L’ospedale come un’organismo vivente: così si trasforma per rispondere all’epidemia

Sanificazione e ristorazione nelle strutture sanitarie. Ma anche fisioterapisti dedicati alla lotta al Covid. Le paure e il coraggio dei lavoratori a cui non pensiamo quando parliamo di emergenza coronavirus

“Capita anche questo: un paziente anziano che piange, che ha paura di morire. Ma in quel momento gli infermieri non hanno tempo di consolarlo e così ti fanno un gesto, ti chiedono di pensarci tu”. Lo dice al Foglio una dipendente di Rekeep, un’azienda che si occupa di pulizia e sanificazione, e che lavora nell’ospedale Cà Foncello di Treviso, che a inizio marzo era diventato uno dei focolai più grandi del Veneto. Qui, ai tempi dell’epidemia di coronavirus, le regole di sempre non valgono più. In certe occasioni i ruoli si confondono. Sono soprattutto donne, con contratto collettivo bloccato da sette anni e con uno stipendio che arriva appena a 7,50 euro lordi all’ora. Pur avendo famiglia fanno doppi turni, rinunciano alle ferie e al giorno di riposo per garantire il servizio, per affetto e attaccamento al lavoro, alle colleghe – continua la sindacalista – Ma sono provate e preoccupate. Stanche pure mentalmente. E con la stanchezza si può commettere un errore, che qui significa rischiare il contagio. Chiedono tamponi, perché sono a contatto quotidiano con i malati e con oggetti contaminati.

E così anche senza camice bianco ci si può trovare in prima linea. “Sono gli ‘invisibili’ nella lotta a un nemico altrettanto invisibile”, dice al Foglio Patrizia Manca della segreteria Fisascat-Cisl Belluno-Treviso. Sono gli addetti alle pulizie degli ospedali e delle autoambulanze, i lavoratori delle mense ospedaliere, quelli che si occupano del lavaggio delle divise. Sono i dipendenti, spesso part time, di un arcipelago di diverse società private che hanno in appalto la sanificazione e la ristorazione nelle strutture sanitarie italiane. “Tutte aziende diverse ma i cui dipendenti stanno facendo un lavoro di pubblica utilità”, continua Manca. “Per questo vorremmo che fossero considerati alla stregua del personale sanitario, che venissero loro forniti i dispositivi adeguati per tutelare la loro salute.

Sono soprattutto donne, con contratto collettivo bloccato da sette anni e con uno stipendio che arriva appena a 7,50 euro lordi all’ora. Pur avendo famiglia fanno doppi turni, rinunciano alle ferie e al giorno di riposo per garantire il servizio, per affetto e attaccamento al lavoro, alle colleghe – continua la sindacalista – Ma sono provate e preoccupate. Stanche pure mentalmente. E con la stanchezza si può commettere un errore, che qui significa rischiare il contagio. Chiedono tamponi, perché sono a contatto quotidiano con i malati e con oggetti contaminati. Temono di potere infettare i loro cari”. Per disinfettare una stanza servono 35 minuti, con le mascherine che tagliano naso e orecchie, “tre paia di guanti e un buco nelle maniche del camice dove facciamo passare le dita, in modo che non possano arrotolarsi”, dice una dipendente che vorrebbe più formazione costante. “Servono professionalità, personale competente. E’ il lavoro di tutti che porta l’eccellenza della sanità italiana”. Un lavoro sottotraccia, spesso dato per scontato. “Ma se i pazienti guariscono è anche merito nostro”, ci dice un’altra addetta alla sanificazione del Cà Foncello. “Però è dura: due anni fa eravamo in 250, oggi siamo 170 e già 22 colleghi sono a casa, in quarantena o contagiati”.

Insomma, l’ospedale non è composto di soli medici e infermieri, bravissimi, di cui abbiamo raccontato in queste settimane. E’ invece una struttura complessa, fatta di tanti corpi. Una filiera della salute che funziona perché ogni ingranaggio è affiancato a un altro. In diversi capitoli di Moby Dick – allegoria della vita e della lotta contro un male antico e misterioso -, si racconta come il massiccio veliero che dà la caccia ai capodogli venga a un tratto trasformato in un mattatoio galleggiante. E poi in un’officina, nera di olio e di fuliggine. E ancora, dopo il sanguinoso processo per raccogliere il grasso di balena, ritorni all’ordinata pulizia iniziale, tanto che “quasi giureresti di star camminando su un silenzioso bastimento mercantile, agli ordini del più scrupolosamente lindo dei comandanti”. Come una gigantesca nave, anche l’ospedale – a chi lo frequenta da esterno – sembra una struttura solida e immobile nella bonaccia urbana. E invece è qualcosa che si trasforma.

“L’ospedale è un organismo vivo, che risponde in tempo reale alle esigenze”, dice Laura Mutti, fisioterapista dell’ospedale Carlo Poma di Mantova. Qui, nonostante l’allestimento di oltre 200 “posti letto Covid” nel giro di una settimana, i reparti deputati ai pazienti affetti da coronavirus iniziano a essere saturi. Per fare fronte alle nuove necessità si sono approntati posti letto in alcuni reparti in provincia e nelle cliniche convenzionate. “Per farsi un’idea basta pensare che da giovedì mattina a Mantova non c’è più l’Ortopedia. Chi dovesse avere bisogno di ricovero andrà a Pieve di Coriano”, un ospedale distante dalla città lombarda quasi tre quarti d’ora di macchina. “Ogni giorno l’ospedale si rivoluziona – continua Mutti – Chi può continua la riabilitazione fuori. I quattro reparti di chirurgia ora sono stati assemblati in uno solo, rimangono un minimo di posti per quei trattamenti non differibili: pazienti oncologici e infartuati. Domani andrò al lavoro e non so cosa troverò. In queste situazioni diventa ancora più centrale la funzione del bed manager”, una figura interna all’assetto organizzativo degli ospedali che si occupa di trovare posti letto.

Anche i fisioterapisti sono allertati per l’emergenza: seguono la rieducazione motoria delle persone che hanno superato le situazioni più gravi, ma anche chi ha bisogno di recuperare le funzionalità respiratorie. Chiara Perboni, che al Poma di Mantova si occupa di fisioterapia respiratoria e oggi è nell’unità intensiva Covid con pazienti medio-gravi (per lo più giovani, spiega al Foglio, ai quali basta il respiratore con la mascherina sul viso e che possono evitare la rianimazione e la ventilazione invasiva), dice che ormai “nessuno fa più il lavoro di prima. Vediamo sempre gli stessi sintomi, pazienti con le stesse lastre. E’ come stare in trincea: dobbiamo affrontare l’urgenza e il resto va in secondo piano. Siamo sempre in tensione, perché dobbiamo affrontare un avversario invisibile, che ti si attacca addosso. Sei sempre lì a chiederti: ‘Avrò fatto qualche errore? Nel vestirmi o nello svestirmi, nell’indossare cuffia, mascherina, visiere, occhiali, guanti… Io ho sempre mal di pancia e mal di schiena, mi passa solo quando sono a casa – confessa Perboni – E’ lo stress di non sapere se siamo positivi, il timore di portare fuori il virus. Ti chiedi: ‘Potrò abbracciare i miei? O sono una bomba, pronta a scoppiare?’”