Maggioranza più larga o le urne: Conte sente i leader e va da Mattarella

Il vertice con i partiti, poi il premier sale al Quirinale. Il dem Bettini: con 156 voti non si arriva al 2023. Se l’alleanza non si allargherà elezioni nella tarda primavera

O Giuseppe Conte, o le elezioni anticipate. Rimpicciolita dal fragoroso addio di Matteo Renzi e compagni, la maggioranza giallorossa vede solo due strade. La prima, della quale il premier ha parlato nella serata di ieri con il capo dello Stato Sergio Mattarella, passa per un allargamento e rafforzamento dell’alleanza. E la seconda, il voto in tarda primavera, sarebbe la naturale conseguenza del fallimento del piano A. Perché né il Pd, né i 5 Stelle, si dicono disposti a sostenere esecutivi tecnici, di scopo o di unità nazionale e tantomeno un governo politico con Renzi e senza Conte. A tracciare la rotta è Goffredo Bettini. Il pontiere del Pd, che in queste burrascose settimane ha tenuto i rapporti tra il Nazareno, Palazzo Chigi e il quartier generale dell’ex premier e leader di Italia viva, ammette che con i 156 rocambolescamente agguantati da Conte martedì al Senato «non si arriva a fine legislatura».

Quindi l’imperativo urgente è allargare la maggioranza, il che consentirebbe al presidente del Consiglio di siglare con i leader dei partiti un nuovo patto di legislatura. E se la missione fallisce? «Non abbiamo paura del voto», assicura Bettini rispondendo a Maria Latella, su Sky. La stiracchiata fiducia di martedì a Palazzo Madama sulle comunicazioni di Conte fotografa la debolezza del governo: 156 voti, 157 se si conta anche il senatore del M5S Franco Castiello, assente per Covid ma che avrebbe votato sì. Per un voto che si aggiunge, un altro rischia di venire meno ed è quello di Mariarosaria Rossi. La senatrice azzurra avrebbe appoggiato Conte per fare un dispetto a Berlusconi e non è affatto detto che non torni subito nei ranghi di Forza Italia.

Altro problema è che i tre senatori a vita che hanno scelto il sì, Monti, Cattaneo e Segre, il più delle volte non partecipano ai lavori di Palazzo Madama. E non è finita, perché per far passare i provvedimenti nelle commissioni il governo ha bisogno della maggioranza assoluta di 161. Una soglia che al momento è lontana. Per compulsare il pallottoliere e mettere a punto la strategia Conte si è confrontato in videoconferenza con i leader dei partiti e i capidelegazione Zingaretti, Crimi, Speranza, Bonafede, Franceschini. Il premier ha fretta di rimettersi al lavoro per far approvare scostamento di bilancio, decreto ristori e consegnare a fine febbraio il Recovery plan all’Europa, ma è chiaro che gli assetti della maggioranza vengono prima di tutto.

Parte del Pd spinge per ricucire con Renzi. Il capogruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci teorizza a voce alta che «governare in questa situazione non si può», ma l’avvocato non vuole nemmeno sentirlo nominare e anche Bettini è contrario a sedersi al tavolo con il fondatore di Iv: «La rottura è stata così profonda che non si può fare finta di niente». Insomma, anche per il segretario dem Zingaretti, contento perché è stata scongiurata una crisi al buio, «è il momento di voltare pagina».

Per farlo si torna di nuovo ai numeri, che scarseggiano. Il viceministro dell’Economia Antonio Misiani ritiene necessaria la nascita di un nuovo gruppo parlamentare, che potrebbe «rafforzare il carattere politico della coalizione». Alla maggioranza serve dunque una «quarta gamba» e non a caso Conte in Parlamento ha prefigurato la nascita di un’area liberale e moderata di forte stampo europeista, capace di accogliere socialisti e centristi cattolici e di attrarre altri scontenti di FI. Intanto l’Europa si fa sentire per sostenere Conte. «Siamo nel mezzo di una gravissima crisi — avverte la presidente Ursula von der Leyen —. Abbiamo bisogno di stabilità». E David Sassoli, presidente del Parlamento Ue, è ottimista: «L’Italia risponderà con stabilità e responsabilità» agli impegni imposti dal Covid, a cominciare dal Recovery.