Massacro birmano. Russia e Cina appoggiano i militari

Sabato 27 marzo è stato un giorno nero per il Myanmar: il più alto numero di vittime della repressione in un solo giorno, almeno 90 morti. Quel giorno si celebrava il giorno delle forze armate, con la parata nella capitale Naypyitaw. L'esercito spara a zero. Condanna di tutti i Paesi democratici, ma Russia e Cina appoggiano sempre più esplicitamente il regime militare.

Sabato 27 marzo è stato un giorno nero per il Myanmar. Battendo un altro triste record, si è registrato il più alto numero di vittime della repressione in un solo giorno. Sabato 27 si celebrava il giorno delle forze armate, con la parata nella capitale Naypyitaw. Il comandante in capo, generale Min Aung Hlaing, autore del golpe del 1 febbraio e attuale capo di Stato provvisorio, ha pronunciato un discorso in cui prometteva nuove elezioni “regolari”, pur senza specificare un calendario e riaffermava il suo fermo impegno a proteggere la popolazione dai disordini e dalla violenza. Proprio nelle stesse ore, l’esercito e la polizia sparavano alle barricate dei manifestanti e poi andavano ben oltre il compito di normali forze dell’ordine: sparavano anche nelle case e ai passanti. Molti feriti, secondo testimonianze di prima mano, sono stati uccisi a sangue freddo o risultano “scomparsi” dopo il loro arresto. Il bilancio, ancora provvisorio, è di 90 vittime in 40 località differenti, secondo l’organizzazione nonprofit Associazione per l’Assistenza ai Prigionieri Politici. Secondo fonti dell’agenzia Asia News, i caduti sarebbero ancora di più: 114.

I caduti, che i manifestanti pro-democrazia hanno ribattezzato poeticamente “stelle cadute”, sono ragazzi, uomini, donne, anziani, bambini. Sono almeno sei i minorenni uccisi, tutti fra i 10 e i 16 anni. Hanno fatto il giro del mondo le foto del funerale di una bambina di 11 anni, Aye Myat Thu, di Mawlamyine, la cui tomba era ornata con i disegni di Hello Kitty dei suoi compagni di classe. Fra le vittime anche un 40enne, Aye Ko, venditore di Mandalay, padre di quattro figli. E’ stato ferito dai militari, che poi lo hanno ucciso bruciandolo vivo, secondo diversi testimoni oculari. C’è anche un bambino di 13 anni, Sai Wai Yan, ucciso mentre giocava per strada, a Yangon. O Pan Ei Phyu, uccisa in casa sua, a Meiktila, davanti agli occhi di sua madre. Gente a caso, uccisa perché si è trovata nel momento sbagliato nel posto sbagliato. I militari sparano per terrorizzare, non per “riportare l’ordine”. Dal 1 febbraio ad oggi si calcola che il regime militare abbia fatto 420 morti, mentre i prigionieri sono ormai quasi 3mila.  E nonostante tutto, le manifestazioni continuano, anche ora.

Non solo continuano le proteste in piazza, con barricate improvvisate, ma proseguono gli scioperi, tanto che potrebbero mettere in ginocchio il Paese (e soprattutto la giunta che lo governa). La Lega Nazionale per la Democrazia aveva vinto con oltre l’80% dei voti, contro il partito dei militari. Ha un elettorato trasversale, in tutti i ceti sociali. Quindi hanno incrociato le braccia contro il golpe militare i dipendenti pubblici, gli operai delle fabbriche, i negozianti e i bancari, tutte le branche dell’economia sono paralizzate. La protesta finora è stata pacifica, ma in futuro potrebbe anche non essere più tale. Di fronte alle aggressioni delle forze dell’ordine, gruppi di protesta stanno chiedendo la protezione di milizie armate delle minoranze etniche. E scontri fra queste ultime e l’esercito regolare non si sono fatte attendere: negli stessi giorni della repressione più dura, infatti, un commando della milizia karen Knu ha attaccato un avamposto militare uccidendo 10 soldati. Il regime ha risposto con un raid aereo che ha provocato anche danni collaterali fra i civili e la fuga di circa 2mila karen nella vicina Tailandia.

La comunità internazionale è tutt’altro che compatta, di fronte a questa tragedia. Tom Andrews, esperto speciale dell’Onu per il Myanmar, definisce l’ultima repressione un “omicidio di massa”. Le democrazie, sia asiatiche che occidentali, condannano il golpe e la repressione. Ma Russia e Cina, secondo uno schema ormai consueto nella nuova guerra fredda, si oppongono alle sanzioni in sede Onu e appoggiano sempre più esplicitamente il regime militare.

Gli Usa hanno varato misure restrittive contro due compagnie di proprietà delle forze armate, la Mehl (Myanma Economic Holdings Public Company) e la Myanmar Economic Corporation, che controllano banche, aziende turistiche, tabacco, edilizia e altri settori chiave in un’economia prevalentemente statale. Il Regno Unito ha seguito a ruota, imponendo sanzioni alla Mehl, coordinandosi con Washington. L’Ue, dal canto suo, ha imposto un divieto di viaggio e il congelamento dei beni in Europa dei membri della giunta militare. Dopo il sabato di sangue, una decina di governi dei Paesi democratici, fra cui Usa, Regno Unito, Germania, Australia e Giappone, hanno emesso un comunicato di condanna contro l’uso della forza su civili disarmati. “Sollecitiamo le forze armate del Myanmar a cessare la violenza e a lavorare per ripristinare il rispetto e la credibilità agli occhi del popolo del Myanmar”.

Col regime militare, invece, è schierata da subito la Cina (sospettata di aver anche incoraggiato il golpe) e, sempre di più, anche la Russia. Il viceministro della Difesa Alexander Fomin era presente nel giorno del massacro, alla parata della celebrazione delle forze armate, al fianco del generale Min Aung Hlaing. Il giorno prima, venerdì 26, Fomin aveva già incontrato il comandante golpista, in un incontro a due. “Il Myanmar è un alleato affidabile della Russia e un partner strategico nel Sudest asiatico”, aveva dichiarato in quella occasione il viceministro russo