L’ultimatum di Di Maio frena subito la trattativa

Il capo del Movimento: «I nostri punti nel programma o meglio andare alle urne». E si rialza lo spreadVertice a Palazzo Chigi. Zingaretti: «Patti chiari, amicizia lunga. Basta o così non si va da nessuna parte»

ROMA Prima delle ore 15 di ieri, lo spread tra Btp e Bund viaggiava intorno ai 165 punti base: poi alle 15 ha parlato il capo dei M5S, Luigi Di Maio, l’ultimo ad uscire dalle consultazioni con il premier incaricato Giuseppe Conte. E lo spread è schizzato su di dieci punti, fino a chiudere a 175. E ha chiuso male anche Piazza Affari, la Borsa di Milano ha archiviato la seduta in rosso dello 0,3 per cento, in controtendenza con il resto d’Europa.

Ma che aveva detto Di Maio? «Se entreranno i punti M5S nel programma di governo si parte, altrimenti meglio il voto», ha intimato il leader dopo aver consegnato a Conte una lista di 20 cose. Tra cui: no a qualsiasi tipo di patrimoniale, subito il taglio dei parlamentari e un accordo con la Ue per la redistribuzione dei migranti. Ma soprattutto il leader M5S ha messo in chiaro, facendo infuriare il Pd, di non prevedere affatto la modifica dei due decreti-Salvini sulla sicurezza. «Non rinneghiamo questi 14 mesi di governo», ha puntualizzato, riferendosi all’esperienza gialloverde appena conclusa. Conclusa? Subito dopo aver sentito queste parole, mentre il premier Conte era al funerale del cardinale Achille Silvestrini in San Pietro, dove ha pure scambiato un «breve saluto» con Papa Francesco, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha deciso di annullare l’incontro pomeridiano che aveva fissato proprio con Di Maio.

Preferendo, invece, dire la sua con un tweet durissimo: «Patti chiari, amicizia lunga. Stiamo lavorando con serietà per dare un nuovo governo all’Italia, per una svolta europeista, sociale e verde. Ma basta con gli ultimatum inaccettabili o non si va da nessuna parte». E con lui tanti altri esponenti “dem” hanno reagito con indignazione: da Andrea Orlando («Di Maio ha cambiato idea? Lo dica») a Paola De Micheli («Incomprensibile, un gioco dell’oca, si torna indietro a prima dell’inizio dei nostri confronti»). Ma anche i “renziani” si sono fatti sentire con Maria Elena Boschi («minacce irricevibili») e il fuoriuscito Carlo Calenda, l’unico dall’inizio contrario ad ogni accordo coi 5Stelle, è partito addirittura al contrattacco («Zingaretti ripensaci. Come si dice a Roma: apriamoli come le cozze…»). A mettere altra benzina sul fuoco, poi, è arrivata una nota firmata M5S: «I gruppi parlamentari stanno lavorando intensamente per definire un possibile programma di governo, poi la parola passerà agli iscritti della piattaforma Rousseau e ci atterremo alla loro decisione».

Tutto di nuovo in bilico, quindi? Così, col rischio enorme che finisse per spezzarsi irrimediabilmente il filo sottilissimo del governo giallorosso, il pomeriggio è trascorso tra le precisazioni dei M5S: «Non abbiamo cambiato idea», «non c’è da preoccuparsi», «non comprendiamo lo stupore» e via dicendo, finché però lo stesso Conte ha deciso di riunire a Palazzo Chigi le delegazioni di M5S (Stefano Patuanelli e Francesco D’Uva) e Pd (Andrea Orlando e Dario Franceschini). Nell’incontro i dem hanno posto «l’esigenza di un chiarimento sulle dichiarazioni di Di Maio» addirittura «come precondizione per proseguire nel percorso avviato». E alla fine, dopo aver molto mediato, Conte ha riconvocato Pd e M5S per questa mattina con l’obiettivo di continuare ad «elaborare un programma condiviso» e chiudere entro domani. Poi lunedì, se tutto andrà bene, scioglierà la riserva.