Mancano i vaccini o la capacità di gestirli? La sfida di Curcio e Figliuolo

Tutti i numeri della campagna di immunizzazione: perché ci sono i margini per avere fiducia e - soprattutto - urgenza di implementare un piano di distribuzione efficiente. La mancanza di dosi non è più il problema principale già da qualche giorno e lo sarà sempre meno nei prossimi. Secondo i dati del ministero della Salute, a marzo sono attesi 10,2 milioni di dosi. In un solo mese, questo mese, avremo circa il doppio delle dosi avute da fine dicembre a oggi. . Per smaltire i 10 milioni di dosi (a cui si aggiungono 2 milioni ora disponibili), bisogna arrivare almeno a 300 mila somministrazioni al giorno: il 250 per cento in più rispetto al livello attuale.  

La campagna vaccinale va a rilento perché non abbiamo abbastanza dosi. Dobbiamo battere i pugni in Europa contro le aziende farmaceutiche. E’ necessario acquistare il vaccino russo Sputnik senza attendere l’Ema. Questi alcuni dei refrain ripetuti ossessivamente nelle ultime settimane da governo, opposizione e regioni. Un fronte compatto che indica un unico problema di una campagna vaccinale che stenta a decollare: le inaffidabili aziende farmaceutiche. La questione è, come al solito, più complessa. Ma in ogni caso la discussione sulla carenza di dosi, che pure c’è stata nei primi due mesi dell’anno,  è una polemica di chi guarda nello specchietto retrovisore. Eppure la pandemia avrebbe dovuto insegnarci a guardare avanti, a prevedere. Sui vaccini non avviene.

La mancanza di dosi non è più il problema principale già da qualche giorno e lo sarà sempre meno nei prossimi. Secondo i dati del ministero della Salute, a marzo sono attesi 10,2 milioni di dosi. In un solo mese, questo mese, avremo circa il doppio delle dosi avute da fine dicembre a oggi. Ma non basta. Il 1° marzo AstraZeneca ha confermato non solo i 5 milioni di dosi attesi in Italia entro la fine del primo trimestre (niente tagli), ma anche la consegna di 20 milioni entro ad aprile-giugno (il doppio rispetto ai 10 milioni previsti). Questo significa che nel prossimo trimestre in Italia si attende l’arrivo di oltre 55 milioni di dosi (considerando la probabile approvazione di Johnson & Johnson, 7,3 milioni di dosi singole ovvero senza necessità di richiamo), con una media di oltre 18 milioni di consegne al mese, oltre il triplo di quelle gestite – solo in parte – tra fine dicembre e fine febbraio. Tenendo l’attuale ritmo di circa 120 mila vaccinazioni al giorno, ci vorrebbe più di un anno solo per smaltire le dosi del secondo trimestre. E l’obiettivo del governo, di arrivare a 200 mila inoculazioni quotidiane entro fine marzo, è notevolmente basso. Per smaltire i 10 milioni di dosi (a cui si aggiungono 2 milioni ora disponibili), bisogna arrivare almeno a 300 mila somministrazioni al giorno: il 250 per cento in più rispetto al livello attuale.

Ma siamo in grado di farlo?

Per farsi un’idea dell’attuale situazione basta esaminare alcuni numeri sull’utilizzo dei vari tipi di vaccino consegnati nelle diverse regioni. A oggi, sui 6,3 milioni di dosi consegnate dei tre vaccini autorizzati – Pfizer, Moderna e AstraZeneca – risultano 4,3 milioni di vaccinazioni effettuate, con 2 milioni di dosi inutilizzate (quasi una su tre). Le percentuali di inutilizzo, non variano solo da regione a regione, ma anche da vaccino a vaccino. Prendiamo i due a mRna approvati per i più anziani. Il più utilizzato è quello di Pfizer, con una percentuale media a livello nazionale dell’85% circa. Anche in questo caso, però, con performance ben diverse sul territorio:  dal 73% della Calabria al 102% della Valle d’Aosta (considerando le iniziali “seste dosi” extra). Di contro, solo una dose su due di Moderna è stata utilizzata (54%) con differenze ancora più marcate: dall’1% del Molise al 102% della Valle d’Aosta. Come si spiegano numeri di utilizzo così diversi tra i due vaccini?