L’origine soprannaturale della Carità – Il testo del video

Solo Dio può far crescere in noi la virtù teologale della Carità che ha effetti sia interiori (gioia, pace e misericordia) sia esteriori (beneficenza, elemosina, correzione fraterna). Gli sforzi dell’uomo predispongono all’aumento della Carità, che però rimane un dono.

L’origine soprannaturale della Carità - Il testo del video

Il tema di queste ultime lezioni riguarda la VIRTÙ TEOLOGALE DELLA CARITÀ all’interno della spiegazione del Primo Comandamento, in corrispondenza al primo articolo del Credo.
Oggi vediamo un altro aspetto della Carità che riguarda i suoi effetti o i suoi frutti; san Tommaso ne tratta nella II-II della Somma Teologica, dalla quaestio 28 alla 33.
Prima precisazione. La Carità è la causa di questi effetti così come l’albero è la causa dei suoi frutti. Bisogna sempre tenere presente sullo sfondo che per avere questi effetti e per esercitarli, non dobbiamo tanto curare i frutti, ma curare l’albero, cioè fare attenzione che l’albero sia sano, sia alimentato, sia rigoroso. E per fare questo dobbiamo richiamare sempre l’ORIGINE SOPRANNATURALE DELLA CARITÀ, che si accresce non per gli sforzi dell’uomo, ma per un’intensificazione della carità nell’uomo, per un’elargizione che Dio concede all’uomo.
Questo non significa che gli sforzi dell’uomo siano inutili, ma che i suoi atti dispongono, predispongono a questo aumento di Carità che però rimane un dono. Solo Dio può far crescere in noi le virtù teologali, in particolare la virtù teologale della Carità.
San Tommaso le raggruppa in due grandi categorie, gli EFFETTI INTERIORI e gli EFFETTI ESTERIORI.
– Tra gli effetti interiori enumera: LA GIOIA, LA PACE E LA MISERICORDIA.
– Tra quelli esteriori: LA BENEFICENZA, L’ELEMOSINA E LA CORREZIONE FRATERNA.
– LA GIOIA (quaestio 28)
San Tommaso non intende parlare della gioia del “gaudente”, ovvero una gioia superficiale e motivata da elementi umani e naturali, bensì della GIOIA CHE HA DIO PER OGGETTO ed è causata dalla Carità. Questa gioia nasce dal bene divino, da Dio stesso e in sé stesso. La volontà ed il desiderio dell’uomo tendono al bene e quando il bene assoluto viene raggiunto, si ha come riverbero la gioia spirituale. Questa gioia non ammette tristezza, perché Dio è solo bene, è puro bene è tutto il bene.
La tristezza, invece, emerge dove c’è anche un male. Allora, se noi consideriamo non Dio come bene in sé stesso, ma come bene a noi partecipato, allora anche la tristezza trova spazio: “E quindi da questo lato la gioia della Carità può ammettere motivi di tristezza: per il fatto che uno si rattrista di ciò che impedisce la partecipazione del bene divino, o in noi, o nel prossimo che amiamo come noi stessi”.
San Tommaso precisa due tipi di tristezza:
1. Il pianto della Beatitudine, ossia quello lodato da Gesù nelle beatitudini
“Il pianto che merita la beatitudine ha per oggetto le cose contrastanti con essa. E quindi si deve a uno stesso motivo che dalla Carità nasca codesto pianto e insieme la gioia spirituale di Dio: perché godere di un dato bene e rattristarsi dei mali contrari procedono da uno stesso motivo” (a. 1, ad 2)
Questo tipo di tristezza è una tristezza buona perché nasce dalla Carità, che da una parte porta con sé quella gioia che nasce dal godimento del bene sommo, ma dall’altra parte si rattrista dei mali contrari a questo bene.
2- Il pianto dell’esilio
“Sebbene nel misero esilio di questa vita partecipiamo in qualche modo il bene divino con la conoscenza e con l’amore, tuttavia la miseria della vita presente ce ne impedisce la perfetta partecipazione, quale si avrà nella patria. E così anche la sofferenza per la dilazione della gloria è dovuta all’impedimento della partecipazione del bene divino” (a. 2, ad 3)
Dunque, tra i frutti della Carità ci sono da un lato la Gioia spirituale e dall’altra parte la tristezza che nasce dalla Carità.
– LA PACE (quaestio 29)
San Tommaso distingue tra la concordia e la pace. La pace comporta la concordia, ma la concordia da sola non include la pace. Infatti,
“la concordia implica l’unione degli appetiti di diverse persone, la pace invece implica l’unione degli appetiti in ciascuno di esse”.
Gli appetiti sono il desiderio, l’inclinazione dell’uomo. San Tommaso spiega che quando i desideri di diversi uomini convergono abbiamo la concordia. La pace, invece, è qualcosa di più: è l’unione degli appetiti della persona stessa. E che cosa può dare la pace all’uomo? Il bene sommo, riconosciuto, desiderato e amato.
Infatti, nell’art. 3, si afferma che “la Carità causa la pace in forza della sua natura. Infatti l’amore, come insegna Dionigi, è “una forza unitiva”: e la pace è l’unificazione tra le inclinazioni dell’appetito”. Ora la Carità, come si è visto, ci fa amare Dio sopra ogni cosa e noi stessi e il prossimo in Lui. Tommaso precisa (art. 2) che “non può esserci vera pace che nel desiderio del vero bene; perché qualsiasi male, anche se da un certo punto di vista è bene e soddisfi così l’appetito, ha molte carenze, che lasciano l’appetito inquieto e turbato. Perciò la vera pace non può trovarsi che nei buoni e nel bene. Mentre la pace dei cattivi è una pace apparente e non vera”.
– LA MISERICORDIA (quaestio 30)
Tra gli effetti interiori, san Tommaso parla infine della Misericordia, citando San Giovanni Damasceno il quale insegna che la Misericordia è una specie di tristezza; ma il movente della tristezza è il male, quindi il movente della Misericordia è il male.
Occorre chiarire: non significa che la Misericordia si muove verso il male, ma che si muove impattando con il male presente del prossimo.
TRE CATEGORIE DI MALE:
1 – Il male è ciò che contrasta e mortifica l’appetito naturale dell’uomo. Per esempio: il desiderio della vita. Tutti i mali che contrastano con questo appetito naturale attirano e muovono la misericordia.
2- I mali che si oppongono al fatto che il volere deliberato raggiunga il suo fine di bene. In altre parole il peccato del prossimo muove la misericordia. Con una precisazione imprescindibile: “La colpa è essenzialmente volontaria. E sotto quest’aspetto non è degna di compassione, ma di punizione. Siccome però la colpa in qualche modo può essere una punizione, cioè in quanto c’è in essa un aspetto che ripugna al volere di chi pecca, da questo lato può esser degna di compassione” (art. 1). Il peccato è sempre contro la volontà dell’uomo, nel senso che è contrario al bene, che il fine della volontà.
3 – Quando capita qualche cosa di avverso rispetto a ciò che uno vuole. La sventura che colpisce qualcuno fa scattare la misericordia.
La misericordia non è una mera compassione umana, ma nasce sempre dalla Carità.
Per quanto riguarda gli effetti esteriori, san Tommaso ne elenca tre: la beneficenza, l’elemosina e la correzione fraterna.
1- BENEFICENZA (quaestio 31) significa fare del bene al prossimo. Tenendo conto che Dio è sempre la ragione formale della Carità.
“…siccome l’amore di Carità si estende a tutti, deve estendersi a tutti anche la beneficenza, sia pure secondo i tempi e i luoghi: infatti tutte le azioni virtuose devono essere limitate secondo le circostanze” (art. 2)
Questo non significa che dobbiamo beneficare tutti, ma che dobbiamo essere disposti a farlo, secondo i tempi e i luoghi, appunto.
Come nella Carità, anche nella beneficenza c’è un ordine; “perciò è necessario che verso i congiunti più stretti si sia più benefici” (art. 3). Tuttavia è chiaro che “questo può variare secondo le diversità di luogo, di tempo e d’interessi: infatti in certi casi si deve aiutare più un estraneo, quando si trovasse in estrema necessità, che il proprio padre il quale non si trovi in tanto bisogno”.
2 – L’ELEMOSINA (quaestio 32)
Con elemosina si intendono in pratica le sette opere di misericordia corporale e le sette di misericordia spirituale; tra esse esiste una gerarchia, un ordine: le spirituali sono più importanti di quelle corporali. Ma, ancora una volta, bisogna sempre prestare attenzione alla circostanza concreta:
“…queste elemosine (spirituali) si possono confrontare in rapporto a casi particolari, nei quali certe elemosine materiali per alcuni sono da preferirsi. Per chi muore di fame, p. es., il cibo è da preferirsi all’insegnamento: come “per l’indigente”, a detta del Filosofo, “è meglio guadagnare che filosofare”, sebbene in senso puro e semplice quest’ultima sia una cosa migliore” (art. 3)
3- CORREZIONE FRATERNA (quaestio 33)
San Tommaso differenzia la correzione fraterna come atto di Carità e la correzione fraterna come atto di giustizia.
In quanto atto di Carità, essa cerca di togliere il male dalla persona. Si corregge per togliere il male nel fratello e procurargli così un beneficio.
Come atto di giustizia invece è un rimedio al peccato in quanto è un male per altri e ha perciò di mira il bene comune.
Dunque la prima spetta ad ogni fratello, anche se si tratta di un inferiore nei confronti di un superiore (art. 3, 4); mentre invece come atto di giustizia spetta solo al prelato, cioè a colui che ha facoltà di agire per il bene comune.