LOCKDOWN SOFT, FASE 2/ “Lavorare (anche) con il contagio, ecco il modello veneto”

Da ieri il Veneto ha adottato un “lockdown soft”. Una fase 2 per cittadini e imprese che si concentra più sui dispositivi che sulle restrizioni

“Il lockdown non esiste più, con la nuova ordinanza la strategia cambia” aveva dichiarato settimana scorsa il governatore Luca Zaia. Così, da ieri, in Veneto è praticamente scattata la fase 2, un “lockdown soft” che prevede nuove misure: esercizi commerciali chiusi la domenica e i giorni festivi; confermata l’attività dei mercati a cielo aperto, ma con rigide misure di sicurezza; obbligo di mascherine e guanti, utilizzo di gel o soluzioni igienizzanti per chi vuole uscire di casa (ma non lo si può fare con febbre superiore a 37,5 gradi); uscite solo individuali (salvo per accompagnare disabili o minori di 14 anni) rispettando il distanziamento (che viene portato a 2 metri);

autorizzati pic-nic il 25 aprile e il 1° maggio, ma solo nella proprietà privata e per i residenti nella proprietà; ammessa l’attività motoria, ma solo individuale e in prossimità della propria abitazione; abolizione dei 200 metri come limite invalicabile; attività di controllo della temperatura corporea dei presenti con obbligo di allontanamento nelle aziende per chi ha più di 37,5 gradi; ammessa la vendita al dettaglio di vestiti per bambini e neonati, librerie e cartolerie solo nei negozi dedicati e per due giorni alla settimana; ammessa l’attività di manutenzione aree verde e naturali, pubbliche o private, in concessione, comprese le spiagge. Perché questo cambio di passo? Si possono conciliare sicurezza sanitaria e ritorno a una certa normalità per persone e imprese? È un modello esportabile in altre Regioni? E soprattutto: non si mettono a repentaglio i risultati fin qui conseguiti in termini di contenimento dell’epidemia? “Sono convinto che il Veneto – commenta Giorgio Palù, virologo dell’Università di Padova e già presidente della Società europea di virologia – è pronto con tutte le salvaguardie necessarie per affrontare una fase 2: dispositivi di protezione individuale a tutti, disinfezioni, decontaminazione degli ambienti, controlli delle temperature, registrazione di chi va a lavorare con l’anagrafe sanitaria. Credo che non si possa fare di più”.

Non c’è il rischio che queste misure siano interpretate come un allentamento?

Il Veneto non sta abbandonando la cautela. Se ha deciso di adottarle, lo ha fatto responsabilmente, valutando tutto con la massima attenzione, perché ha già prefigurato come fronteggiare un eventuale seguito del contagio.

In che modo?

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Anche se come ha detto il governatore Zaia la Regione non ha il potere di aprire le fabbriche perché questo tipo di ordinanza spetta ai prefetti, quindi al governo centrale, il Veneto, dopo aver dimostrato di saper affrontare la pandemia a livello locale, ha allestito tutti i presidi territoriali, a partire dal Sistema di sorveglianza epidemiologica regionale, dall’Anagrafe dei lavoratori, dalla cartella clinica informatizzata con i dati clinici e di laboratorio, dai presìdi e controlli a livello delle fabbriche, dalla disponibilità dei test a tampone e di quelli sierologici. In più, oltre a un suo algoritmo già applicabile, può contare su una distribuzione capillare di medici di medicina generale, medici del lavoro, servizi di igiene, profilassi e diagnostica. Questo per dire che il Veneto è già allertato con tutte le misure di sanità pubblica e di tracciabilità dei contatti che si sono dimostrate efficaci nel contenere e prevenire l’epidemia. Il Veneto è assolutamente in grado di controllare l’epidemia a livello locale.

Le nuove disposizioni si concentrano sui dispositivi più che sulle restrizioni. Ma trovare mascherine, guanti, gel è molto difficile. Può diventare un problema?

Il Veneto vanta una struttura industriale di prim’ordine e molto sensibile. Ci sono imprenditori disposti a spendere di tasca loro per diagnostica, per presidi e per dispositivi di sicurezza. E poi c’è la disponibilità delle strutture private per dare una mano al pubblico.

Si possono riaprire le aziende in sicurezza?

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Il 60-70% delle imprese ha già riaperto i cancelli, e non perché l’ha deciso il governatore, ma dopo aver fatto istanza al prefetto, che ha concesso l’autorizzazione, perché le imprese in Veneto sono già attrezzate, pronte e disponibili.

Ha detto Zaia: “Quanto sono preoccupato da zero a dieci? Otto. Questa è una fase di transizione ma è indispensabile non abbassare la guardia, l’emergenza non è finita”. Qual è la strategia sul fronte della sicurezza sanitaria? I test sierologici sono iniziati? Che risultati stanno dando?

I primi risultati li avremo nel fine settimana. I test sierologici sono utilizzati in Veneto per un primo campionamento sul personale sanitario, cioè i soggetti più esposti. Sono test molto affidabili, perché sono sostenuti da pubblicazioni scientifiche che dimostrano che gli anticorpi sono sinonimo di immunità che neutralizzano l’infettività del virus, sono molto specifici e sensibili, a tal punto da ottenere l’accreditamento a livello europeo. Accreditamento che ovviamente non viene rilasciato a tutte le tipologie di test.

Zaia punta molto sul senso di responsabilità dei cittadini. Dopo un mese di lockdown è una scommessa? Non c’è il timore di un effetto boomerang con una ripresa dei contagi?

Ovviamente si farà di tutto per prevenire l’insorgere di nuovi focolai e una accurata valutazione costi-benefici è stata senz’altro fatta. D’altronde il paese muore, se non si riaprono le attività. Basta chiederlo ai tedeschi o ai sudcoreani: perché hanno lasciato aperte le fabbriche? Noi andiamo incontro a un calo drammatico del Pil ed è giusto a questo punto considerare con attenzione che cosa comporta tutto questo proprio in termini di salute, di previdenza, di ricerca scientifica. Altro che mascherine, test o letti di terapia intensiva. Il vero dispiacere però è un altro.

Quale?

Che queste decisioni non vengano assunte e armonizzate a livello europeo, che non esistano criteri generali di precauzione medica e igienistico-sanitaria. È un fallimento dell’Unione Europea: siamo purtroppo solo un’unione monetaria e in parte finanziaria, abbiamo perso un’occasione importante. Per le cure invece è diverso, perché l’epidemia è diversa da zona a zona, da provincia a provincia.

A tal proposito, il modello di lockdown soft del Veneto è applicabile anche in altre Regioni? Oppure dovrebbero essere adottate misure diverse per la fase 2?

Non mi permetto di dare consigli ad altre Regioni. Quanto al Veneto, ripeto, ci sono differenze che risaltano: l’emergenza coronavirus non è un’emergenza di cura, di ricovero, ma di sanità pubblica, che si combatte soprattutto sul territorio. E il Veneto vanta una consolidata ed efficace tradizione di public health.

(Marco Biscella)