Marina Casini e la grande sfida per la vita

La presidente del Movimento per la Vita, nel giorno della Giornata a tema, racconta a Interris.it le battaglie di oggi e di domani

Marina Casini

La sfida è la stessa che dovrebbe riguardare ognuno di noi: difendere la vita perché la vita è il dono comune. E che ci accomuna. Marina Casini Bandini questa battaglia la conduce alla guida del Movimento per la Vita, da due anni come presidente, da decenni come giurista e bioeticista, come figlia del fondatore del MpV, Carlo, nella sua esperienza di docente all’Istituto di Bioetica e Medical humanities dell’Università Cattolica di Roma. Nulla di scontato: in una società che sempre più spesso mette in discussione il valore della vita, da quella che nasce a quella che cresce, c’è bisogno di adeguare il principio della tutela alle troppe declinazioni che la nostra epoca impone di affrontare, levando una voce che possa davvero aiutare non solo ad affrontare ma a comprendere la sfida cardine del genere umano: azzerare la cultura dello scarto e proteggere la vita. Per questo, ha spiegato Marina Casini nel giorno dell’inizio del suo mandato di presidenza, spetta “alla cultura europea rendere testimonianza che davvero ogni figlio, fin dal concepimento, è uno di noi”.

 

Il Mvp ha appena tagliato il traguardo dei suoi primi 40 anni. In questo lasso di tempo la nostra società ha subito dei cambiamenti… Sulla base della sua esperienza, ritiene sia cambiato anche il modo di approcciarsi alle più importanti sfide etiche in primis quelle per la difesa della vita?
“In questi ultimi quattro decenni praticamente gran parte del mondo è stato scenario di trasformazioni sociali, impensabili fino alla seconda metà del secolo scorso, dovute alle nuove prospettive aperte dal progresso scientifico e tecnologico. Sotto il mirino ci sono la vita e la famiglia. Accanto all’aborto praticato per via chirurgica, si è fatta largo la possibilità di eliminare i bambini prima della nascita per via farmacologica (Ru486) e chimica; i figli si possono generare anche in ‘provetta’ con tutte le possibili violazioni del diritto alla vita (sperimentazione e selezione genetica che presuppongono una ‘produzione’ soprannumeraria di embrioni e il loro congelamento), e alla famiglia (fecondazione eterologa, utero in affitto, accesso a coppie dello stesso sesso o a persone sole); sul fronte poi del fine vita, siamo proprio oggi nel pieno di un dibattito che sta facendosi sempre più stringente”.

Un quadro estremamente difforme di sfide da affrontare…
“Il panorama presenta nuove forme di attentati alla dignità umana e nello stesso tempo sotto il profilo culturale è pressante la pretesa di nobilitare la mentalità dello scarto usando in maniera distorta e corrotta il linguaggio dei diritti, della libertà, della dignità. Rispetto a tutto questo, se pensiamo alla verità sulla vita umana sempre preziosa e caratterizzata da una dignità incommensurabile, intrinseca e uguale per tutti sin dal concepimento, la sostanza dell’approccio non è cambiata e non deve cambiare: verità e carità sempre insieme. E forte deve essere la convinzione che, come dice il titolo di un libro, la tutela della vita umana nascente è la prima pietra per costruire un nuovo umanesimo. Se pensiamo alle modalità dell’approccio, i cambiamenti sono evidenti e dobbiamo cavalcare l’onda con intelligenza se vogliamo che il messaggio arrivi il più possibile alle menti e ai cuori”.

Quanto pesa il rinnovamento dei mezzi di comunicazione?
“Sono cambiati i luoghi di incontro e gli spazi di aggregazione diventano sempre più virtuali. Non possiamo non seguire il passo di questa continua evoluzione per promuovere la cultura della vita raggiungendo sempre più persone e in maniera sempre più efficace. Come spiegava Giovanna, che si occupa dei social nell’ambito del Movimento per la vita, dobbiamo avere uno stile comunicativo che rispecchi davvero la nostra volontà di accoglienza e di gioia che anima ogni volontario dei nostri movimenti e centri. La vita è un dono e una meraviglia. Una gioia che non può essere contenuta e che esplode con tutta la sua forza vitale in una comunicazione che è aperta all’altro a 360 gradi. È questo lo stile comunicativo che anima la nostra presenza sul web. La crescita di questi strumenti ci fa capire che abbiamo aperto un nuovo canale di dialogo che sta portando dei buoni frutti. Certamente occorre una certa saggezza nell’uso di questi mezzi perché i vantaggi di una informazione veloce capace di raggiungere contemporaneamente tantissime persone e la possibilità di intercettare aiuti pro-life sono ridimensionati dalla mancanza di approfondimento indispensabile per andare oltre gli slogan offrire motivazioni esaustive per accogliere la vita e dal rischio di trovare riferimenti tutt’altro che pro-life. Esserci, dunque, con intelligenza”.

Lei, da giurista e bioeticista, ha sposato una causa importante che richiede un’estrema dedizione. In un contesto sociale fortemente influenzato dal pensiero di massa veicolato attraverso canali potenti come la rete, a volte orientato più allo scontro che al confronto, ritiene sia diventato più difficile levare la propria voce in difesa della vita?
“Non è mai stato facile! Le grandi battaglie che riguardano il progresso della civiltà in nome dell’uguaglianza e cioè dell’uguale valore della vita umana, come quella per esempio che ha portato all’abolizione della schiavitù, si stendono su tempi lunghissimi e sono caratterizzate da momenti aspri e duri, da alti e bassi. Sono ‘travagli’ storici. Ma poi a un certo punto si arriva al ‘salto di civiltà’. Dobbiamo avere questa fiducia – senza essere però ingenui – maturata nella perseveranza e nell’umiltà, accettando la logica della gradualità. È vero, che l’enorme dispiegamento di mezzi a sostegno della ‘cultura dello scarto’ nel confronto immediato sembra soffocare la voce cultura della vita e dell’amore. A ben guardare, l’obiettivo principale della mentalità dello scarto è proprio quello di impedire la voce di chi non ha voce.

A questo proposito, Jerome Lejeune, conosciuto per il suo costante impegno nel difendere i bambini nella fase prenatale e per il quale è in corso il processo di beatificazione, metteva in guardia da tre grandi ‘nemici’ della vita: la diluizione, l’evasione e l’inversione. In sostanza quello che noi chiamiamo ‘annacquamento’ e ‘diversione dello sguardo’. Sono atteggiamenti che allontanano l’attenzione dal concepito e dal riconoscimento del suo diritto alla vita: meglio rimandare il discorso, parlando d’altro; meglio inserire en passant la questione della soppressione dei più poveri dei poveri in un mare magnum di altri problemi in modo da depotenziarla; meglio, insomma, silenziare. Proprio per questo è importante non scivolare nella rassegnazione e nello scoraggiamento e dobbiamo ricorrere a tutti gli argomenti di ragione e di umanità e compiere tutto ciò che è possibile per difendere la vita. Dobbiamo però tenere presente che c’è un livello più profondo che investe questa battaglia…”.

Ovvero?
“E’ quello metafisico dove, come diceva San Giovanni Paolo II, si svolge ‘una grande lotta tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre’. In questa dimensione entriamo – e qui parafraso un passo dell’Evangelium Vitae – nell’intimità del mistero di Dio, dove Gesù Cristo si immedesima in tutto e per tutto nell’uomo, cosicché ‘il rifiuto della vita dell’uomo, nelle sue diverse forme, è realmente rifiuto di Cristo’. Di qui l’importanza di ‘una grande preghiera per la vita’. E’ bello comunque pensare che Il ‘Vangelo della vita’ è iscritto nel cuore di ogni donna e di ogni uomo; basta guardarsi dentro, saperlo riconoscere, ascoltarne la voce. Chissà quante belle storie sconosciute ci sono, quanti “sì alla vita” illuminano il mondo e lo riscaldano senza che lo sappiamo… Eppure, ovunque possiamo incontrare fasci di luce che rompono le tenebre. Il cuore umano ha sempre la stessa matrice.  La “conversione alla vita” è per tutti, senza barriere. Per questo il MpV non ha mai preteso e non pretende il monopolio del tema della vita, ma ha operato ed opera come ‘lievito’ nella pasta della società, come forza unitiva di forze per la vita”.

In questi giorni il tema dell’obiezione di coscienza è emerso nuovamente, evidenziando come, nonostante gli appelli in difesa della vita che nasce, si faccia sempre più fatica a comprenderne davvero il valore… A cosa può essere dovuta una tale deriva della coscienza collettiva su un diritto che dovrebbe essere considerato inalienabile?
“È dovuta al fatto che non si deve dire che colui che vive e cresce nel grembo della mamma è un figlio, uno di noi. Non si deve porre lo sguardo su di lui. Come quando, per esempio, il comune di Roma ordinò la rimozione del manifesto che riproduceva la fotografia di un bambino non ancora nato. È contraddittorio voler comprimere o addirittura pretendere l’eliminazione del diritto di obiezione di coscienza. È anche irrazionale e antistorico, perché contrasta con l’universale apprezzamento dell’obiezione di coscienza in altri campi, come la sperimentazione sugli animali e soprattutto contrasta con l’obiezione nel campo del servizio militare obbligatorio; ci sono poi diversi autorevoli documenti giuridici che riconoscono la piena umanità del concepito e il suo diritto alla vita.

La sentenza costituzionale n. 467 del 1991 che abolì il reato di renitenza alla leva e cioè il rifiuto di indossare la divisa militare, spiegava che ‘delle libertà fondamentali e dei diritti inviolabili riconosciuti e garantiti all’uomo come singolo, ai sensi dell’art. 2 della Costituzione, non può darsi una piena ed effettiva garanzia […] senza che sia stabilita una correlativa protezione costituzionale di quella relazione intima e privilegiata dell’uomo con se stesso che di quelli costituisce la base spirituale-culturale e il fondamento di valore etico-giuridico […] la coscienza individuale ha rilievo costituzionale quale principio che rende possibile la realtà delle libertà fondamentali dell’uomo e, quale regno delle virtualità di espressione dei diritti inviolabili del singolo nella vita di relazione, essa gode di una protezione costituzionale’. Si noti il collegamento con i diritti umani fondamentali dei quali, il diritto all’obiezione di coscienza è considerato la base.

Nella nostra Costituzione l’art. 54 considera sacro il dovere del cittadino difendere la patria, l’art.11 afferma il rifiuto della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie. Inoltre, l’uso delle armi per uccidere è del tutto eventuale e non immediato, l’esercito è utilizzato sempre per aiutare le popolazioni in difficoltà nel caso di catastrofi come terremoti e inondazioni. Eppure l’obiezione di coscienza è stata ammessa senza limiti. È davvero assurdo contrastare l’obiezione quando essa manifesta il rifiuto di contribuire ad uccidere un essere umano innocente, e più povero dei poveri secondo l’espressione di Santa Madre Teresa di Calcutta. Insomma, la ‘congiura contro la vita’ rifiuta lo sguardo sul concepito e pretende di imporre tale rifiuto a tutta la società fino a violare il diritto fondamentale alla libertà di coscienza e di pensiero”.

Vita e famiglia sono due temi strettamente connessi. Ritiene che alla base della messa in dubbio del diritto alla vita possa esserci un tessuto sociale che non agevola la costituzione di nuclei familiari e, soprattutto, costringe a posticipare sempre di più la decisione di concepire un figlio, allungando in modo preoccupante l’inverno demografico del nostro Paese?
“Benissimo aver ricordato che il tema della vita e quello della famiglia sono strettamente connessi. Non si può tutelare e promuovere la famiglia senza difendere e promuovere interamente la vita e viceversa. Purtroppo, però, a volte il tema della vita è estraniato da quello della famiglia … ma in questo modo ne esce svilita e indebolita la riflessione sulla famiglia anche rispetto alla cultura del gender che vorrebbe renderla una costruzione componibile e scomponibile a piacimento; si perde di vista il senso della sua ‘fondamentalità’  rispetto ad altre realtà aggregative; non se ne vede più il significato profondo collegato alla storia dell’umanità fatta di generazioni che si succedono nel tempo… Spesso l’estromissione del tema della vita da quello della famiglia risponde alla logica di non affrontare seriamente il tema della vita nascente salvo, ovviamente, quando prevale la preoccupazione dell’inverno demografico che però non illumina fino in fondo il tema della vita”.

Come occorre muoversi in tal senso?
“Se guardiamo le cose da un punto di vista lavorativo, abitativo, economico, fiscale, non vi è dubbio che una società che non agevola la costituzione di nuclei familiari sotto i profili elencati, non favorisce neanche la disponibilità a generare figli. Nella maggior parte dei casi, il discorso viene ‘congelato’ e rimandato (magari trovandosi poi a dover fare i conti con i figli che ‘non vengono’). Poi, se ‘capita’ una gravidanza inattesa in un contesto di più o meno grave precarietà economica, lavorativa, abitativa ecco che fa capolino la tentazione dell’aborto… Lo sanno bene le operatrici e gli operatori dei centri di aiuto alla vita, delle case di accoglienza, di Progetto Gemma, di SOS vita che svolgono un’opera straordinaria! Perciò va da sé che siano indispensabili attente e serie politiche familiari che incoraggino le giovani coppie a mettere al mondo figli. E questo non solo nell’interesse ‘pubblico’ di incrementare le nascite e quindi di ottenere socialmente parlando dei vantaggi ma anche pensando al bene dei giovani che vedono nella famiglia e dunque nella maternità e nella paternità quella realizzazione del dono di sé che dà senso all’esistenza. Tutto questo però non basta a garantire il rispetto della vita umana, anzi del diritto alla vita dei figli in viaggio verso la nascita”.

Di cosa c’è bisogno?
“Politiche familiari e agevolazioni di tutti i tipi sono senza dubbio molto importanti ma è necessario che sia accompagnato da un’autentica cultura della vita che contemplando l’inizio della vita umana e dunque di ogni essere umano, porti la società tutta a riconoscere il concepito come un figlio, come uno di noi. In questo le donne hanno un ruolo fondamentalissimo perché il privilegio di vivere ‘cuore e a cuore’ nel più intimo, intenso e duraturo degli abbracci, le pone in prima linea nella difesa della vita nascente e le rende portatrici nella società del sigillo dell’amore sulla vita umana”.