L’INTERNAZIONALE DEI FRATELLI MUSSULMANI IN LIBIA

L'”internazionale” dei Fratelli musulmani spinge per il sostegno a Fayez al-Serraj e al governo di Tripoli contro l’avanzata del generale Khalifa Haftar e questo è un dato di fatto sempre più evidente, a partire dall’accordo sul sostegno militare firmato a dicembre tra Sarraj e Recep Tayyip Erdogan. Ankara ha già trasferito centinaia e centinaia di tagliagole precedentemente attivi in Siria e appartenenti a gruppi come Sultan Murad, la brigata Mutassim, la divisione Hamza, al-Jabha al-Shamiyyah, Aylaq al-Sham e Suqour al-Sham. Questi combattenti siriani riceverebbero 1500 dollari al mese e sarebbe stata garantita loro la cittadinanza turca alla fine dell’avventura, come illustrato ieri su ilGiornale.

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La Turchia era già stata presa in castagna più volte mentre inviava mezzi militari e “consiglieri” a Misurata e a Tripoli e non ha mai fatto nulla per nasconderlo. Si tratta dopotutto della medesima strategia precedentemente messa in atto in Siria, quando i turchi sostenevano e supportavano jihadisti e tagliagole vari per combattere contro Bashar al Assad. Il fallito golpe contro Erdogan dell’estate 2016 ha però costretto Ankara ad allinearsi maggiormente con Mosca, abbandonando così il progetto di rovesciare Assad per instaurarvi un esecutivo “amico”.

Con tale allineamento, il margine d’azione di Erdogan è stato così ampiamente ridimensionato all’intervento militare contro i curdi nella zona di confine con la Siria. L’altra zona con rimasugli di presenza di jihadisti e gruppi filo-turchi, la sacca di Idlib, è oramai in procinto di cadere e non è certo un caso che è proprio da qui che sono partiti molti dei jihadisti ricomparsi in Libia, come sottolineato anche da re Abdallah di Giordania durante un’intervista al canale francese France 24.

Il ruolo di Ennahda e del Qatar

Oltre alla Turchia, a dar manforte ad al-Sarraj c’è anche il Qatar. Ankara e Doha sono infatti tra i più importanti sostenitori dei Fratelli musulmani, un’organizzazione islamista radicale messa al bando da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Siria e Russia. È proprio dal Qatar che il leader spirituale della Fratellanza, Yusuf Qaradawi, invocava il jihad in Siria contro Assad.

A fine dicembre, Erdogan aveva proposto di invitare anche il Qatar alla conferenza di Berlino sulla crisi libica, una richiesta fin’ora rimasta inascoltata, viste le recenti lamentele di Doha che ha reso noto di contare sull’azione turca.

Un altro elemento d’interesse è la visita a sorpresa ad Ankara, lo scorso 11 gennaio, dello “speaker” del parlamento tunisino nonché leader di Ennahda, Rachid Ghannouchi, dove ha incontrato Erdogan. Un viaggio che non è piaciuto a gran parte dei parlamentari tunisini che hanno anche chiesto chiarimenti allo speaker. Ghannouchi ha risposto indicando che la visita era di stampo prettamente “personale” e programmata da tempo.

Ennahda è notoriamente l’espressione tunisina di quell’islamismo politico legato all’area Fratelli musulmani e Ghannouchi ne è leader storico. Sono in molti, all’interno dell’Assemblea tunisina, a ritenere che il leader si sia recato da Erdogan per discutere il sostegno a Sarraj, anch’egli legato all’area Fratelli.

I motivi di tanto interesse per i Fratelli musulmani nei confronti della Libia è dovuto a più fattori: in primis bisogna tener bene a mente che la questione libica è plausibilmente l’ultima “spiaggia” per la Fratellanza che, dopo una rapida ascesa spalleggiata dall’amministrazione Obama durante le cosiddette Primavere arabe, è andata incontro a una pesante disfatta, forse la peggiore della sua storia.

In Egitto l’esecutivo “democraticamente eletto” e guidato da Mohamed Morsi ha dimostrato ben poco di democratico ed è crollato dopo appena un anno per mano di una rivolta popolare sostenuta dall’esercito. In Tunisia, Ennahda, dopo un’iniziale ascesa, si è notevolmente ridimensionata in un Paese da sempre di stampo laico. In Siria il tentativo di rovesciare Assad non è riuscito e la Fratellanza ha visto tramontare le speranze di una potenziale ascesa al potere. Nel frattempo l’organizzazione islamista veniva messa al bando anche da Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Ai Fratelli Musulmani restano Turchia (non certo esempio di democrazia e tolleranza) e il Qatar; sostenere Sarraj diventa dunque una questione quasi di vita o di morte per gli islamisti.

Bisogna poi tener presente che la Tripolitania è strategica non soltanto per le installazioni petrolifere e i gasdotti, ma anche per tutta la questione legata alle partenze di immigrati irregolari. Erdogan potrebbe così ricattare l’Europa, minacciando di “aprire il rubinetto”, come già fatto con la rotta balcanica del resto.

Il fiasco italiano

Per quanto riguarda l’Italia, la cosa più idonea in questo momento è evitare qualsiasi tipo di intesa con Ankara e ritirare il sostegno ad al-Serraj e non è difficile capirne il motivo: l’alleanza che lo sostiene ha una chiara continuità con quell’islamismo radicale che, almeno in teoria, si sostiene di voler contrastare. Insomma, potrebbe essere molto imbarazzante per l’Italia trovarsi dalla stessa parte di Turchia e Qatar affianco ad al-Serraj, soprattutto quando tra le file delle milizie a suo sostegno emergono taglia-gole già utilizzati in chiave anti-Assad e personaggi come Mohammed Mahmoud Ben Dardaf, terrorista ricercato dal governo della Libia orientale per l’assalto al consolato statunitense di Bengasi, avvenuto tra l’11 e il 12 settembre 2012, nel quale rimaneva ucciso l’ambasciatore statunitense Chris Stevens. Il jihadista era impegnato nelle forze fedeli a Sarraj, precisamente nelle file della brigata Somoud e veniva centrato nel maggio 2019 da un missile anticarro “Kornet” di fabbricazione russa. Il gruppo jihadista “Ansar al-Sharia” aveva successivamente pubblicato messaggi di cordoglio per la morte di Ben Dardaf attraverso alcuni profili social.

La strategia italiana del sostegno ad al-Sarraj è apparsa evidente fin dagli inizi della crisi libica, spesso accompagnata dalla retorica della mediazione “nell’interesse del popolo libico” e in accordo con l’esecutivo “legittimamente riconosciuto dall’Onu”. Del resto l’Italia ha numerosi interessi nell’area occidentale della Libia che vanno dalle installazioni petrolifere e ai gasdotti fino al controllo delle coste e all’ospedale militare di Misurata.

Le dinamiche sul terreno sono però cambiate nel frattempo e a dirla tutta, non era neanche difficile a suo tempo intuire che il sostegno a Tripoli sarebbe risultato fallimentare, come già esposto a suo tempo da InsideOver, per diversi motivi:

1.    Il governo di al-Sarraj non gode del sostegno di un vero e proprio esercito, nessuna forza compatta, ma piuttosto una galassia di milizie di diversa estrazione (islamisti legati alla Fratellanza, salafiti, signori della guerra, ex membri dell’esercito libico, rivoluzionari etc…) tenuti insieme solamente da interessi particolari di tipo politico ed economico-finanziario. Non certo i partner migliori per puntare a una stabilizzazione del Paese

2.    Vale poi la pena chiedersi se sia Sarraj a controllare le milizie o se non siano invece le milizie a controllare lui, visto che sono proprio loro a garantire la sua sicurezza e il funzionamento del suo governo, cosa che gli esecutivi occidentali sanno molto bene

3.    C’è poi tutto l’aspetto legato alla componente islamista che include non soltanto combattenti dei Fratelli Musulmani, ma anche jihadisti di gruppi come Ansar al-Sharia e Isis, come illustrato da un recente pezzo di Speciale Libia: “Dopo la ricomparsa al fianco delle milizie di Tripoli di Adel al-Rubaie, fanatico della Shura dei Mujahideen e membro di Ansar al-Sharia fuggito in Cirenaica, al fronte contro l’Lna sono scesi in campo anche Issa al-Busti, originario di Souq al-Juma, noto per la sua partecipazione ad attacchi terroristici in Cirenaica da parte di cellule collegate ad Ansar al-Sharia…Inoltre è stata confermata la presenza al fronte del terrorista Massoud al-Akouri, noto anche come Masoud al-Azari”.

Oggi, sostenere Ankara e al-Sarraj implicherebbe allinearsi con attori che sostengono quell’islamismo radicale con il quale non è certo il caso di andare a braccetto e porterebbe anche al tentativo di sdoganamento politico di certe milizie islamiste non esattamente “moderate”, a poche miglia dalle coste italiane. Non va inoltre sottovalutata la situazione interna in Turchia. Per quanto tempo Erdogan e il suo entourage riusciranno ancora a mantenere il potere in un momento non proprio brillante per il Paese? Una bella incognita. Insomma, si rischia l’ennesimo fiasco, dopo quello già ottenuto e l’Italia farebbe bene a ponderare attentamente prima di giocarsi le ultime carte, ammesso e concesso che non sia troppo tardi.