LO STRANO SILENZIO DI DRAGHI- PERCHE’ NON PARLA DELLA CINA

Tra i tanti dossier che Mario Draghi si ritroverà sulla scrivania di Palazzo Chigi, spicca l’ingombrante pratica cinese. Un faldone un po’ impolverato, a dire il vero, visto che il suo predecessore, dati i problemi interni, tanto dell’Italia quanto del suo governo, è stato costretto ad accantonarlo in attesa di tempi migliori. Quei tempi, non sono mai arrivati. E adesso è tutto nelle mani di Draghi che però  non ne  ha  parlato.

Con l’insediamento del nuovo governo come cambieranno, dunque, i rapporti tra l’Italia e la Cina? Le voci sono molteplici. C’è chi pronostica un cambio di prospettive a 360 gradi di Roma, chi pensa che il Dragone non occuperà le prime pagine dell’agenda italiana, chi ritiene plausibile un raffreddamento delle relazioni – come se negli ultimi mesi non fossero già tiepide – e chi preferisce non sbilanciarsi. Qualche indizio in più è arrivato dal discorso pronunciato dal neo presidente del Consiglio in Senato.

Nel definire agli alleati di governo e al mondo intero le linee guida della politica estera dell’Italia, Draghi ha fatto capire quali saranno i due pilastri che sorreggeranno il suo esecutivo: l’atlantismo e l’europeismo. Non solo. L’ex presidente della Bce ha nominato la Cina soltanto in un’occasione, inserendola in una frase non particolarmente allettante: “Seguiamo anche con preoccupazione l’aumento delle tensioni in Asia intorno alla Cina”. Insomma, si procederà verso la rottura totale dell’asse Roma-Pechino, la fine dei sogni di gloria della Belt and Road Initiative promossa dal fu Giuseppe Conte e il riavvicinamento con la sfera anglosassone?

Procediamo per gradi, Partiamo dal presupposto che affermare la fedeltà all’europeismo e all’atlantismo non implica un necessario allontanamento dalla Cina, soprattutto per quanto concerne le questioni economiche. In fin dei conti, è proprio questo il tema principale che unisce Pechino a Roma, e a tante altre capitali del mondo. L’Italia, tra l’altro, ha firmato un memorandum of understanding sulla Belt and Road Initiative all’epoca del governo gialloverde, risultando il primo Paese del G7a spingersi così oltre e generando qualche malumore tra le mura della Casa Bianca.

In più, dobbiamo considerare altri due fatti non da poco. Il 31 gennaio 2020, Unione europea e Cina hanno trovato l’intesa per uno storico accordo sugli investimenti, con graduali aperture e vantaggi reciproci. Come se non bastasse, secondo le ultime rilevazioni Eurostat, la Cina è diventata il maggior partner commerciale dell’Europa, superando gli Stati Uniti. Volente o nolente, Draghi sarà dunque chiamato a fare i conti il Dragone.

Partiamo dal presupposto che, proprio come hanno notato i media cinesi, Draghi è una figura autorevolissima, capace di garantire all’Italia un’importante patina di credibilità in campo europeo e internazionale. Nel corso del 2021, poi, Roma sarà a capo del G20. Tessere ottimi rapporti con il governo italiano, quindi, sarà anche prerogativa degli altri. Insomma, il successore di Conte, da un certo punto di vista, potrebbe non dispiacere affatto a Pechino. Che, tra l’altro, si è congratulato con Draghi in persona per bocca del vicepremier Li Keqiang, il quale lo ha descritto come l’uomo ideale per risollevare l’Italia dalla crisi che sta vivendo, soprattutto grazie alle sue abilità tecniche. Gli ingredienti per un rapporto meno passionale ma più concreto non mancano. Resta tuttavia una variabile fondamentale da considerare: quale sarà l’atteggiamento adottato dagli Stati Uniti di Joe Biden nei confronti della Cina? La sensazione è che il tono dello scontro politico tra Washington e Pechino possa diminuire per quanto riguarda questioni commerciali ed economiche, ma aumentare pericolosamente sul tema dei diritti umani. È anche in base alle mosse di Biden che il nuovo governo italiano calibrerà le sue mosse.

In ogni caso, sul tavolo ci sono vari elementi che ci consentono di immaginare quale tipo di rapporto potrebbe scegliere Draghi per confrontarsi con la Cina. Data l’importanza di Pechino, ormai una potenza a livello internazionale, il premier italiano potrebbe seguire le orme di alcuni colleghi europei. Stiamo parlando di Emmanuel Macron e Angela Merkel. Entrambi, pur essendo ideologicamente e politicamente ben lontani dal Dragone, coltivano strenuamente i loro legami economici con il colosso asiatico. Poco importa se in quanto a diritti umani (vedi Hong Kong, lo Xinjiang e via dicendo) Berlino e Parigi non hanno fatto e non promettono sconti alla controparte asiatica.

Il patto quasi implicito è che gli affari commerciali non devono essere offuscati da ipotetici mal di pancia americani o anglosassoni. L’Italia di Draghi potrebbe optare per questa linea pragmatica, anche se Roma dovrà fare molta attenzione. Se diamo uno sguardo a quello che accade all’ombra della Tour Eiffel o in riva al Reno, le critiche nei confronti della Cina, dicevamo, non mancano affatto. Il punto è che gli affondi più pesanti nei confronti del Dragone non arrivano mai dalla bocca di esponenti di spicco dei governi in carica, quanto da think tank, giornalisti e opinionisti. Un esecutivo come quello italiano, formato da forze politiche molto distanti da Pechino, dovranno in qualche modo imparare a gestire la diplomazia. È anche per questo che il compito di Draghi non sarà affatto semplice.