Lombardia, boom di pazienti «debolmente positivi»: ora sono il 50%

Rientrano nel conto dei contagi ma la carica virale è minima. Rispetto ai tamponi fatti, a inizio epidemia erano quasi zero

Lombardia Boom di pazienti debolmente posotivi ora sono il 50 per cento in piu

A voler riassumere il concetto con un numero, si può dire che, dall’inizio dell’epidemia, i tamponi con esito debolmente positivo in Lombardia sono 14.378. Ma dietro a questo numero, c’è una curva che racconta in modo molto più netto una storia, che secondo parte della scienza può indurre all’ottimismo anche (e più) del costante calo dei ricoveri in ospedale. Si parte dal 20 febbraio, quindi l’indomani del giorno in cui il «Paziente 1» (che ne nascondeva tanti altri dei mesi precedenti) viene diagnosticato al pronto soccorso di Codogno e si arriva ai nostri giorni. Se la percentuale di casi debolmente positivi in quella prima settimana rasenta lo zero, avvicinandosi al massimo al 3 per cento (il 26 febbraio), ma tornando allo zero tre giorni dopo, nell’ultima settimana invece si attesta intorno al 50 per cento, con un picco del 59 (il 12 giugno). Significa che questi casi generano positività registrate nella stesa casella dei contagi come a inizio epidemia ma con una carica virale minima, quindi probabilmente non più contagiosa.

 

Questo spiega come la gran parte dei nuovi positivi riscontrati in Lombardia nelle ultime settimane derivi dai test sierologici. E la storia del sierologico, per quanto ancora tutta da scrivere, racconta di casi più «antichi», con un residuo di carica virale, quindi inevitabilmente più bassa. Abbastanza però da far risultare positivo il tampone e quindi finire nei casi di giornata, ma non a trasmettere socialmente il contagio. È la teoria, che comunque divide la platea scientifica, del professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri, che qualche giorno fa soffiava ottimismo dalle pagine del Corriere, spiegando come questa carica virale, ora più che mai al centro della questione, di fatto non sia contagiosa: «Il rischio di contagio del coronavirus da parte di asintomatici ormai è basso», in sintesi la sua posizione. Non è una sentenza, ma studia per esserlo.

A ragionare con gli stessi parametri però di inizio epidemia si genera il caso degli isolamenti domiciliari. Che in Lombardia ieri erano ancora 12.456, il 90 per cento degli attualmente positivi nella Regione. Un «serbatoio» molto lento da svuotare proprio perché per essere considerati guariti servono due tamponi negativi a distanza di 48 ore. Basta una minima quantità di virus anche vecchia a sballare l’esito dell’esame e quindi a costringere la persona a ripetere il controllo a una settimana di distanza. Motivo per cui anche l’Oms tende a non raccomandare più un doppio tampone: molti casi sono troppo lenti a negativizzarsi. Lo ha scritto in un circolare del 27 maggio, pensata proprio per gestire il caso di quelle persone isolate per mesi anche senza più sintomi. Nella comunità il dibattito sale di volume. Ci si sta rendendo conto che non si possono tenere a casa le persone per due mesi se non sono più «pericolose» per gli altri. Forse andrebbe spacchettato di più lo specchietto con i dati di giornata. Le caselle hanno sempre più storie diverse dietro da raccontare. Ma serve una dimostrazione scientificamente stabile, altrimenti ogni ragionamento rimane al punto di partenza.