Maria non si minimizza: dalla Madre di Dio nuova luce per esplorare il Mistero

Oggi ci troviamo di fronte ad una sinistra volontà di minimizzare il mistero di Maria. Se il Concilio di Efeso si fosse svolto ai nostri tempi, non potremmo celebrare la Solennità della Madre di Dio. La disputa teologica del quinto secolo si sarebbe conclusa con la decisione di non definire nulla per non dividere la Chiesa, perché la “misericordia” è più importante della retta dottrina. Invece, se Maria non è la Madre di Dio, le conseguenze cristologiche sarebbero devastanti. Una riflessione per invertire la glaciazione mariologica che stiamo vivendo.  

 Se il Concilio di Efeso si fosse svolto nei nostri tempi, probabilmente oggi non potremmo celebrare la Solennità della Madre di Dio. La disputa teologica che infiammava i primi decenni del quinto secolo si sarebbe conclusa con la decisione di non definire nulla per non dividere la Chiesa, perché la carità e la “misericordia” sono più importanti della retta dottrina. Nestorio e i suoi sarebbero stati trattati con “misericordia”, permettendo loro di proibire nelle proprie diocesi, dopo un percorso sinodale, il titolo di Madre di Dio, troppo divisivo, e di sostituirlo con quello di Madre di Cristo: dopo tutto il secondo non contraddice il primo. San Cirillo d’Alessandria sarebbe stato bacchettato come integralista, bollato come un vescovo rigido, incapace di cogliere l’unità nella diversità e mandato a fare da patrono di qualche ordine cavalleresco ante litteram.

Il partito “negazionista” di allora metteva davanti – come fanno ancora oggi molti protestanti e, forse senza rendersene conto, anche diversi cattolici – la difesa della trascendenza divina, perché sarebbe un’inaudita bestemmia pensare che Dio possa avere una madre, che Dio possa nascere e patire. Ma se Dio non nasce e non muore, come vedremo, per noi non vi è salvezza; la questione apparentemente astratta e periferica della communicatio idiomatum (la comunicazione degli idiomi, ovvero la possibilità di attribuire alla persona del Verbo sia le proprietà della natura divina, che quelle della natura umana, senza confusione tra le due nature) si rivela perciò in tutta la sua importanza.

La Chiesa cattolica, custode della verità, celebra la Madre di Dio, difende questa verità di fede e chiama eretici coloro che non la accettano: “Se qualcuno non confessa che l’Emmanuele è Dio nel vero senso della parola, e che perciò la santa Vergine è madre di Dio perché ha generato secondo la carne, il Verbo fatto carne, sia anatema”, insegna il primo canone del Concilio di Efeso.

La Chiesa sa bene che un cedimento sull’identità di Maria Santissima avrebbe provocato e provocherebbe anche oggi una valanga capace di travolgere altre verità di fede, soprattutto riguardo all’identità di Gesù. Le prerogative mariane non tolgono nulla al Figlio: al contrario ne custodiscono i tratti umano-divini e tutta la gloria della Madre si riverbera nel Figlio, nel Padre e nello Spirito Santo, che l’hanno voluta, amata, creata così.

Che cosa crediamo quando confessiamo che Maria Santissima è vera Madre di Dio? Nessun cattolico pensa che da Lei derivi la divinità del Figlio, che Lei sia l’autrice del suo essere Dio. Noi crediamo invece che Maria è vera madre di Gesù Cristo, la cui natura umana, che egli “prende” dalla Vergine, è unita alla sua Persona divina. Gesù è perciò il Figlio di Dio, la sua Persona è la seconda Persona della beatissima Trinità; se dunque Maria è la madre del Signore Gesù, della sua Persona, allora essa è necessariamente Madre di Dio.

Rimuoviamo subito l’obiezione che una donna non può generare Dio. Se per generare intendiamo che la divinità di suo Figlio deriva da Lei, siamo d’accordo; ma il punto sta nel fatto che la Madonna è veramente Madre di Gesù, della sua persona integrale, come ogni madre lo è del proprio figlio. Quando noi affermiamo che Tizia è madre di Caio, intendiamo veramente che ella è madre della persona del figlio, anche se riconosciamo che l’anima del figlio non è “prodotta” dai genitori, ma direttamente infusa da Dio nel momento del concepimento. Dunque, non tutto del figlio deriva dai genitori; eppure noi non affermiamo che i genitori sono padre e madre solo del corpo del figlio, bensì dell’intera persona del figlio, del suo “io”.

Torniamo alla divina maternità. Noi non crediamo che la divinità di Gesù derivi da Maria, ma confessiamo che il Verbo prende la sua natura umana ex Maria Virgine, senza concorso di uomo. Eppure Gesù non è un’altra persona rispetto al Verbo, ma è proprio il Verbo fatto carne: un’unica Persona, quella del Verbo, nelle due nature. E dunque Maria è legittimamente, veramente, misteriosamente Madre di Dio.

Se il Concilio di Efeso si fosse svolto in un clima di ecumenismo irenico e decadente, se in quel concilio si fosse respirata una mariologia minimalista e biblicista a rimetterci le penne – perdonate l’espressione – sarebbe stato proprio il Signore Gesù. Ed anche noi.

Per quale ragione? Perché il rifiuto del titolo di Theotókos, a prescindere dalle intenzioni di chi lo avversava, avrebbe colpito la Persona stessa di Gesù. Se Maria non è la Madre di Dio, le conseguenze cristologiche sono devastanti. La prima che potrebbe derivarne è che Gesù non è Dio, ricadendo così nell’arianesimo. Oppure si dovrebbero ammettere due persone, una divina e una umana, una sorta di schizofrenia cristologica, che fa a pugni, oltre che con la ragione, anche con il Vangelo, il quale ci presenta Gesù perdonare i peccati nel proprio nome, cosa che può fare Dio solo, e lo stesso Gesù dire in prima persona: “Ho sete”, necessità che appartiene alla natura umana. Ma c’è un solo “io” a fare da soggetto a queste due azioni ed è l’Io divino. Pensare a due persone diverse per salvare la distinzione, farebbe perdere l’unione, finendo così per sconvolgere la Redenzione, perché è precisamente ciò che è assunto da Dio ad essere salvato e non ciò che è semplicemente giustapposto a Dio o unito estrinsecamente a Lui. Se a morire in croce non è stato il Figlio, nella sua natura umana, ma anche nella sua Persona divina, allora non vi è salvezza per nessuno.

Torniamo ai primi decenni del quinto secolo. Il presbitero antiocheno Anastasio, che Nestorio, una volta divenuto vescovo di Costantinopoli, volle al suo fianco, iniziò a predicare contro il titolo di Madre di Dio; diversi monaci ed il popolo, pur senza addentrarsi nelle sottigliezze teologiche, avevano però intuito la portata eretica di questa posizione e, di conseguenza non ne volevano sapere di rinunciarvi; ne seguì l’inevitabile e doverosa contestazione del sacerdote.

Nestorio cercò una mediazione, che purtroppo non proveniva dalla fede, ma dal calcolo umano: respinse gli eccessi di Anastasio, rifiutando l’espressione da lui promossa di Maria come antropotokos, ovvero madre dell’uomo Gesù, ma si oppose anche al titolo di Theotókos. E per salvare capra e cavoli coniò il titolo di Christotókos, madre di Cristo, secondo lui più aderente al testo biblico e più rispettoso della distinzione delle due nature. Non era solo questione di opportunità: Nestorio non riusciva a concepire l’unione di Dio con quella natura umana assunta da Maria se non come una unione estrinseca, non ontologica ed indissolubile. San Cirillo di Alessandria, conosciuta la posizione di Nestorio, inviò una lettera ai vescovi d’Egitto per respingere questo errore, e di seguito scrisse direttamente anche a lui, ma senza successo. Entrambi decisero allora di rivolgersi alla Sede Apostolica per dirimere la questione e papa Celestino I, nel 430, condannò Nestorio.

Il patriarca non si diede per vinto e convinse l’imperatore Teodosio II a convocare un concilio per dibattere la questione. San Cirillo, nell’occasione, non fu propriamente un signore, perché di sua iniziativa iniziò il concilio il 22 giugno del 431, senza attendere né i vescovi antiocheni, né i legati pontifici e senza ascoltare l’opposizione di numerosi vescovi presenti a questo colpo di mano. La forzatura finì inevitabilmente per provocare dissidi e risentimenti, con deposizioni reciproche, ma in questa confusione venne custodita la perla di inestimabile valore, così espressa nella seconda lettera di Cirillo a Nestorio, letta durante il concilio del 431: “Che il Verbo si sia fatto carne non è altro se non che è divenuto partecipe, come noi, della carne e del sangue: fece proprio il nostro corpo, e fu generato come un uomo da una donna, senza perdere la sua divinità o l’essere nato dal Padre, ma rimanendo, anche nell’assunzione della carne, quello che era. Questo afferma dovunque la fede ortodossa, questo troviamo presso i santi padri. Perciò essi non dubitarono di chiamare la santa Vergine madre di Dio, non certo, perché la natura del Verbo o la sua divinità avesse avuto l’origine del suo essere dalla santa Vergine, ma perché nacque da essa il santo corpo dotato di anima razionale, a cui è unito sostanzialmente, si dice che il verbo è nato secondo la carne”.

L’affermazione di Maria vera Madre di Dio non è però solo un punto di arrivo, ma è anche principalmente un nuovo punto di partenza per esplorare il mistero di Dio in Lei. La conoscenza umana è così: ogni nuova acquisizione permette di avere maggior luce per comprendere verità ancora più profonde; ogni passo compiuto verso la vetta, permette di salire più in alto ed apre perciò la visione ad orizzonti più vasti.

E così di fatto è avvenuto: la penetrazione della divina maternità, che colloca Maria Santissima nell’ordine ipostatico, non cessa di gettare nuove luci sulla conoscenza del mistero di Lei; per questo i padri amavano ripetere il motto de Maria numquam satis. L’Immacolata Concezione, la sua Assunzione sono verità proclamate proprio grazie a questo processo di continuo approfondimento, che non è affatto terminato; onorarla, infatti, con il titolo di Mediatrice di tutte le grazie e Corredentrice non è altro che il frutto della contemplazione sempre più penetrante del mistero inesauribile di Lei.

Da decenni ci troviamo però di fronte ad una sinistra volontà di minimizzare il mistero di Maria, di rendere la Madre di Dio una “donna feriale”, di bloccare l’esito dell’approfondimento teologico alla luce della fede per poter proclamare le grandi cose fatte in Lei dall’Onnipotente (cfr. Lc 1, 49). Siamo in un’epoca di glaciazione mariologica, segno eloquente di quel tempo di cui fu detto: “per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti” (Mt 24, 12).

In questa solennità chiediamo a Lei, Omnipotentia supplex, che ci conceda presto la grazia che tutta la Chiesa la riconosca, proclami e celebri come conviene alla sua grandezza. E a noi di dare la vita perché questo tempo arrivi presto: dignare me laudare te, Virgo sacrata; da mihi virtutem contra hostes tuos.