Mario Draghi e gli italiani: i pregiudizi da sconfiggere

Al contrario dell’opinione diffusa sui cittadini, il premier gode di grande considerazione all’estero

Riuscirà il pregiudizio positivo nei confronti di Mario Draghi ad avere ragione dei pregiudizi negativi che pesano sull’Italia per i troppi impegni falliti in passato? La posta in gioco è qui. È più facile disintegrare un atomo che un pregiudizio, avrebbe detto Albert Einstein. E se resiste qualche dubbio sull’autore della frase, attribuita anche ad altri, certo è così che stanno le cose, nei rapporti umani. Tra persone, tra popoli, tra Stati. Non bastano decenni, a volte, per cancellare uno stereotipo. E gli italiani hanno sempre pagato un prezzo più alto di altri. Prima ancora delle fastidiose e insultanti frasi fatte su pizza, mafia e mandolino, ce ne hanno riversate addosso di ogni genere.

«Ci sono due Italie. Una costituita dalla terra verde, dal mare trasparente, dalle possenti rovine dei templi antichi, dalle montagne aeree e dall’atmosfera calma e radiosa che è infusa in tutte le cose», scrisse Percy B. Shelley, «L’altra consiste degli italiani di oggi, delle loro opere e dei loro costumi. L’una è la più sublime e leggiadra visione che possa essere concepita dall’immaginazione umana; l’altra la più degradata, disgustosa e odiosa». «È con dolore, ammetto, che si vede il più bel Paese dell’universo abitato dalla specie più abbrutita», si sfogò Alphonse De Sade. E giù una serie di preconcetti urticanti, buttati lì sull’Italia da Georges Bizet e da Mark Twain («Il Paese più disgraziato e principesco che esista al mondo»), dal polemista inglese William Hazlitt a Montesquieu: «La maestà del popolo romano, di cui parla Tito Livio, è molto degradata. Questo popolo è oggi diviso in due classi: le puttane e i servi o estafieri». Per non dire delle offese spesso vergognose rovesciate per decenni addosso ai nostri emigrati. Che anche dopo aver dimostrato una dedizione, uno spirito di sacrificio, una rettitudine morale che ci avrebbero fatto onore si ritrovarono a essere vittime di insopportabili stereotipi perfino nell’intercettazione di un presidente di Stati Uniti, Richard Nixon: «Non ne trovi uno di onesto».

Le cose sono cambiate, certo. Molto. Proprio grazie alle straordinarie capacità di moltissimi italiani di conquistare la stima, la fiducia, il rispetto del mondo. Non solo poeti, santi e navigatori (uffa…) ma scienziati e musicisti, scrittori e imprenditori, banchieri e inventori, economisti e pensatori, geni dell’informatica e padri dell’Europa. Eppure, come dimostrano una certa puzzetta sotto il naso, una certa diffidenza, un certo modo di scambiarsi sorrisetti di complicità (ricordate in tempi non lontani quelli su Silvio Berlusconi, indisponenti perfino per gli antiberlusconiani?) esistono ancora strascichi che pesano.

Ed è lì che noti come il pregiudizio positivo nei confronti di Draghi, che pure sull’ultimo Economist viene visto come l’ultimo uomo della salvezza invocato dai soliti italiani che nella scia di Niccolò Machiavelli continuano ad affidarsi a aspiranti redentori come il Cavaliere e poi Matteo Renzi e poi appunto l’ex presidente della Bce (destinato forse a «deludere per le troppe aspettative») rischi di consumarsi a fronte di un Paese che patisce il carico di pregiudizi opposti. Spesso immeritati.

È lì che la classe politica deve avere uno scatto d’orgoglio: quei pregiudizi, siamo franchi, non son solo frutti di cattivi sentimenti altrui. Rileggiamo lo sfogo del prussiano Wilhelm Rüstow (che pure contribuì a fare l’Italia coi Mille di Garibaldi) contro l’inefficienza: «Questa deriva dal vostro nefasto sistema di nepotismo in tutta la pubblica amministrazione, che colloca a dozzine uomini inetti in un ufficio per il quale occorrerebbe un uomo abile. Questo è accaduto perché tutto il vostro meccanismo governativo non è inteso ad avere impiegati onde accontentare il popolo e i suoi bisogni, ma a creare impieghi per i vostri favoriti ed i favoriti dei vostri favoriti…».

È passato un secolo e mezzo. E il presidente del Consiglio è costretto a ricordare, tra i grandi problemi della sfera pubblica, lo «scarso investimento nel capitale umano dei dipendenti, l’assenza di ricambio generazionale e di aggiornamento delle competenze» e la necessità assoluta di «investimenti in attività di formazione e riqualificazione dei lavoratori». Come dimenticare la montagna di soldi (280 milioni in un solo anno nella sola Sicilia) buttati in corsi di formazione che più che altro stipendiavano formatori per «formare più massaggiatori shiatsu che saldatori, più barman acrobatici che falegnami, più esperti in “regole del vivere civile” che elettricisti» (copyright Antonio Fraschilla) mentre il berlusconiano Gianfranco Micciché che spiegava come si trattasse di «ammortizzatori sociali» fino allo scoppio dello scandalo C.i.a.p.i che vide l’investimento di 15.191.274 euro (per 2/3 fondi europei) per avviare al lavoro un totale di 18 apprendisti al costo di 843.959 euro ad apprendista? Come riscattare la deriva della formazione se non con una svolta radicale rispetto a vicende come quella, evaporata giorni fa in una generale prescrizione senza arrivare in dieci anni neppure in Cassazione?

Quanti danni fanno alla nostra reputazione scandali e processi così? O l’impennata in poche settimane di due milioni e mezzo di furbetti sotto la voce «altri» lesti a saltare la coda per fare il vaccino? O la notizia delle spese per la manutenzione e i controlli sulla stabilità del ponte Morandi e sui rischi che crollasse pari a 71 euro al giorno? O le frane, le alluvioni e gli smottamenti dovuti, come ha finalmente accusato Mario Draghi, alla situazione idrogeologica ma anche agli abusi? È su queste cose che ci giochiamo tutto. Non ci è solo dovuta, la fiducia altrui: dobbiamo guadagnarcela. E in ballo non ci sono solo i 248 miliardi del Recovery Plan. C’è la nostra credibilità. E la sconfitta di vecchi pregiudizi insopportabili.