L’Iran s’è messo a uccidere manifestanti iracheni pure nella città santa di Karbala

La protesta in Iraq si allarga oltre Baghdad. La repressione di Teheran e l’unità di crisi del generale Suleimani

In Iraq la rivolta popolare e pacifica contro il colonialismo iraniano si allarga dalla capitale Baghdad ad altre città e minaccia la tenuta del governo. E l’Iran reagisce da potenza coloniale: organizza la repressione, manda i suoi militari a guidare le operazioni per stroncare le proteste e arma i suoi collaboratori locali per difendere il governo, che da anni è un alleato comodo. Nella notte tra lunedì e martedì alcuni squadroni di uomini armati e in passamontagna hanno sparato contro i manifestanti nella piazza centrale di Karbala, hanno ucciso diciotto persone – alcune sono state inseguite, dicono i testimoni – e ne hanno ferite centinaia.

Dal punto di vista simbolico, la violenza a Karbala è un fatto cataclismatico per la regione. E’ una città santa della religione sciita ed è legata molto all’Iran per una serie di ragioni che attraversano la storia, la cultura, la fede e il commercio, ma in questi giorni c’è una crisi di rigetto: i manifestanti iracheni bruciano in pubblico grandi ritratti del generale iraniano Qassem Suleimani e dell’ayatollah Khamenei e anche di Khomeini, il leader carismatico della rivoluzione iraniana. Suleimani era una figura quasi leggendaria, il grande patrono delle milizie popolari in stragrande maggioranza sciite che negli anni scorsi hanno combattuto contro lo Stato islamico. Quella guerra tuttavia è finita, Abu Bakr al Baghdadi si è ucciso in un altro paese e gli iracheni vogliono parlare di altri problemi. Soprattutto vogliono rompere lo status quo che governa l’Iraq: una coalizione di partiti sciiti ad assetto variabile ma con un paio di costanti, il rapporto di vassallaggio con l’Iran e l’indifferenza per il livello abnorme di povertà e disoccupazione.

I manifestanti sono soprattutto giovani, che in Iraq possono diventare una massa critica perché il sessanta per cento della popolazione ha meno di venticinque anni. “Ci chiamano la generazione Pubg”, dicono gli studenti universitari all’agenzia Afp che è andata fra loro a sentirli, “perché pensano che non siamo buoni a fare nulla”. Pubg è la sigla che indica PlayerUnknown’s Battlegrounds, un apprezzatissimo videogioco. “Ecco invece quello che siamo capaci di fare”. La protesta ha in parte colori nuovi nel contesto iracheno: martedì notte la gente in piazza a Nassiriya, un’altra città del sud sciita, ballava e cantava in piazza una versione techno di Bella Ciao. A Baghdad un inviato del Guardian ha incontrato un paio di attivisti con l’immagine di Che Guevara.

La repressione è brutale. Da venerdì a lunedì almeno 75 persone sono state uccise, un numero a cui vanno aggiunti i diciotto morti di Karbala e gli altri centocinquanta dei primi giorni di ottobre durante il primo round di proteste. Secondo un rapporto dettagliato del Washington Institute scritto da Michael Knights, il 3 ottobre alcuni ufficiali delle Guardie della rivoluzione iraniana sono atterrati a Baghdad per formare un’unità di crisi assieme ai leader di alcune milizie locali e il giorno dopo è arrivato anche il già menzionato generale Suleimani, che si occupa delle missioni iraniane all’estero. Questa unità di crisi dirige le operazioni più brutali degli uomini in passamontagna contro i giovani nelle piazze.