolli che prevedono nella cura a domicilio il solo farmaco antipiretico, cioè un sintomatico che non risolve il problema dell’infiammazione creata dal virus, più un po’ di idratazione e magari la pronazione dei pazienti. Insomma una terapia buona per il raffreddore, a parte quell’invito abbastanza strano alla pronazione.

Da quando in qua un paziente affetto da una patologia che richiede il solo paracetamolo deve porsi in pronazione, come i pazienti delle terapie intensive? Io credo che nell’elaborazione delle linee guida (meglio queste che rigidi e teorici protocolli) si tenga conto di tutte le evidenze cliniche che sono emerse e che stanno emergendo dall’esperienza della cura del Covid. E da questo punto di vista, come medico mi sento di lanciare un accorato appello a tutti i colleghi: guardando al web e ai social, si può assistere a uno spettacolo veramente spiacevole di polemiche, di attacchi livorosi, di offese, a chi differisce dal proprio pensiero.

Assistiamo a una sorta di guerra civile tra medici. Mai si era visto un simile indecoroso spettacolo. Per la clorochina volano nel web coltellate virtuali; per il cortisone ci si accapiglia e ci si insulta; persino la cara vecchia aspirina diventa motivo di violente faide per ora solo verbali. Verrebbe da chiedere, da implorare una moratoria su questi scontri. Sarebbe bello che si potesse discutere senza demonizzazioni reciproche, ragionando non per partito preso, ma sulla base di fatti, di esperienze, di dati. Provando ad ascoltarsi a vicenda, provando ad esaminare le evidenze.

Accanto al giusto appello che è stato lanciato dalle pagine della Nuova Bussola sulla possibilità di usare determinati farmaci – come la clorochina – si dovrebbe anche lanciare un ulteriore appello: quello di abbassare moltissimo i toni delle discussioni. Non per un sentimento di vago buonismo, ma per far emergere dal chiasso dei social e dei media una serietà nei confronti della nostra professione. È un dovere prima di tutto nei confronti dei malati, che dai medici si aspettano un aiuto, non uno spettacolo da ultras della curva. Deve finire il tempo delle demonizzazioni, delle chiusure aprioristiche, del negazionismo, degli insulti.

Medici di medicina generale e medici ospedalieri tutti insieme per il bene comune, non per guadagnarsi più esposizione mediatica; insieme per lavorare al meglio per offrire le cure migliori e più efficaci.