Maria Romana De Gasperi: «Il Natale di mio padre, nelle carceri fasciste»

La figlia di Alcide De Gasperi: «Scriveva la storia di Gesù sulle immagini della Palestina ritagliate da una rivista, poi le spediva a casa e la mamma leggeva ad alta voce. Papà e i miei figli ora sono di sicuro in Paradiso. Chissà se io me lo sono meritato»

maria de gasperi

L’ uomo che ha fondato e salvato la democrazia italiana ci osserva dal grande ritratto sulla parete — «mi piace perché restituisce bene i suoi occhi azzurri» — e dalla foto sul tavolino, in cui tiene in braccio la primogenita Maria Romana, appena nata. Ora lei è qui, lucidissima, a quasi 97 anni.

Signora De Gasperi, qual è il primo ricordo di suo padre Alcide?
«I primi ricordi di papà sono le foto che mi mostrava la mamma. Purtroppo non lo rammento prima della cattura e della prigionia».

Come andò?
«Mio padre fu preso dalla polizia fascista sul treno che da Roma lo portava a Firenze. Era diretto a Trieste: voleva allontanarsi dalla capitale, dove era conosciuto, e vivere in una città più piccola. Ma credo che non fosse convinto sino in fondo della sua scelta. Era abituato ad affrontare le cose; non a scappare».

E poi?
«Lo portarono a Palazzo di Giustizia in catene, con altri detenuti. Si sentiva sicuro che l’avrebbero mandato libero: in fondo era un deputato che criticava il governo. Lo condannarono a quattro anni di carcere».

Come reagì?
«A mia madre raccontò che non era riuscito neppure a piangere; mormorò solo il nome di Dio. Lo riportarono incatenato a Regina Coeli. Da lì mi scrisse: “Mia cara pupi, sii brava e prega tanto la Madonna per il tuo povero papà”».

Cos’altro raccontava delle carceri fasciste?
«Un giorno la guardia lo scoprì dallo spioncino mentre scriveva sulla parete della cella con uno spillo, sfuggito alle persecuzioni corporali. Era una frase del Vangelo: “Beati qui lugent quoniam ipsi consolabuntur”».

Beati coloro che piangono, perché saranno consolati. E la guardia?
«Chiamò il suo capo, che costrinse mio padre a cancellare la frase con il manico del cucchiaio di legno. Papà commentò che era stato gentile, perché non l’aveva punito. Dalla finestrella intravedeva l’orto botanico. Mi scrisse: “C’è dentro un usignolo e la sera quando canta penso a te; e la notte quando, bassa all’orizzonte, vedo una stella penso a te e a Lucia”, la mia sorellina, che era nata da poco».

Poi arrivò il Natale del 1927.
«E papà decise di farmi un regalo. Non aveva soldi e in ogni caso non avrebbe potuto comprarmi nulla. Così ritagliò le fotografie di una rivista che gli avevano mandato in carcere, il National Geographic Magazine. Erano immagini della Palestina. Vede? Pastori con le pecore. I prati fioriti della Galilea, con il mare di Tiberiade sullo sfondo. I luoghi di Gesù».

Questa è la grafia di De Gasperi?
«Sì. Siccome le didascalie erano in inglese, lui le traduceva. E aggiungeva qualche riga per raccontarmi la storia di Gesù. Ecco, questa è la fontana di Nazareth. Papà mi spiegava che qui la Madonna era andata ad attingere l’acqua per il Bambino. E mamma mi leggeva la storia ad alta voce».

Quel carcerato divenne presidente del Consiglio, per otto anni consecutivi, come non è più accaduto a nessuno. E ora quell’album inedito diventa un libro firmato da Alcide De Gasperi: «La vita di Gesù narrata alla figlia Maria Romana».
«Anche questo che ci attende sarà un Natale difficile. L’importante è non perdere mai la speranza, neanche nell’ora più buia. Papà dal carcere ci scriveva: “Miei cari, dormite in pace; io sono presente”».

Quanto rimase a Regina Coeli?
«In cella si ammalò. Lo portarono in ospedale, ma sempre con la porta aperta, e la guardia di fuori. Fu liberato dopo 14 mesi. Il primo vero ricordo che ho di lui è quando tornò a casa. Non sapevo che fosse stato in prigione, mi avevano detto che era in una città lontana, per lavoro. Lucia rifiutò di abbracciarlo: “Tu non sei il mio papà, il mio papà è quello lì” diceva indicando la sua fotografia».

Con voi figlie com’era?
«Dolcissimo. Se combinavamo qualcosa, mamma ci avvisava: “Lo dico a papà!”. Ma noi eravamo tranquille perché sapevamo che papà non ci avrebbe fatto niente. Io ero innamoratissima di lui. A tavola mia madre sedeva alla sua destra, io alla sua sinistra. Appena lui diceva qualcosa, io aggiungevo: “Ha ragione papà!”».