L’opposizione a Draghi la fa il partito dei virologi

Dopo le prime timide - e inutili - aperture, i virologi fanno le barricate con proclami di sventura dai toni apocalittici. E' una virolocrazia alimentata da giornali e tv, che vengono meno al loro ruolo di mediatori della notizia. Il Festival della virologia a reti unificate non è informazione di pubblica utilità, ma solo spettacolarizzazione dell’emergenza sanitaria.

Se si eccettua Fratelli d’Italia, che si è collocata fin dall’inizio all’opposizione del governo Draghi, tutte le altre forze politiche, al di là dei distinguo sulle riaperture, sembrano marciare unite nel sostenere l’attuale esecutivo.

L’ampia maggioranza che in Parlamento vota i provvedimenti decisi a Palazzo Chigi non rischia nulla, almeno fino al semestre bianco. I virologi, però, rumoreggiano sempre di più e somigliano tanto a un vero e proprio partito.

Si è detto per oltre un anno che le decisioni sulle misure di contenimento e distanziamento le prendono i politici sulla base delle valutazioni degli scienziati. Da quando c’è Draghi, forse qualcosa è cambiato perché il premier, forse spaventato dai crescenti venti di protesta e dalle manifestazioni di piazza, ha deciso di giocare d’anticipo e di iniziare, sia pur timidamente, a dare una boccata d’ossigeno ad alcune attività produttive e commerciali. Anche contro il parere di alcuni scienziati cosiddetti rigoristi, che vorrebbero tenere chiusa l’Italia nell’attesa di vaccinare tutti gli italiani.

Le parziali riaperture somigliano però a semplici palliativi, che non incideranno se non minimamente sulla ripartenza dell’economia e sulla rivitalizzazione di una società sempre più ripiegata su se stessa. Si pensi soltanto ai ristoratori, messi in ginocchio e ridotti sul lastrico dai prolungati lockdown e dai provvedimenti a singhiozzo in base ai colori delle singole zone, e ora autorizzati a riaprire, a partire dal 26 aprile, solo per quanto riguarda i dehors e gli spazi esterni.

Si tratta di una grave discriminazione nei confronti di quei ristoranti che hanno solo sale al chiuso e che rischiano sul serio il default, ma si tratta altresì di un provvedimento insufficiente per tutta la categoria, visto che se piove o fa freddo i tavolini all’aperto non servono a nulla e che, con il coprifuoco alle 22, andare a cena alle 19-19,30, in pieno giorno, può risultare non invitante.

Nonostante, quindi, queste riaperture somiglino più che altro a semplici e forse sterili contentini per intere categorie sull’orlo di una crisi di nervi, i virologi hanno iniziato da alcuni giorni a fare le barricate e a imperversare in tv con proclami di sventura dai toni apocalittici.

Ha cominciato, manco a dirlo, il professor Massimo Galli, responsabile del reparto di malattie infettive dell’Ospedale Sacco di Milano, criticando il premier Draghi, che aveva parlato, nella conferenza stampa di venerdì scorso, di “rischio calcolato, ragionato”, a proposito della decisione di riaprire le scuole e alcune attività. «Le riaperture sono un rischio calcolato? Calcolato male. Mi sembra scontato che invece di vedere la flessione della curva dei contagi che è appena accennata, finiremo per avere il processo opposto. A meno che non si riesca a vaccinare a tamburo battente tanta gente, ma non mi pare il caso», ha commentato sarcastico.

Non meno caustico Andrea Crisanti, direttore di microbiologia e virologia all’Università di Padova: «Con una situazione di contagio elevato, pensare alle riaperture vuol dire che tra un mese avremo un aumento dei casi e l’estate sarà a rischio e dovremo richiudere». Entrambe le cassandre hanno peraltro criticato il sistema delle zone a colori, sostenendo che non ha funzionato.

Contro di loro Matteo Bassetti, direttore della clinica malattie infettive dell’Ospedale San Martino di Genova, che ha attaccato Galli: «Chi passa il tempo a lavorare insieme alla propria regione forse ha una maggiore idea rispetto a chi invece lavora contro la propria regione».

Ma a prescindere da chi abbia ragione, la domanda da farsi è: in questa “virolocrazia” dov’è lo spazio della mediazione giornalistica? Che ruolo hanno i giornalisti che scrivono ogni giorno di Covid e vaccini e che dedicano colonne intere di giornali, edizioni di telegiornali e dirette di ore nei talk show televisivi agli appassionati interventi di questi scienziati? Sono tanti i giornalisti a pendere dalle labbra di questi virologi e immunologi, che il più delle volte terrorizzano l’opinione pubblica rilasciando dichiarazioni sensazionali solo per finire sui media più importanti.

Le loro sono soltanto opinioni, che il giornalista dovrebbe soppesare e divulgare in forma dubitativa, applicando il principio di verità putativa e dunque mettendo in relazione le parole pronunciate da uno scienziato con le parole che quello stesso scienziato pronunciava soltanto qualche settimana prima. Le contraddizioni sono spesso evidenti e basterebbe fare ricerche per parole chiave su Google per smascherarle. Digitando il nome di un virologo vengono fuori sue dichiarazioni di un anno fa, ma anche più recenti, dalle quali si evince che quello scienziato ha cambiato idea molte volte sul virus, adattando le sue esternazioni all’onda del momento.

Quegli scienziati sanno che se le loro funeste profezie dovessero avverarsi, loro potrebbero rivendicarne trionfalmente la paternità. Se non dovessero avverarsi, la gente sarà talmente felice del fatto che non si siano avverate da averle già dimenticate. E dunque virologi e immunologi avranno fatto il pieno di visibilità senza pagare il dazio della percezione della inattendibilità delle loro parole (al vento).

Il Festival della virologia a reti unificate non è informazione di pubblica utilità, ma solo spettacolarizzazione dell’emergenza sanitaria. Non ci sarebbe da stupirsi se molti di questi virologi decidessero di candidarsi alle prossime elezioni politiche fra due anni o, in caso di scioglimento anticipato delle Camere, anche l’anno prossimo.

E il giornalismo finirebbe per continuare a fare da cassa di risonanza delle loro opinioni, anche in campagna elettorale, senza esercitare un sano spirito critico, e senza evidenziare, come invece sarebbe doveroso e di interesse pubblico, le palesi incongruenze di tante affermazioni fatte dagli scienziati durante la pandemia